In un’epoca segnata dal tramonto delle ideologie, dalla disinformazione di massa e dalle ingerenze geopolitiche, guidare lo Stato richiede saggezza, competenza e una salda visione etica per tutelare la coesione democratica
Il governo della saggezza: la lezione dei classici
Oggi i centri urbani e le istituzioni pubbliche versano spesso in uno stato di affanno strutturale: burocrazia soffocante, polarizzazione ideologica e una progressiva disaffezione dei cittadini nei confronti delle istituzioni.
Se un tempo la fondazione delle civiltà e l’edificazione dei centri civici rispondevano all’esigenza di creare un ordine etico e armonico integrato con la comunità, la politica contemporanea sembra essersi ridotta a mera competizione per il consenso immediato.
Per uscire da questo stallo, pericoloso e nocivo, appare urgente ristabilire un principio cardine: il ritorno al merito, alla competenza e all’etica nella gestione della res publica.
La perdita del principio meritocratico in favore dell’appartenenza di fazione o dell’adesione cieca alle ideologie di massa certamente non è un fenomeno nuovo ma, oggi, ha raggiunto un livello critico.
Quando la politica premia la fedeltà di partito anziché il valore intellettuale e morale del singolo, le istituzioni perdono la propria funzione di guida e, per contro, anche la propria credibilità.
Già Platone, nella Repubblica, metteva in guardia contro i rischi di una gestione del bene comune affidata all’improvvisazione o alla demagogia, indicando nella virtù e nella conoscenza gli unici requisiti legittimi per l’esercizio del potere:
«Se i filosofi non regnano nelle città o se quelli che ora chiamiamo re e governanti non coltivano genuinamente e compiutamente la filosofia […] non ci sarà traccia di tregua dai mali per le città e nemmeno, credo, per il genere umano.»
Platone, La Repubblica (Libro VI)
Il concetto di “filosofo” nell’antichità non indicava un teorico astratto, bensì colui che possedeva una visione d’insieme, rettitudine morale e la capacità di subordinare l’interesse personale al bene comune.
La corona, nell’iconografia tradizionale, e le leggende fondative come quella di re Artù – l’unico in grado di estrarre la spada dalla roccia per virtù morale e destino – simboleggiavano proprio questo: la sovranità intesa come responsabilità etica e servizio, sostenuta dalla saggezza.
Dalla trappola dell’ideologia alla responsabilità individuale
Negli ultimi decenni si è assistito al definitivo tramonto delle ideologie del Novecento, sostituite da narrazioni semplificate e slogan effimeri che parlano alle viscere dei popoli.
L’ideologia tende ad annullare la responsabilità del singolo all’interno del gruppo, laddove la vera qualità amministrativa risiede sempre nella statura etica e professionale dell’individuo.
Come osservava lo storico e politologo Alexis de Tocqueville analizzando i rischi delle democrazie moderne:
«La democrazia estende la sfera dell’indipendenza individuale, il socialismo la stringe. La democrazia dà tutto il valore possibile a ogni uomo, il socialismo fa di ogni uomo un agente, un numero. La democrazia e il socialismo non hanno in comune che una parola: l’uguaglianza. Ma notate la differenza: mentre la democrazia vuole l’uguaglianza nella libertà, il socialismo la vuole nella burocrazia e nella servitù.»
Alexis de Tocqueville, Discorso all’Assemblea costituente (1848)
Quando la selezione della classe dirigente prescinde dalle capacità reali, dalle competenze tecniche e dall’integrità morale, si genera quel degrado delle istituzioni che impoverisce sia la vita materiale sia la tenuta sociale della comunità.
Integrare razionalità scientifica (non scientista) e umanista e visione d’insieme
La crisi della res publica rispecchia una più ampia frattura del pensiero contemporaneo. Come sottolineano le moderne neuroscienze e la filosofia della scienza (da Iain McGilchrist a Carl Gustav Jung), la cultura occidentale ha privilegiato un approccio iper-specialistico e analitico, smarrendo la capacità di sintesi e di visione sistemica.
In questo scenario si fa stringente l’urgenza di ridare piena dignità e valore alla sfera umanistica del sapere, componente imprescindibile dell’agire civile.
Il pensiero umanistico non è un orpello del passato, ma l’asse portante che completa, orienta ed armonizza il sapere scientifico, fugando il pericolo che esso degeneri in un’azione scientista rigida e disumanizzante.
Senza il presidio dell’etica, della filosofia e della storia, la tecnica rischia di dimenticare la propria finalità ultima: il bene e la dignità dell’essere umano.
Applicata alla politica, la mancanza di questa sintesi trasforma la governance in pura tecnocrazia o in mero calcolo elettorale, incapace di rispondere alle grandi sfide umane e sociali.
Per amministrare uno Stato serve sia il rigore analitico sia la capacità di comprendere i bisogni profondi dei cittadini e il valore della coesione sociale.
Max Weber, nel suo celebre saggio La politica come professione (Politik als Beruf), individuava le tre qualità fondamentali che devono distinguere l’uomo politico degno di questo nome:
«Si possono dire tre qualità preminenti fondamentali per l’uomo politico: passione, senso di responsabilità, polso (lungimiranza).»
Max Weber, La politica come professione (1919)
Monito per il 2027: la minaccia della guerra ibrida e il valore del voto
Questo richiamo al merito e alla responsabilità etica assume un’urgenza drammatica in vista delle elezioni politiche che chiameranno al voto l’elettorato italiano nel 2027.
Il contesto globale e nazionale in cui ci si appresta a votare non è più soltanto quello della dialettica democratica tradizionale, ma quello di una strisciante e complessa “guerra ibrida“.
Come evidenziato dal Capo di stato maggiore dell’Esercito, il Generale di corpo d’armata Carmine Masiello, i conflitti contemporanei non si combattono solo sul campo di battaglia convenzionale, ma attraverso attacchi cibernetici, sabotaggi e, soprattutto, la disinformazione e la guerra cognitiva.
L’obiettivo strategico di tali ingerenze esterne è proprio minare la coesione di un paese, manipolare le leve emotive e destabilizzare le istituzioni democratiche dall’interno, trasformando lo smartphone e i social media in un campo di pressione psicologica sui cittadini.
«L’obiettivo è minare la coesione di un Paese e l’anello più esposto è la singola persona. […] La tenuta del Paese dipende dalla risposta integrata di istituzioni, imprese, mezzi di comunicazione e mondo dell’informazione, fino a ogni cittadino.»
Generale Carmine Masiello, Capo di stato maggiore dell’Esercito (2026)
In vista del fondamentale appuntamento elettorale del 2027, questo quadro rappresenta un severo monito per l’intera comunità nazionale. Cedere alle sirene della demagogia, del populismo urlato o della propaganda di parte significa consegnare lo Stato a una fragilità sistemica di cui i rivali geopolitici sapranno certamente approfittare.
Scegliere rappresentanti e governanti sulla base della loro reale preparazione, della reputazione internazionale, della trasparenza morale e della capacità di analisi e difesa strategica non è più soltanto un’auspicabile riforma di buon senso: è una misura imperativa di sicurezza nazionale e di difesa della democrazia.
Il voto del 2027 dovrà superare le appartenenze ideologiche cieche per porre al centro il merito e la capacità etica di chi è chiamato a guidare e gestire la res publica.





