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La destra complice dei palestinesi nelle stragi?

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Strage di Bologna, il mandante secondo il giornalista Edouard Sablier era Abou Ayad.

La strage di Bologna del 2 agosto 1980 fu opera dei palestinesi, ma in collaborazione con i neofascisti.

Uno dei più gravi attentati avvenuti in Italia potrebbe avere una soluzione definitiva e sorprendente.

Erano le 10 e 25 e faceva molto caldo, quel giorno. All’improvviso una miscela di esplosivo di circa 30 chili scoppiò nella sala di attesa della stazione di Bologna, mentre intere famiglie si spostavano verso le località di villeggiatura. L’esito del vile gesto dei terroristi fu la morte di 85 persone e il ferimento di altre 200.

Nelle prime ore vi furono due rivendicazioni telefoniche, una dei NAR, i Nuclei Armati Rivoluzionari della destra, e una delle BR, le Brigate Rosse della sinistra. Entrambe le rivendicazioni furono smentite da successivi comunicati. Ma gli inquirenti puntarono subito sulla pista neofascista.

Vi furono depistaggi dei servizi segreti, ma per la magistratura gli esecutori materiali potevano essere solo tre: Valerio Fioravanti e Francesca Mambro dei NAR, con la complicità di Luigi Ciavardini (fonte L’Espresso).

Ma chi erano i mandanti politici dell’attentato? E perché far morire così 85 persone inermi? Su questo le indagini sono state insufficienti e i quotidiani, in occasione del 38esimo anniversario della strage, lo hanno sottolineato polemicamente.

Eppure una risposta era disponibile sui libri fin dal 1983.

Il giornalista francese Edouard Sablier era certo che il mandante dell’attentato di Bologna fosse Abou Ayad, definito da Sablier “il più vicino collaboratore di Yasser Arafat”, il capo dell’Olp, ossia l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

L’autore del libro, che si intitola “Il filo rosso”, individuava quattro gruppi di terroristi agli ordini dei palestinesi dell’OLP: i marxisti-leninisti che combattevano una guerriglia urbana nei paesi industrializzati, come la banda Baader-Meinhof e le Brigate Rosse, i guerriglieri che combattevano fuori dalle città nei paesi in via di sviluppo, come in Asia e America Latina, i separatisti europei, come i baschi dell’Eta o gli irlandesi dell’Ira, e infine un quarto gruppo comprendente i neofascisti italiani, francesi e tedeschi.

Il quartier generale di tutti questi gruppi era il Libano, dilaniato da una guerra civile tra cristiano-maroniti e rifugiati palestinesi. I gruppi di sinistra venivano addestrati nel campo palestinese di Chatila, quelli di destra, tra cui anche i lupi grigi turchi come l’attentatore del Papa, Alì Agca, a Bir Hassan.

In Francia, Italia e Germania secondo Sablier avvenne una collaborazione tra terroristi di destra e di sinistra che portò non solo alla strage di Bologna, ma anche agli attentati dell’Oktoberfest di Monaco e della sinagoga della Rue Copernic di Parigi. A progettare queste stragi fu sempre Abou Ayad.

La fonte di queste informazioni fu Walter Ulrich Behle, un terrorista neonazista tedesco catturato dai cristiani-maroniti del Libano nel 1981.

Ma allora perché questi neofascisti, e i due nomi indicati dalla magistratura, Mambro e Fioravanti, possono rientrare benissimo anche in questo nuovo scenario, avrebbero ucciso decine di persone insieme ai palestinesi?

Per poter rispondere mi sono andato a guardare su Youtube diverse trasmissioni televisive, tra cui “La storia siamo noi” di Giovanni Minoli. Di una complicità palestinese si era parlato già altre volte.  La stessa storia raccontata da Sablier, della confessione di Behle, è presente nella sentenza emessa dalla Corte di Assise di Bologna dell’11 luglio del 1988.

Nell’elenco dei fatti di quei giorni del 1980-81 compare una notizia Ansa, fatta girare negli ambienti inquirenti dalla Questura di Bologna il 25 giugno 1981, nella quale venivano riportate le dichiarazioni del falangista palestinese Naum Farah, che accusava Abou Ayad sia della strage di Bologna che di quella di Monaco, dicendo le stesse cose di Behle, pur senza specificare che si trattava di terroristi neofascisti. L’indiscrezione non ebbe seguito.

La Commissione Mitrokhin negli anni duemila tornò sulla vicenda.

Il giornalista Gian Paolo Pellizzaro, consulente della Mitrokhin, alla fine dei suoi studi affermò che per la bomba di Bologna i responsabili erano Carlos “Lo sciacallo” e il suo gruppo tedesco-palestinese, sempre legato al Fronte per la liberazione della Palestina (Fplp) di Habash. Questa tesi si scontrò con numerose obiezioni da parte dei politici dell’attuale sinistra.

Lo scetticismo era dovuto a un accordo segreto noto ormai alle cronache come “Il lodo Moro”. Si trattava di un patto di non aggressione firmato dal democristiano Aldo Moro con l’Olp, secondo il quale i palestinesi si impegnavano a far passare armi in Italia, ma senza usarle contro il nostro paese. Pellizzaro sostenne che quel patto venne interrotto per l’arresto in Italia di un palestinese all’inizio del 1980.

