
Brasilia, il giorno in cui la democrazia ha parlato
L’11 settembre 2025 è entrato nella memoria del Brasile come il giorno in cui la democrazia ha parlato con voce ferma. La Corte Suprema Federale ha condannato l’ex presidente Jair Bolsonaro a 27 anni e 3 mesi di carcere per aver orchestrato un progetto golpista dopo la sconfitta elettorale del 2022.
Quattro giudici su cinque lo hanno riconosciuto colpevole di complotto, partecipazione a un’organizzazione criminale armata e tentativo di sovvertire lo Stato di diritto. Il giudice Alexandre de Moraes lo ha definito “leader di una struttura criminale”.
Bolsonaro, che si proclama vittima di persecuzione politica, non è in carcere: resta agli arresti domiciliari, mentre i suoi legali tentano nuovi ricorsi e chiedono che la pena venga scontata a casa per ragioni di salute.
Un primo appello è stato respinto nel novembre 2025. Fuori dai tribunali, il Paese ha reagito con due emozioni opposte. Nel centro di Brasilia, centinaia di cittadini sono scesi in strada per celebrare la sentenza tra applausi, slogan, pupazzi satirici e cori: “Bolsonaro in prigione!”. Davanti al bar Pardim, storico ritrovo della sinistra, è stata evocata anche la dimensione internazionale del caso con slogan contro Donald Trump.
”È giustizia, finalmente”, ha detto una giovane, in lacrime. A pochi chilometri, davanti alla casa dell’ex presidente, i sostenitori hanno organizzato una veglia di preghiera. Con bandiere brasiliane, statunitensi e israeliane, hanno cantato inni religiosi e invocato il suo nome.
«Presidente Bolsonaro, ti amiamo!», ha gridato Rita dos Passos, 59 anni, dal tetto di un camion. Nessuna protesta: solo fede, identità e lealtà. La condanna segna un precedente storico: è la prima volta che un ex presidente viene riconosciuto colpevole di aver tentato di smantellare la democrazia dall’interno.
Per giuristi e osservatori, è la prova che lo Stato di diritto brasiliano è maturo e capace di giudicare anche i suoi ex leader. