Home Cultura Magione (PG), un festival di rilievo nazionale

Magione (PG), un festival di rilievo nazionale

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Festival delle Corrispondenze 2026

Ovvero quando piccolo si fa grande

Quando piccole è bello. Forse è il caso di dirlo riguardo il Comune di Magione, quasi 15.000 abitanti, ubicato a ridosso del lago Trasimeno.

Il Comune, da anni ha promuove un festival, segnatamente il Festival delle Corrispondenze, che, da evento locale, è ormai diventato una manifestazione di assoluto rilievo, dimostrando che talvolta non occorrono le metropoli o le grandi città per avere eventi aventi uno standing di assoluto rilievo.

Durante la scorsa settimana in un magnifico borgo digradante sul Trasimeno, Monte del Lago (uno dei diversi borghi ricompreso nel comune di Magione), si è svolta, appunto, la quindicesima edizione del Festival delle Corrispondenze, che ha portato alla ribalta della cultura nazionale un turrito abitato medievale, caratterizzato da scorci e tramonti unici su un lago, che ha ispirato artisti quali Goethe, Byron, Aganoor, D’Annunzio, Puccini, Schnabl e così via.

Una Capalbio sul Trasimeno, verrebbe da dire visto il successo e la partecipazione di artisti, giornalisti, divulgatori, scrittori, personaggi televisivi e intellettuali, unitamente alla risposta di pubblico.

Così, anche quest’anno, dal primo al sei settembre a Monte del Lago, con tre anteprime tenutesi a Perugia e Castel Rigone, si è avuta una partecipazione in costante crescita, con giornate caratterizzate da una presenza di spettatori che ha superato le aspettative.

Un risultato che conferma non soltanto l’attenzione crescente verso la manifestazione, ma anche la forza di un Festival che negli anni ha costruito una propria identità precisa, riconoscibile e difficilmente assimilabile ad altre esperienze culturali.

Il Festival ha superato, infatti, le 12mila presenze, con il tutto esaurito a ogni appuntamento serale e preserale, dalle anteprime alla giornata conclusiva.

Protagonisti degli incontri del 2026 sono stati: Carlo Lucarelli, Marco Travaglio, Lucio Caracciolo, Barbara Tamborini, Giovanni Minoli (primo Premio Corrispondenze per la divulgazione), Gino Castaldo, Paolo Crepet, Giorgio Caravale, Melania G. Mazzucco, Claudio Cerasa (Premio Corrispondenze per il Giornalismo), Roberto Mercadini, Alessandro Aresu, Filippo Ceccarelli, Michela Ponzani, Telmo Pievani, Anna Foa, Cathy La Torre, Giacomo Panozzo, Antonio Caprarica, Andrea Colamedici, Maura Gancitano, Luciano Taborchi, Tommaso Cerno, Beppe Severgnini, Simona Ruffino, Edoardo Prati, Ottavia Piccolo, Lucio Biasori, Gian Paolo Romagnani, Mario Portanova, Giorgio Marchesi, Simonetta Solder, Aldo Grasso (Premio speciale Corrispondenze alla Carriera), Andrea Scanzi.

Più che una semplice successione di incontri, il Festival è stato, in realtà, una vera piazza aperta al confronto, nella quale punti di vista, competenze e linguaggi diversi si sono alternati e incrociati per interrogare il presente.

Sui palchi del Festival si è parlato di storia e memoria, informazione e potere, guerre e nuovi equilibri geopolitici, tecnologia e intelligenza artificiale, linguaggio e manipolazione, identità e diritti, ma anche di letteratura, teatro, musica e divulgazione.

Confronti capaci di mettere in discussione certezze, riportare alla luce storie dimenticate e, soprattutto, di offrire al pubblico strumenti diversi per leggere una realtà sempre più complessa, nella quale distinguere ciò che è vero da ciò che viene costruito, deformato o reinventato è diventato una necessità quotidiana.

Vero, Falso, Finto, questo è stato il leitmotiv della manifestazione, ove la lettera conosce questa ambiguità da sempre.

Chi scrive sceglie: cosa dire, cosa tacere, come presentarsi. Ogni corrispondenza è una versione del mondo. Non necessariamente falsa, ma mai del tutto neutrale.

In quello spazio tra il detto e il taciuto, tra l’intenzione e la ricezione, si è sempre giocata la partita più delicata del linguaggio.

La capacità delle Festival delle Corrispondenze è ormai anche quella di saper appassionare nello stesso tempo generazioni, linguaggi e spettatori differenti, senza rinunciare alla qualità e alla profondità dei contenuti.

Il che dimostra come il pubblico riconosca il Festival non soltanto come una rassegna di incontri, ma un luogo nel quale tornare ormai ogni anno per ascoltare, discutere, confrontarsi e, soprattutto, interrogarsi.

È forse proprio questa la cifra più autentica delle Corrispondenze: un festival profondamente identitario, che nasce da un’idea ben precisa riguardo una cultura, capace di partire da una forma antica e intima come la lettera per arrivare alle questioni più urgenti del presente.

Ricordo, con emozione, a questo proposito, il monologo del caro Andra Purgatori sull’agenda rossa di Paolo Borsellino, tenuto qualche anno fa.

Uno sgabello, una bottiglietta d’acqua e due ore e mezzo di racconto nel silenzio contemplativo più assoluto della platea, nel corso del quale, coinvolgendo il pubblico, in un viaggio ricco di particolari e riferimenti, parlando a braccio, Purgatori ha rappresentato interrogativi, come solo chi ha studiato diventando padrone della materia può fare.

