Il Paese del Sol Levante cercando di rendere intercambiabili le proprie fonti energetiche
Ieri guardavamo alla Cina dal mare, attraverso la grande scoperta offshore di Huizhou 19-6 nel Mar Cinese Meridionale, un giacimento che ha aggiunto oltre cento milioni di tonnellate di petrolio equivalente alle riserve in posto cinesi.
Il giorno dopo quasi a completare quella fotografia, arriva un’altra notizia, nel Ningxia è entrato a pieno regime il più grande impianto al mondo di coal-to-liquids, la tecnologia che consente di trasformare il carbone in combustibili liquidi e prodotti petroliferi sintetici.
L’impianto, gestito da China Energy Group – Ningxia Coal Industry, ha una capacità di 4 milioni di tonnellate annue ed è parte di un sistema industriale che nel 2025 ha trasformato 24 milioni di tonnellate di carbone.
Già a giugno la Mongolia Interna aveva annunciato l’intenzione di costruire la più grande base cinese per trasformare il carbone in petrolio, gas e prodotti chimici, con un obiettivo dichiarato, aumentare l’autosufficienza nazionale e ridurre la dipendenza dalle importazioni.
Tenendo conto che la regione è uno dei grandi poli cinesi delle energie rinnovabili. Non è dunque una scelta alternativa alla transizione energetica ma la costruzione deliberata di più livelli di sicurezza energetica.
Per comprendere la portata della scelta cinese bisogna però chiarire una cosa, non si tratta semplicemente di “trasformare il carbone in petrolio” c’è un processo molto più complesso.
Il carbone viene prima trasformato in un gas di sintesi, composto principalmente da idrogeno e monossido di carbonio, con i successivi processi chimici, questo gas viene poi convertito in idrocarburi liquidi sintetici.
È chiamata liquefazione indiretta del carbone, che utilizza il principio Fischer-Tropsch.
Il principio Fischer-Tropsch, sviluppato nel 1925 da Franz Fischer e Hans Tropsch presso il Kaiser-Wilhelm-Institut für Kohlenforschung di Mülheim an der Ruhr, nasce dentro una precisa esigenza strategica tedesca.
La Germania possedeva grandi riserve di carbone, ma disponeva di pochissimi giacimenti propri di petrolio e gas naturale. L’obiettivo era dunque trasformare una risorsa nazionale, il carbone, in combustibili liquidi, riducendo la dipendenza dalle importazioni.
Il processo consentiva di trasformare il gas di sintesi, composto da monossido di carbonio e idrogeno, in idrocarburi liquidi attraverso l’azione di catalizzatori.
Era, in sostanza, un modo per trasformare una vulnerabilità energetica in una capacità tecnologica. Niente di nuovo sotto il cielo, nel 1925 la Germania trasformava il carbone in una strategia di autonomia energetica; oggi la Cina fa della stessa logica una politica di potenza.
Perché, nella geopolitica dell’energia, la tecnologia nasce spesso dalla stessa paura, dipendere da qualcun altro per continuare a funzionare.
È interessante collocare questa ricerca nel più ampio passaggio storico dall’era del carbone a quella del petrolio.
Pochi anni prima, Winston Churchill, nominato First Lord of the Admiralty nel 1911, aveva spinto la Royal Navy verso la conversione dal carbone al petrolio, proprio perché il combustibile liquido offriva vantaggi decisivi in termini di velocità, autonomia e rendimento.
Ma quella scelta apriva una nuova vulnerabilità, mentre la Gran Bretagna disponeva di enormi riserve di carbone, il petrolio doveva essere assicurato attraverso approvvigionamenti esterni.
Nel 1914 il governo britannico acquisì, quindi, una partecipazione di controllo nell’Anglo-Persian Oil Company per garantire alla Marina una fonte sicura di petrolio. La lezione strategica era già evidente, quando cambia la fonte energetica di una potenza, cambia anche la geografia della sua sicurezza.
Quello che allora significava Persia, poi Iran, oggi si chiama crisi del Medio Oriente. È qui che nasce uno dei nodi fondamentali della geopolitica contemporanea, il passaggio dal carbone al petrolio non cambiò soltanto il modo di alimentare le flotte, ma spostò il baricentro della sicurezza mondiale verso una regione destinata a diventare, per oltre un secolo, il cuore energetico e strategico del pianeta.
Non è solo un problema industriale ma diventa un problema geopolitico.
La Cina non sta semplicemente cercando nuove fonti di energia, ma sta cercando di rendere intercambiabili le proprie fonti energetiche.
Carbone, petrolio nazionale, petrolio importato, gas, nucleare, rinnovabili, idrogeno, l’obiettivo non è necessariamente sostituire una fonte con un’altra, ma costruire un sistema nel quale più fonti possano alimentare la stessa architettura industriale ed energetica.
È un concetto molto diverso da quello di una semplice transizione energetica una strategia di ridondanza energetica, più vie di approvvigionamento, più materie prime, più tecnologie di conversione, meno possibilità che un singolo shock possa bloccare il sistema.
Avere il controllo di poter assorbire uno shock, una crisi o l’interruzione di una rotta senza che l’intero apparato produttivo venga paralizzato. La Cina conosce perfettamente la propria vulnerabilità.
È una grande potenza industriale ancora fortemente dipendente dalle importazioni di petrolio e gas. Una parte significativa dei suoi approvvigionamenti energetici percorre rotte marittime che attraversano alcuni dei punti più sensibili del pianeta: Hormuz, Malacca, Mar Rosso e Bab el-Mandeb.
Non sono semplicemente nomi sulla carta geografica. Sono colli di bottiglia attraverso i quali passa una parte essenziale dell’economia asiatica.
Ed qui che vediamo come il carbone acquista un significato completamente diverso.
Il carbone è una risorsa che la Cina possiede in quantità enormi e che può essere estratta sul proprio territorio. Il petrolio, invece, deve essere in larga misura acquistato e trasportato.
La possibilità tecnologica di convertire il primo nel secondo certo non elimina la dipendenza cinese dal mercato petrolifero globale non la rende improvvisamente autosufficiente, ma crea qualcosa di strategicamente molto più importante: un’opzione è l’opzione ha un grande valore strategico di sicurezza nazionale.
È la conversione a creare autonomia, è la trasformazione a generare valore strategico e, in ultima analisi, è la tecnologia a trasformare una risorsa in potenza.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