Edouard Sablier fornisce a mio avviso una risposta assai più precisa. Innanzitutto stipulare un patto con l’Olp non escludeva affatto la possibilità di subire attentati, poiché i palestinesi erano divisi in svariati gruppi in lotta sanguinosa tra di loro, e il Fronte del rifiuto, come veniva chiamato il Fronte per la liberazione della Palestina (FPLP) di George Habash e Wadi Haddad, di cui parlo spesso anch’io, non accettava che si stabilissero accordi con il nemico occidentale o israeliano, perché il suo scopo principale non era la liberazione della Palestina bensì la guerra permanente negli stati occidentali. Ma non solo.

Nel maggio 1972 avvenne il “patto di Badawi”. George Habash invitò tutti i rappresentanti dei gruppi terroristici in Libano per programmare una lotta comune contro il nemico occidentale, in cui ogni gruppo sarebbe andato in soccorso dell’altro.

 

“Il patto di Badawi – scrisse Sablier – è l’atto di nascita ufficiale del terrorismo mondiale”. Ma dietro a tutta questa struttura, che non escludeva certo i neofascisti, come sottolineò anche il segretario di stato americano nell’era Reagan, Alexander Haig, c’erano i russi del KGB e i cubani di Fidel Castro. Certamente non gli americani.

Ma è veramente così? Io credo che la caratteristica del terrorismo degli anni Settanta che si delinea dalla mia indagine “impossibile” sia una certa trasversalità, cioè un legame bipartisan tra fronti ideologicamente opposti.

Un’interconnessione segreta che ha impedito, come denunciarono gli stessi autori dei due ottimi libri sul terrorismo internazionale, Sablier e la Sterling, che si facesse piena luce sugli scopi politici del terrorismo.

Infatti la collaborazione tra estrema destra ed estrema sinistra cui accenna Sablier la si ritrova anche nella relazione della Stasi sui gruppi terroristici italiani. Alla voce NAR, ecco cosa si poteva leggere: “Cellule Armate Rivoluzionarie” (NAR). Fu chiamato anche il “gemello delle Brigate Rosse” e considerato l’organizzatore del “Terrore Nero”.  A fondare i “NAR” fu Franco Anselmi. Secondo alcuni esperti dell’anti-terrorismo italiano vi confluirono “membri delusi dal “MSI” che voltarono le spalle alla politica legale, dedicandosi alla lotta contro il sistema. Si sapeva anche di una collaborazione che il capo dei “NAR” aveva con le “Brigate Rosse””.

Qualche dubbio bisogna porselo prima di dare per chiusa la faccenda: come poteva un servizio segreto comunista, in combutta con il KGB, fornire la stessa analisi sul terrorismo del segretario di Ronald Reagan? Alcuni servizi di spionaggio dei paesi socialisti non erano al corrente dei piani del KGB?

Può darsi. Oppure entrambi, USA e URSS, avevano interesse a far proseguire il terrorismo palestinese in Europa.

Lo potrebbe dimostrare l’inchiesta sullo scambio armi-droga del giudice Carlo Palermo, nella quale erano implicati sia uomini della loggia P2 italiana, sia uomini della CIA, il servizio segreto americano, sia industrie della Cecoslovacchia, come la Merkuria, una ditta di Praga che scambiava prodotti di ingegneria, o armi, con beni di prima necessità da distribuire in patria.

Le armi partivano per il Medio Oriente con la mediazione di oscuri personaggi siriani legati al regime di Assad, e tramite una ditta bulgara chiamata Kintex. Ma un simile traffico era possibile soprattutto grazie alla copertura garantita dalla mafia siciliana.

Un altro capitolo riguarda i risvolti politici di un possibile legame tra la destra e i palestinesi. Non bisogna dimenticare quei personaggi italiani che giustificarono la violenza del terrorismo palestinese.

Bettino Craxi nel novembre del 1985 fece in Parlamento dichiarazioni molto contestate. In un clima politico certamente più formale e meno violento di quello attuale, l’aver parlato di “legittimità” della lotta palestinese non poteva passare inosservato.

Che fine avrebbe fatto il leader del Partito Socialista, se oltre al coinvolgimento di alcuni suoi uomini dello scandalo armi-droga si fosse anche saputo che i mandanti della strage di Bologna erano proprio palestinesi?

Bisognerà infine rianalizzare sotto una nuova luce la notizia uscita nel 2018 sull’Espresso, secondo la quale Arafat, nel suo diario, avrebbe annotato che Silvio Berlusconi pagò a Craxi i famosi 10 miliardi dello scandalo All-Iberian per finanziare l’OLP. La destra che siede oggi in Parlamento è complice del terrorismo palestinese?

Un discorso a parte va fatto sul presunto depistaggio dei servizi segreti.

Nella sentenza dell’11 luglio del 1988 si possono leggere le motivazioni con cui i vertici dei servizi furono condannati per aver simulato un attentato nel 1981. In pratica avvenne questo: fu trovata nella stazione di Bologna il 13 gennaio 1981, sull’Espresso 514, una valigetta contenente lo stesso esplosivo usato sempre a Bologna il 2 agosto 1980, e il Sismi ritenne che potesse essere opera di un’organizzazione internazionale pronta a una serie di attentati sui treni.

Di questo gruppo terroristico avrebbero fatto parte membri spagnoli dell’ETA, i quali avrebbero rubato 8 quintali di esplosivo in Spagna il 26 luglio 1980, ma sarebbero stati inclusi anche noti terroristi di destra, come Marco Affatigato, svariati esponenti del Fane, un gruppo considerato vicino ai servizi segreti francesi, e neonazisti tedeschi.

Tra questi ultimi compare anche Walter Ulrich Behle, anche se il nome risulta storpiato forse per un errore di trascrizione, che fu catturato dai libanesi e, come abbiamo visto, rivelò la pista palestinese per svariati attentati di quel periodo.

Se gli inquirenti avessero seguito la pista indicata dai servizi segreti italiani, senza per questo entrare nel dettaglio delle indagini su quella valigetta e su chi l’avesse confezionata, avrebbero scoperto quella rete internazionale che si trova descritta su tutti i libri redatti da giornalisti e storici di fama mondiale.

Male, insomma, non avrebbero fatto, visto che qualche anno più tardi vi fu l’ultimo grande attentato terroristico proprio su un treno, il famoso Rapido 904 del 23 dicembre 1984.

Ancora una volta, a mio personale giudizio, dopo l’informativa sulla strage di piazza Fontana, dai servizi segreti era arrivata l’informazione più vicina alla verità storica, ma era stata ignorata.

Ciò non toglie che il mondo dello spionaggio e del controspionaggio fosse torbido e diviso in clan, fazioni che probabilmente difendevano un’ideologia politica. Mi riferisco alla fazione andreottiana di Gian Adelio Maletti contrapposta a quella di Vito Miceli, che era apertamente filo-arabo e filo-libico.

Fu Miceli a far firmare al famoso (perché le cronache parlano spesso di lui) colonnello Stefano Giovannone quel patto di non belligeranza con i palestinesi dell’Olp. Per la precisione fu proprio George Habash del Fronte per la liberazione della Palestina (Fplp) la controparte del Lodo Moro.

Con Habash c’erano Bassam Abu Sharif, portavoce dell’Fplp e consigliere di Arafat all’OLP, e infine Abu Anzeh Saleh, rappresentante dell’Fplp che risiedeva proprio a Bologna. Ed era sempre Saleh il palestinese arrestato a Ortona, insieme a membri di Autonomia Operaia, per detenzione di missili.

L’incidente avvenne poco prima della strage di Bologna. Ciò, secondo la commissione Mitrokhin, avrebbe fatto saltare il Lodo Moro e dato il via libera agli attentati palestinesi anche in Italia.

La Jihad dell’estrema destra italiana

Ancona, sono le 2 e 15 della notte tra il 9 e il 10 maggio del 1974. In una stretta stradina del centro storico, via Podesti, esplode una bomba. Viene lesionato l’ufficio dell’esattoria comunale, crollano i vetri di molti negozi che si affacciano su quella strada che scende dai quartieri alti. Crollano vetri anche dalle finestre dei palazzi. E si fa male una giovane, Rosanna Pignocchi, di 25 anni, a cui è crollata addosso la vetrata della camera da letto.

L’articolo compare sul quotidiano La Stampa del giorno successivo. Si sa già chi è il colpevole, perché è stata lasciata una rivendicazione. Contiene insulti al Parlamento e alla magistratura.

La firma è di “Ordine Nero”, che altro non è se non il vecchio gruppo “Ordine Nuovo”, che era stato chiuso dalla magistratura per ricostituzione del partito fascista. Quel giorno scoppiano ordigni anche a Bologna, Perugia, Milano. E a Bologna si apre un’inchiesta giudiziaria.

Un anno più tardi, il 13 aprile del 1975, un nuovo attentato potrebbe scuotere Ancona, ma una singolare telefonata anonima di una donna, che chiede di correre alla Regione Marche, contribuisce a sventarlo in tempo. Si dice che l’obiettivo dei terroristi fossero le manifestazioni partigiane organizzate per fine mese.

Intanto, il 18 maggio 1974 era già arrivata una svolta nelle indagini. Il sostituto procuratore Luigi Persico, dopo essersi consultato con D’Ambrosio e Alessandrini, che si occupavano della pista nera dell’inchiesta sulla strage milanese di Piazza Fontana, è arrivato all’arresto di un professore universitario di Parma.

Si chiama Claudio Mutti, ha 28 anni. È un personaggio bizzarro. Intanto – dice l’articolo di Giorgio Battistini della Stampa – è amico di Freda, Ventura e Giannettini, gli indagati di piazza Fontana. Lo si è scoperto nel corso di perquisizioni nei suoi appartamenti.

E poi è un fascista convinto. Si ispira alle teorie di Julius Evola, ed è accusato anche lui di voler far rinascere il partito fascista. Mutti però non ci sta e si difende. Non nomina nemmeno un difensore. Sostiene di essere di sinistra, non di destra.

Ma l’anonimo giornalista del quotidiano La Stampa è convinto che siano solo bugie. Mutti ha provato a iscriversi al PSI un mese prima, e non lo hanno voluto. Al momento dell’arresto ha in mano anche una tessera di Potere Operaio e della CGIL.

Qualcosa di sinistro e di sinistra c’è veramente. Lo scoprono i servizi segreti francesi nel 1981. Corrado Incerti su Panorama scrive che a Pinerolo viene stampato in quel periodo un periodico chiamato “Jihad”, con redattori dall’apparente nome islamico.

In realtà, sotto quelle mentite spoglie vi si nascondono degli europei. Umar Amin è Claudio Mutti, che si è convertito all’Islam alcuni anni prima. È un sostenitore di Gheddafi e ha scritto per lui un libro intitolato: “La rivoluzione culturale libica e Gheddafi templare di Allah”.

Ha fondato anche la Lega Italia – Libia. I servizi francesi affermano che Jihad è un giornale islamista “con elementi di antisemitismo, fascismo e anti-imperialismo.” C’è un misto di concetti di sinistra e di destra. È esattamente quello che stava per scoprire il giudice Mario Amato prima di essere ucciso.

Intanto, Claudio Mutti nell’ottobre del 1974 è stato sorprendentemente scarcerato per quegli attentati di Bologna, Perugia e Ancona. Secondo un articolo dell’Unità dell’aprile del 1981 il PM Mario Amato aveva fatto di nuovo arrestare Mutti il 14 maggio del 1979. Erano state trovate lettere con cui si dimostrava che il professore di Parma inviava aiuti in denaro al latitante Franco Freda.

Ma il giudice Amato era finito su qualcosa di molto grosso. Lo si evince da alcuni articoli sempre del 1979. Tutto nasce da un’indagine della procura di Rieti. Il giudice Giovanni Canzio scopre improvvisamente che c’è un vasto gruppo di neonazisti il quale cerca alleanze con le Brigate Rosse. È ciò che scrivevano le spie della Stasi.

Giuseppe Fedi della Stampa riporta, il 19 maggio 1979, che: “l’attenzione degli inquirenti è accentrata su Claudio Mutti, 23 anni, di Parma.” Riecco dunque il principale accusato delle bombe del 1974. È stato indagato per piazza Fontana come per la bomba sul treno Italicus, ma è stato assolto. L’MSI comunque non l’ha più voluto vedere e l’ha espulso. Compare un nuovo personaggio, forse la chiave di quell’inchiesta, che presto approderà a Roma dal giudice Amato. È Maurizio Neri, soltanto omonimo dell’ex calciatore dell’Ancona (come Sgrò, del resto, di cui già c’eravamo occupati).

Questo Neri è un ex paracadutista, fa l’operaio, e vive nel reatino, a Salisano Sabino. Indagando su delle scritte ingiuriose lasciate su un monumento, i carabinieri trovano a casa sua l’intero archivio di un’organizzazione eversiva. Ci sono agendine con numeri di telefono, nomi siglati, un manuale per scrivere scritte sui muri, manifesti del ‘comitato Italia-Islam”, e bobine con le registrazioni delle riunioni della cellula.

Per il giudice Canzio questi neofascisti hanno un programma molto vasto, che prevede la creazione di cellule, l’organizzazione di gruppi di ideologie sia di destra sia di sinistra, l’infiltrazione nei gruppi anti-sistema, come quelli ambientalisti, e infine la pianificazione della guerriglia, con rapimenti e attentati.

Il sospetto degli inquirenti è che questi terroristi siano gli autori degli attentati di Roma di qualche tempo prima, al Campidoglio e al carcere di Regina Coeli.

Il giudice Amato poche ore prima di essere ucciso è al lavoro, anche di notte, per sbobinare delle registrazioni. È completamente solo. Una sua collega, Gloria Attanasio, in un libro di Luigi Manconi uscito nel 1980 rilascerà questo ricordo sul giudice De Matteo, il capo di quella procura di Roma, piena di veleni e scontri politici: “si figuri che aveva detto che Amato era stato vittima del suo ‘eccesso di zelo'”.

Una cosa è certa. La mattina del 23 giugno 1980 il giudice Amato è costretto ad andare al lavoro senza scorta e a piedi, senza auto blindata. La sua è in officina, e il PM De Matteo non ha saputo trovargli un passaggio. Muore alla fermata dell’autobus all’incrocio tra Viale Jonio e Via Monte Rocchetta, falciato da un colpo sparato alle sue spalle dal terrorista nero Gilberto Cavallini, che fuggirà poi in moto con il complice Luigi Ciavardini.

Si torna a parlare sui giornali della cellula nera e rossa di Mutti pochi mesi dopo, quando è già scoppiata la bomba alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. I giudici vanno a cercare il fascicolo su cui lavorava Mario Amato e si avvicinano al gruppo nero noto col nome di “Terza Posizione”.

È una cellula eversiva che stampa un giornale e dirige nuclei armati come fa il terrorismo di sinistra. Scopi dichiarati da Terza Posizione: organizzazione e costituzione dello Stato di popolo. Si tratta di fascisti che non vogliono stare, né con gli americani, né con i russi. Vogliono – dice La Stampa il 20 agosto 1980 – costituire tanti piccoli stati che confluiscano nello Stato di popolo.

Ma ecco di nuovo Claudio Mutti. Anche Canzio e Amato indagavano su Terza posizione, e stavano arrivando ai collegamenti internazionali, ai mandanti. Sono mandanti che si ispirano al terrorismo sudamericano. Ma “Terza Posizione” afferma di guardare anche alla lotta del popolo palestinese contro il “sionismo”, all’amicizia con i libici e gli algerini.

Questa pista ricalca il percorso che secondo la nostra recente ricostruzione, quella del nostro blog, avrebbero fatto i terroristi palestinesi per sterminare la scorta di Aldo Moro in via Fani. In quei giorni della strage di Bologna, nell’agosto del 1980, si parla con insistenza di un centro in Francia e di un ispettore di polizia. Si chiama Paul Durand. Forse si è incontrato anche con Mutti.

L’8 agosto del 1980 un lungo articolo di Gian Piero Testa sull’Unità si occupa proprio di questo. Viene ricordato che il primo a sospettare su una pista francese era stato Giulio Andreotti, che nel 1974, sbarazzandosi di Miceli e Giannettini ai vertici del Sid, aveva affermato: “Una centrale fondamentale che dirige l’attività dei sequestri politici per finanziare i piani di eversione e che coordina lo sviluppo terroristico su scala anche europea si trova a Parigi. Probabilmente sotto la sigla di un organismo rivoluzionario.”

Anche Giannettini – sostiene il giornalista Testa – aveva parlato di una centrale eversiva clandestina, di destra e di sinistra, in Francia. E a Parigi di cose negli anni Settanta ne sono successe, come per esempio il conflitto a fuoco in cui muoiono due agenti dei servizi francesi e un libanese, Moukharbal, braccio destro di Carlos.

Moukharbal è stato arrestato e sta portando gli agenti nella camera dello Sciacallo per un semplice controllo. Ma Carlos spara e uccide tutti a sangue freddo, compreso l’amico traditore. Di questa storia si era occupato Ernesto Viglione, se vi ricordate, e il suo articolo era finito al vaglio dei servizi cecoslovacchi.

A Parigi c’è anche Henri Curiel, in quel periodo. Aiuta a fuggire i terroristi rossi di tutta Europa. Vi trovano un nascondiglio brigatisti di primo piano come Corrado Simioni, che si mette a lavorare in una strana scuola di lingue: Hyperion. Una cosa è certa: Curiel è un agente del KGB. Il resto non lo si scoprirà mai. Anche perché Carlos lavora per i servizi segreti di Gheddafi, e Gheddafi è un amico degli italiani. No, certamente non solo di Claudio Mutti. Anche Ronald Stark lavora per reclutare giovani terroristi da addestrare nei campi libici.

È un agente della CIA. Forse si sta infiltrando per scoprire qualcosa. Non si saprà molto nemmeno di lui. E nemmeno dell’ispettore Paul Durand, che nelle prime ore dopo la strage del 2 agosto si sarebbe recato a Bologna con il neofascista Marco Affatigato.

Almeno così avrebbe ammesso – afferma Testa sull’Unità – il PM Persico. In realtà, anche Marco Affatigato come Giannettini e Stark si sta forse infiltrando negli ambienti terroristici eversivi. Lo spiega sul suo sito l’Archivio ‘900. Sembra che i vertici del Sismi avessero deciso di inserirlo in tutti i fatti tragici di quel periodo, compresa la caduta del DC-9 a Ustica. Stavano cercando notizie di reato, oppure era davvero un depistaggio?

Parigi e la Libia sono territori in cui un altro neofascista trova amici e nascondigli: Mario Tuti. Fu accusato, condannato e poi assolto per la strage del treno Italicus, avvenuta tra il 3 e il 4 agosto 1974, che provocò 12 morti e 48 feriti. Nel 1975 ammazzò due agenti di polizia che stavano per arrestarlo e finì comunque dietro le sbarre.

Il 13 aprile del 1981, nel carcere di Novara, uccise insieme a Pierluigi Concutelli un altro terrorista nero, Ermanno Buzzi, considerato un confidente dei carabinieri. Di Tuti la giornalista Claire Sterling ha tracciato questo breve e inquietante profilo.

“Lo stretto collaboratore di Mutti, Mario Tuti, che ora sconta l’ergastolo per omicidi terroristici, aveva raccolto una somma di centomila lire dall’ambasciata libica a Roma poco prima di abbattere due poliziotti nel 1975”.

Insomma, quando si arriva su Hyperion, sui libici, e su legami tra terroristi neri e rossi, le indagini diventano difficoltose. Questo, almeno, e lo speriamo, succede negli anni di piombo. Il motivo viene svelato nel 1986, quando tra Italia e Libia si giunge a un pericoloso scontro diplomatico. Salta fuori un fatto gravissimo, che in parte avevamo già sottolineato: i nostri servizi segreti avevano collaborato per tanto tempo con i servizi libici.

Ecco quello che scrisse il quotidiano spagnolo La Vanguardia il 16 maggio 1986. La Libia avrebbe sostenuto sia le Brigate rosse, sia il gruppo neofascista di Mario Tuti “Lotta di popolo”, implicato, ma poi assolto come detto, nella strage del treno Italicus. Qualcosa di ancora più terribile era filtrato il 14 agosto del 1980, sempre per le indagini sulla strage della stazione di Bologna. Il Corriere della Sera stava pubblicando in quei giorni dei reportage sulla cosiddetta “Rete segreta di Gheddafi in Italia”.

Un dissidente libico, tale Fadel Messaudi, svelava che l’Italia era piena di agenti libici. Anche il settimanale L’Europeo sostenne nello stesso periodo la tesi dell’appoggio di Gheddafi al terrorismo nero italiano e a Mario Tuti. Scrisse che in Italia erano presenti nel 1980 ben 170 agenti del servizio segreto libico, in piena collaborazione con i servizi italiani.

Èchiaro che per i politici italiani coinvolti Gheddafi doveva rimanere un sant’uomo, nonostante queste rivelazioni, ed è per questo forse che dei libri di Sterling e Sablier che accusavano la Libia di essere il mandante del terrorismo mondiale, o degli articoli del Corriere della Sera, della Stampa o dell’Europeo, non resta nulla nella nostra memoria storica.

Come se nella nostra attualità non esistessero quelli che l’illustre e più forbito di me Giorgio Bocca avrebbe chiamato “i cascami” del terrorismo degli anni di piombo. Le prove che questo sistema eversivo misto, di destra e sinistra, non era solo una fantasticheria.

Che fine ha fatto Maurizio Neri, l’ex paracadutista operaio su cui nel 1979 indagavano il giudice Canzio e il povero Mario Amato? Sul web ne parlano in pochi, ma qualcuno se lo ricorda. Un forum ci ha indicato la sua nuova vocazione politica. Adesso dirige un giornale, e indovinate come si chiama? “Comunismo e comunità”.

È diventato uno studioso di Marx, e nel 2013 ha pubblicato un’apologia, anche se lui non la definisce così, del Movimento 5 Stelle. Una terza posizione, guarda caso, nel sistema bipolare italiano, in cui Neri dice di credere moltissimo.

E Tuti? E Mutti? Tuti nel 2004 ottenne la semilibertà. Ha lavorato in una struttura di recupero per tossicodipendenti di Tarquinia. Conosco bene il posto. Prima che i miei genitori vendessero la nostra casa al mare, passavo davanti a quella comunità nelle mie passeggiate in bicicletta. Mutti invece è un saggista ed editore italiano che dirige la rivista di studi geopolitici Eurasia.

Ombre palestinesi sulla strage di Bologna

Cosa accadeva nel mondo politico internazionale nei giorni dell’attentato alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980? È quanto uno storico si dovrebbe chiedere nel tentativo di contestualizzare i tragici avvenimenti di quell’estate del 1980, che nel 2022 sono stati rievocati solo per strumentalizzarli in campagna elettorale. La solita triste sceneggiata.

All’epoca avevo 7 anni. Come ho scritto su Twitter, rispondendo all’appello di Repubblica, con il quale si chiedeva ai cittadini se ricordavano il luogo in cui erano e cosa facevano quel maledetto giorno, in realtà non ho alcuna emozione collegata a quella tragedia.

Ciò non è dovuto alla tenera età (infatti la strage di via Fani, precedente di due anni, la ricordo come fosse ieri), ma probabilmente al fatto che mi trovavo come ogni estate (luglio prevalentemente) nella casa dei nonni materni a Viserba di Rimini. Lì non c’era la televisione.

Se capitava qualcosa di importante, tipo i mondiali dell’82, si andava a vedere la televisione nei bar di via Dati, il lungomare di Viserba. Probabilmente quel 2 agosto del 1980 stavo per tornare a Roma.

La mia unica fonte di informazione erano i telegiornali. Quelli me li facevano vedere. I giornali li leggeva papà. Se lesse la notizia dell’attentato non lo so. Non me ne parlò mai. Mentre ricordo bene come fu vissuto più da vicino il terremoto del novembre 1980 in Irpinia, terra natia di mio padre e dei miei nonni paterni.

Ma cosa accedeva dunque nell’agosto del 1980 nel mondo? Scusate la lunga divagazione, serve a capire il motivo per cui oggi apro internet e mi metto alla ricerca di informazioni d’archivio. Ebbene, c’era qualcosa che nei ricordi della strage di Bologna non sento mai nominare.

Lo Stato di Israele aveva compiuto un bel colpo di mano: aveva deciso con una legge del Parlamento, varata esattamente il 30 luglio 1980, di proclamare Gerusalemme capitale indivisibile della nazione.

“Con 69 voti favorevoli, 15 contrari e tre astenuti, il parlamento israeliano ha approvato la legge che fa di Gerusalemme la capitale unica ed indivisibile dello Stato di Israele”.

Con queste parole veniva annunciato dal giornale svizzero Gazzetta Ticinese un fatto che aveva già un precedente, nel 1950, ma che rischiava di provocare una nuova reazione violenta dei palestinesi.

Gerusalemme è da sempre divisa in due zone, la parte israeliana e quella araba. Ogni tentativo di forzare la mano, anche molto recente, è stato interpretato come un abuso. Figuriamoci cosa poteva accadere in un periodo denso di attentati, compiuti in giro per l’Europa dalle fazioni interne dell’OLP, l’organizzazione per la liberazione della Palestina.

Le reazioni politiche furono veementi. Persino gli Stati Uniti condannarono la decisione israeliana, accusando il capo del governo, Menachem Begin, di mettere in pericolo gli accordi di Camp David, ossia quel patto di pace con cui era stata messa fine alla guerra dello Yom Kippur, tra Israele ed Egitto. Ma gli storici sanno che, quando Israele è in guerra, tutto il mondo arabo si coalizza e si allea con i suoi nemici.

Anche l’ONU si era inserita nella vicenda lanciando attraverso i suoi Stati membri un ultimatum a Israele: entro novembre 1980 avrebbe dovuto ritirarsi dai territori palestinesi occupati: Cisgiordania e striscia di Gaza.

Il quotidiano torinese La Stampa del 31 luglio 1980 affermava che: “con 112 voti a 7, e 24 astensioni, tra cui quella dell’Europa (Italia compresa), l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha chiesto il ritiro di Israele da tutti i territori occupati e la formazione di uno Stato indipendente della Palestina.” Richiesta durissime, quelle dell’ONU, che Israele come si poteva prevedere non accettò.

Lo status di Gerusalemme era da svariati giorni sulle prime pagine dei giornali. In Francia e Germania ci si aspettava una ripresa degli attentati terroristici, naturalmente di marca arabo-palestinese. E in Italia? Anche qui c’era da settimane un certo fermento.

Milano in primavera era stata scossa da piccoli attentati rivendicati da sigle sconosciute, provenienti dalla galassia brigatista rossa. Ma il fatto più eclatante fu la bomba fatta esplodere sempre il 30 luglio davanti al Municipio di Milano. Erano le due di notte: un’auto al tritolo era pronta a fare a pezzettini il neo-sindaco socialista Carlo Tognoli, che si apprestava, come nel periodo del caso Moro, a presiedere una giunta sostenuta dai voti dei comunisti.

A leggere gli articoli pare che fossero ben tre gli esplosivi, ma due rimasero bloccati. Non ci fu nessuna vittima e l’episodio venne presto dimenticato, perché l’Italia fu subito travolta dall’evento tragico del 2 agosto. Eppure le rivendicazioni un’indicazione chiara ce la offrivano. Una telefonata al Corriere della Sera aveva attribuito la bomba di Milano alla sigla: “Comitato rivoluzionario per il contropotere”.

Gazzetta Ticinese riferì che gli inquirenti “erano propensi a credere” che si trattasse di un’organizzazione legata alle Brigate Rosse. Ebbene, anche dopo l’attentato alla stazione di Bologna le Brigate Rosse rivendicarono la strage, così come fecero i NAR, salvo poi smentire entrambe la propria responsabilità.

Che cosa poteva essere successo?

A mio giudizio, può essere corretta la ricostruzione offerta dal giornalista Paolo Cucchiarelli. In un recente libro, ha cercato di dimostrare che l’esplosivo di Bologna (e qui Cucchiarelli è senz’altro più preparato di me sui dettagli militari) era solo di passaggio e che i neofascisti, e forse pure alcuni palestinesi, andavano visti come gli incaricati del trasporto.

Qualcosa andò storto e la bomba esplose tra turisti innocenti. Forse per questo NAR e Brigate Rosse, pur volendo attribuire un valore politico a quel materiale bellico andato sprecato, furono costretti dall’immane e indesiderata carneficina a lasciare anonimo il gesto.

Dunque, NAR e Brigate Rosse insieme? Possibile? Perché no. Il lettore del mio precedente libro “L’indagine impossibile” ricorderà l’analisi che la STASI, la polizia di sicurezza dell’ex Germania Est, realizzò nello stesso periodo sui NAR, in un suo rapporto assai completo, e per molti dettagli inedito, sul terrorismo italiano.

Lo pubblichiamo nuovamente: “Cellule Armate Rivoluzionarie” (NAR): Fu chiamato anche il “gemello delle Brigate Rosse” e considerato l’organizzatore del “Terrore Nero”. A fondare i “NAR” fu Franco Anselmi. Secondo alcuni esperti dell’anti-terrorismo italiano vi confluirono “membri delusi dal “MSI” che voltarono le spalle alla politica legale, dedicandosi alla lotta contro il sistema. Si sapeva anche di una collaborazione che il capo dei “NAR” aveva con le “Brigate Rosse”.

La donna che visse due volte

Una delle domande che mi sono posto, quando ho sfogliato l’album del terrorismo internazionale, è stata: perché così tante belle ragazze tedesche scelsero il terrorismo, la violenza? In fondo, sono due cose, la bellezza e l’uso delle armi, che secondo me fanno a pugni.

Ingeborg Barz era bella, bionda. La sua scheda, la numero 13, dice che non era tanto alta: solo un metro e 61. Portava la frangetta, aveva i capelli lisci, un viso gradevole ed era nata nel 1948. Oggi nel 2020 avrebbe 72 anni.

Storia incredibile, la sua. Si unì alla rivoluzione della Banda Baader Meinhof nel 1971, ma l’anno dopo si sarebbe pentita, e per questo sarebbe stata uccisa proprio da uno dei leader del gruppo terroristico, Andreas Baader, che le avrebbe sparato e l’avrebbe uccisa centrandola nel collo. Eppure il suo corpo non fu mai trovato. Sul sito baader-meinhof.com si legge questa breve sua biografia.

“Ingeborg Barz, una giovane segretaria, si unì alla banda Baader-Meinhof nel dicembre del 1971 insieme al suo fidanzato politicamente attivo Wolfgang Grundmann. Dopo alcuni mesi di fuga Barz chiamò sua madre il 21 febbraio, dicendo che voleva tornare a casa. Non venne mai più vista.

Si è sempre pensato che fosse stata uccisa alla fine di febbraio 1972 perché voleva lasciare il gruppo. Ma il luogo in cui si trovava il suo corpo non è mai stato adeguatamente determinato. Un cadavere venne scoperto in una foresta fuori Monaco nel luglio del 1973, ma non si poté stabilire in modo definitivo che fosse di Barz. Il “traditore” Gerhard Müller del gruppo Baader-Meinhof in seguito ha testimoniato che Andreas Baader le aveva sparato, ma la sua testimonianza era piena di incongruenze e quindi rimanevano domande.”

La polizia tedesca trovò il corpo di una donna che aveva il teschio compatibile con quello della Barz, ma non era stata uccisa, tanto meno per un colpo di pistola nel collo. È per questo che nel 1976, e anche in seguito, continuò a cercarla. La sua scheda è presente, sia nello schedario della polizia di Bonn, sia nell’album del KGB.

Nel corso di un’intervista che l’ex terrorista Hans Joachim Klein concesse al giornale Der Spiegel, alla domanda sul perché la polizia continuasse a cercare la Barz, Klein rispose: conservano tanti dati. Le schede devono essere sempre terrificanti. La polizia ha un motto: “spara senza pietà”. Hanno bisogno di scene teatrali per giustificare il costoso apparato di polizia.

I dubbi restano. Si dice che Ingeborg Barz fuggì in Irak con una nuova identità. Però pochi l’hanno più vista. Tranne in una circostanza. La sua foto-segnaletica è perfettamente compatibile con l’identikit della donna sospettata della strage di Bologna del 1980.

Teoricamente poteva essere lì. Ma se la Barz partecipò davvero alla strage, chi erano gli altri tre terroristi degli identikit che furono diffusi all’epoca dai giornali italiani?

Potrebbe esserci dentro un altro tedesco: Karl-Heinrich Adzersen, detto “il dottore di Heidelberg”. Anche lui ha avuto due vite, se così possiamo dire, tuttavia in questo caso la colpa è anche della giustizia tedesca. Sfogliando gli articoli di Der Spiegel c’è qualcosa che non torna. Adzersen sarebbe stato arrestato due volte nel giro di due anni.

Ma andiamo con ordine. Dati personali: Adzersen Karl-Heinrich, tedesco. La scheda numero 2 lo descrive alto un metro e 90, con foltissimi capelli. È nato nel 1944. Nella sua vita criminale, stando a quanto lascia intuire il KGB, usava altri cognomi: Sonke, Nissen e Husum. Vasta eco fu data al suo primo arresto, nel maggio del 1979.

In un cablogramma partito da Bonn e diretto al Dipartimento di Stato americano si può leggere il seguente testo: “Le autorità hanno annunciato l’arresto il 9 maggio a Heidelberg di un dottor Adzersen, un medico accusato di aver aiutato la RAF. È stato posto in confinamento preventivo a Karlsruhe ma è previsto – potrebbe già esserlo – che sia spostato nel carcere di massima sicurezza”.

Secondo l’articolo che uscì su L’Unità l’11 maggio del 1979, Adzersen avrebbe fornito medicinali, narcotici e altro materiale ai membri della RAF. Il suo appartamento fu perquisito. Era un periodo denso di arresti, il 1979, in Germania. Arresti e sparatorie. In una di queste morì Elisabeth Van Dyck, che si sospettava fosse implicata anche nella strage di via Fani. Non mancarono le polemiche, perché pare che la donna fosse di spalle nel momento in cui gli agenti spararono.

Un articolo di Der Spiegel del 1981 spiegò, in seguito, che, se la Van Dyck non fosse morta, gli agenti sarebbero finiti sulle tracce di Adzersen, come di altri terroristi, il cui mandato di cattura venne sospeso. Adzersen era sospettato di aver partecipato al rapimento Schleyer. Ma intanto erano passati già due anni e l’uomo era tornato libero.

Nel marzo del 1981 la polizia dell’ex Germania Occidentale sorprese alcuni terroristi della RAF i quali, appena usciti dal carcere, avevano pensato bene di andare a trovare alcuni amici del gruppo. Tra questi c’era il dottor Adzersen, i cui consigli medici erano molto preziosi per i banditi.

La polizia sorvegliava tutto di nascosto, senza intenzione di intervenire. Ma ci si mise di mezzo una pattuglia della stradale, che fermò la BMW 2000 grigia di Adzersen per un controllo. Dentro l’auto c’era anche un ricercato e così l’avventura del medico di Heidelberg ebbe nuovamente termine, con la solita coda di polemiche. Sembra di capire che anche in questo caso le accuse contro Adzersen non vennero confermate.

Eppure c’è la scheda del KGB, con tanti cognomi falsi. E c’è la somiglianza con l’identikit di Bologna, quello dell’uomo con tanti capelli. Era Karl-Heinrich Adzersen? È possibile che il 2 agosto del 1980 si trovasse a Bologna? Teoricamente sì, è possibile.

Non bisogna dimenticare che, nello stesso periodo, la STASI, la polizia di sicurezza dell’ex Germania Est, in una sua relazione accusava della strage alla stazione di Bologna il gruppo Hoffmann e la RAF. Ne ripropongo il testo già pubblicato su L’indagine impossibile.

“Secondo la comunicazione della BRD-Zeitung “vestfalian Rundschau” del 30.9.1980, uno dei capi dell’organizzazione palestinese “al Fatah”, Abu Ayad ha detto ad un corrispondente italiano a Beirut che nell’accampamento di addestramento di Agura in Libano orientale gli italiani così come i tedeschi si stanno addestrando.

In termini concreti, l”uz’ scrive: “la leadership dell’OLP aveva reso consapevole che in campi di addestramento fascisti in Libano l’attacco a Bologna era pianificato con la partecipazione dei terroristi tedeschi, tra cui un certo Hoffmann. Inoltre, nei mass media occidentali, ci sono state indicazioni di volta in volta che i fascisti italiani si sarebbero formati anche in campi paramilitari in Libia e nello Yemen. I risultati operativi relativi alle attività di viaggio dei membri della “RAF” o “movimento 2 giugno” confermano il loro ripetuto soggiorno in Italia”.

E non è finita. Nell’album del KGB ho trovato anche altri due terroristi compatibili con i rimanenti identikit. Si tratta di due arabi (il testo russo del KGB dice proprio “volto di discendenza araba”): Abd-Al-Rahman Asad Muhammad Asad (figurina 183), nato nel 1944, e Taus Raymun Issa (figurina 214), classe 1955.

Tutto questo, ovviamente, non basta per cambiare la storia processuale, ma sono certo che qualche dubbio i giudici d’ora in poi lo avranno.

Autore

  • Massimo D'Agostino

    Massimo D'Agostino Massimo D'Agostino, giornalista pubblicista insegna Italiano e Storia. Dal 2010 gestisce il blog di storia e attualità "E cronaca". Dal 2011 pubblica saggi storici e libri sportivi. Nel 2022 ha vinto la pergamena del quarto posto al Premio letterario internazionale "18 maggio" con il libro sulla seconda guerra mondiale dal titolo "Venti metri sottoterra".

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