Alla fine tra una tirata del suo toscano e qualche domanda, c’era stato il solito spazio per le foto con i presenti.

E questo ensemble, caratterizzato da intimità, credo abbia costituito il successo della formula degli incontri in questo Festival, non disgiunto da vicinanza,  tangibilità e il livello degli ospiti. Come pure la ricchezza del programma.

Quest’anno non si sapeva più dove correre dentro questo borgo, tanta e tale era l’offerta di momenti culturali: dalla bellissima terrazza Palombaro che domina gran parte del Trasimeno, alla piazzetta Sant’Andrea, all’interno dell’omonima chiesa affrescata da un allievo di Giotto che si fermò qui nel tragitto dalla Toscana per andare a dipingere la Basilica di Assisi, ai giardini delle ville, alle camminate culturali per il borgo o nel bosco che arriva al lago. Declamando versi o citazioni di autori realmente vissuti qui.

All’interno della manifestazione ha trovato spazio anche la ventottesima edizione del Premio Aganoor Pompilj, che al Festival ha dato i natali, originariamente nato per raccogliere lettere o documenti inediti sulla vita di Guido e Vittoria Aganoor Pompilj, illustri personaggi d’inizio secolo.

Lui politico e diplomatico, lei poetessa, che furono al centro dei quella che è stata definita La Belle Époque al Trasimeno, ovvero le frequentazioni delle ville nobili, le corrispondenze, le colazioni, i fasti tra pari dell’aristocrazia nobiliare o imprenditoriale che caratterizzò questi incantevoli luoghi prima della Grande Guerra.

Il volume vincitore della prima sezione del Premio “Primo Levi” è risultato “Il carteggio con Heinz Riedt” (Einaudi), curato da Martina Mengoni.

Premiato per la seconda sezione, riservata a componimenti inediti sotto forma di lettera, Luca Battisti con la lettera “Lettera a Doulea”, secondo classificato Giovanni Galli con la lettera “La casa dove il sì non arrivò”, terzo classificato Giosuè Banconi con la lettera “L’incertezza”.

Premiata per la sezione speciale giovani Aurora Papalini con la lettera “A te nonna”.

Menzioni per le lettere “Silenzio” di Noub Abchi, “Ma è davvero così semplice” di Martina Barzi, “Ho pensato a te” di Riccardo Ciccia.

«Il bilancio di questa quindicesima edizione non si misura soltanto nel numero delle presenze, nel tutto esaurito registrato a ogni appuntamento serale, nella crescita costante che ci accompagna ormai da anni: si misura, prima e più ancora, nella qualità di un pubblico che è venuto a Monte del Lago non per assistere, ma per partecipare – così Vanni Ruggeri, vicesindaco di Magione – Un pubblico numeroso, certo, ma soprattutto attento, consapevole, coinvolto, appassionato alle grandi questioni del presente che sono state al centro del programma: le guerre, l’informazione, l’intelligenza artificiale, le narrazioni e la manipolazione del linguaggio. È questo orizzonte d’attesa, più di ogni cifra, la vera misura del successo: perché un festival può riempire una piazza con un nome, ma la trattiene, sera dopo sera, soltanto con la forza dei contenuti».

«Abbiamo scelto ospiti che non venissero a ripetere ciò che già dicono altrove – prosegue il vicesindaco – chiedendo loro di misurarsi senza sconti e senza semplificazioni con un tema, il confine tra vero, falso e finto, che li obbligava a spostarsi di un passo dal loro campo: storici che hanno parlato di finzione, scrittori che hanno parlato di verità, giornalisti che hanno parlato di memoria. Il risultato è stato un programma in cui le discipline hanno smesso di essere recinti e sono tornate a essere ciò che dovrebbero: punti di vista su una stessa domanda. Un festival di qualità non è quello che accumula nomi, ma quello che li mette in relazione. E la relazione è la parola che, chiusa questa edizione, mi sento di consegnare come bilancio».

«Da quindici anni il Festival delle Corrispondenze non è un cartellone che si esaurisce nella sua settimana – conclude Ruggeri – è una comunità che si ritrova, capace di generare nuove pratiche, legami e significati condivisi. Lo dico senza retorica, con la concretezza di chi ha visto le stesse persone tornare, portare altri, riconoscersi. Una comunità che non coincide con il pubblico e nemmeno con il paese, ma li attraversa entrambi e li allarga ai lettori che arrivano da lontano e agli ospiti che tornano da amici. In un tempo che frammenta, un festival che tiene insieme è già, di per sé, un atto culturale. La forza del Festival delle Corrispondenze è tutta qui: non nella somma degli incontri, ma in ciò che gli incontri generano. La lettera, da cui tutto è nato, insegna esattamente questo: che nessuna parola vale se non c’è qualcuno dall’altra parte a riceverla. Un festival crea comunità quando riesce a trasformare il pubblico in interlocutore, il luogo in casa, l’evento in abitudine condivisa. A Monte del Lago questo è accaduto, e continua ad accadere. Ed è per questo che, al termine di questa quindicesima edizione, la sfida è custodire un’identità che il pubblico ci ha riconosciuto, e continuare a meritarla».

«La manifestazione, già proiettata su uno scenario che amplierà e affinerà ulteriormente il suo sguardo nella prossima edizione, ha riconfermato il suo punto di forza in un’interpretazione la più larga possibile del concetto di “corrispondenza” – così Massimo Arcangeli, direttore artistico del Festival – un ponte gettato tra le idee, e le persone che le rappresentano o le incarnano, per attraversare il fossato dell’odio, della violenza verbale e della cieca polarizzazione tra opposte fazioni».

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