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Siamo ancora in democrazia oppure in una post democrazia?

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democrazia oppure post democrazia?

Al mondo occorrono solidarietà, coesione, tolleranza, fratellanza, libertà e democrazia

Come ogni anno, settembre è il mese del ritorno al lavoro in cui si apre una fase di riflessione su quello che si è fatto e su quello che si dovrà fare.

Con ottimismo si pensa di iniziare un nuovo percorso di programmi e di azioni da intraprendere, affinché si costruiscano tempi migliori.

Purtroppo, questi tempi migliori sono sempre più una chimera e, anzi, avanzano apatia e disinteresse verso tutto quello che accade.

Si è persa la speranza di poter incidere, come avveniva nel passato, quando si è costruito un modello di diritti e tutele, di istituzioni democratiche e di partecipazione.

Quasi tutti i cittadini, allora, si sentivano componenti effettivi della comunità. Quanto sono lontani quei tempi!

Oggi, tutto quello che sembrava raggiunto in termini migliorativi per le condizioni dell’umanità è stato messo in discussione e una nuova era in cui tutto è ancora oscuro e poco chiaro.

Non ci si rende conto fino in fondo che stiamo andando incontro ad un futuro mai così incerto e problematico.

Un nuovo mantra domina: quello della guerra, come affermazione del proprio Io e della propria cupidigia di “arraffare” sempre più materie prime, territori e ricchezze, con l’obiettivo di dominare sugli altri.

La guerra viene giustificata per combattere dittature ed eliminare pericoli di armi nucleari. Si sostiene che serva per imporre il proprio modello di democrazia.

Alla fine si scopre che spesso lascia solo macerie dietro di sé e instabilità in territori dove vigeva la regola della forza, almeno per tenere sotto controllo il proprio popolo, utilizzando lo strumento della paura, che faceva da padrone su qualsiasi opposizione. In questo moto si manteneva stabile il Paese.

In quei luoghi cosiddetti liberati, tutti i cittadini si ribellano finalmente e si crea spesso un nuovo caos. Per stabilire un nuovo ordine si pagano grossi costi per mettere in piedi una nuova struttura istituzionale, costruire un nuovo gruppo dirigente e limitare così la violenza.

Allora quale democrazia viene portata?

I modelli positivi di vita non si esportano e non si impongono, anche perché dove si sono raggiunti sono costati anni di lotta, di scontri e di grandi mediazioni.

La falsa motivazione viene propagandata, per nascondere i veri obiettivi, e soprattutto regalare ulteriori profitti alle grandi industrie che producono armi.

A questo punto si pone il problema se siamo ancora in democrazia oppure in una post democrazia, come ha sostenuto il politologo inglese Colin Crouch, che ha descritto un sistema formalmente ancora democratico, nel quale, però, i processi comunicativi e decisionali vengono soppiantati da nuove forme oligarchiche e autoritarie.

Poiché il popolo non decide più né sulla politica, né sul sociale, né sulle decisioni che prende il potere e né, tantomeno, se andare in guerra oppure no.

Allora, la domanda è: quale modello di democrazia va ripristinata?

Il concetto di democrazia è intimamente connesso con quello della libertà e non può che essere così; libertà di partecipare, di battersi per un futuro migliore, di poter scegliere, di pensiero.

Queste libertà, a poco a poco, ci sono state tolte, per effetto della grande crisi economica, della finanziarizzazione dell’economia, della politica di austerità europea, della pandemia e delle sue mistificazioni e, adesso, con le guerre.

Il politologo Beniamin Constant, uno dei padri del liberalismo moderno, teorizzò la difesa dell’individuo e la limitazione rigorosa del potere dello Stato e delineò due concetti addirittura antitetici di libertà, che per gli antichi, risiedeva nella diretta partecipazione politica e per i moderni nell’indipendenza privata.

Ne deriva che i primi erano asserviti del tutto all’autorità, la loro partecipazione alla politica avveniva nelle pubbliche assemblee, resa possibile dalla limitata estensione degli stati antichi, come quelli greci o la Roma repubblicana. Mentre i secondi basano il loro impegno per i diritti individuali e sulla rappresentanza politica.

Constant evidenziò anche la differenza fra il cives dell’età antica, dedito soprattutto alla guerra e l’indole pacifica tipica dei cittadini moderni, dediti soprattutto al commercio.

In fondo però, disse Constant, la guerra e il commercio hanno la stessa natura, entrambe sono strumento per raggiungere qualcosa che si desidera.

Solo che la guerra è l’impulso, il commercio è il calcolo razionale e l’esperienza dimostra che la guerra è sempre dannosa e potenzialmente distruttiva, mentre il commercio è una via più “gentile” per ottenere ciò che si vuole.

Ne risulta, quindi, che se la guerra richiede poteri forti centralizzati e l’assoggettamento dell’individuo alle necessità della nazione, che non è nient’altro che il leader, con stimmate dittatoriali, il commercio preferisce l’indipendenza dalle costrizioni statali, gli affari privati e la libertà.

Oltretutto, l’individuo sempre più indipendente nei suoi affari – secondo Constant – esercita grazie al credito un potere sulla politica, perché gli stati hanno sempre più bisogno di denaro e grazie al sistema del debito pubblico, sono schiavi del credito e quindi delle attività dei privati e questo ribaltamento della sfera socio-economica che domina su quella politico-istituzionale rappresenta per Constant un fattore di libertà.

Su questo si sbagliava, almeno stando alla realtà odierna.

È evidente che il passo indietro dell’umanità, in questi ultimi decenni, è stato duplice: economico, sociale e politico, se discutiamo su diritti e valori sociali, ma anche sulla qualità della democrazia partecipata.

Se si vuole modificare le cose vanno sanciti principi e regole dalle quali non si deroga, se sono riconosciuti come valori fondanti di una comunità.

Il processo principale per l’emancipazione dell’uomo, gli consente, in età adulta, di contribuire al progresso della collettività e, quindi, deve essere riconosciuto, in base a criteri che si possono e devono essere valorizzati, recuperando una dialettica democratica, nella completa libertà d’espressione.

Questo, in effetti, è un problema per tutti: oggi prevale l’urlo rispetto al dialogo, la sopraffazione rispetto al riconoscimento dell’interlocutore, il conflitto e la guerra invece che la diplomazia e la pace.

Il problema è: chi può modificare questo stato di cose e chi è in grado di farlo?

Bisogna che si riproponga, con forza e autorevolezza, una proposta innovativa di nuovi soggetti politici che non si chiudono nella conservazione ma si aprano al miglioramento della qualità della vita di tutti i cittadini, iniziando dai più deboli.

Il merito dei contenuti su cui battersi è molto chiaro, ciò che è di più difficile individuazione è lo strumento per attuare queste politiche.

Non esiste una parte della politica che ha una proposta in tal senso e che sappia anche guardare al futuro con una prospettiva adeguata, consapevole della realtà globale che muta quotidianamente, sotto tutti i punti di vista, creando nuovi problemi, nuove sfide.

È questo il problema del nostro tempo!

Noi, come analisti, abbiamo il compito di stimolare, criticare e proporre, poi spetta alla politica individuare le strategie, le azioni e soprattutto individuare un modello di società dove si ritorni a pensare in grande e a ripristinare valori e ideali che vanno verso una nuova centralità della persona, verso obiettivi comuni, e soprattutto verso il dialogo e la pace fra i popoli.

Non è pensabile che questa situazione possa durare ancora a lungo e determini la distruzione dell’Umanità.

La globalizzazione aveva pensato a un mondo senza confini e credeva utopicamente al benessere e alla felicità di tutti. Questo modello è fallito!

Resta la consapevolezza che quegli obiettivi possano ancora essere perseguiti con una nuova forza politica che sostenga la solidarietà, la coesione, la tolleranza, la fratellanza, la libertà e la democrazia.

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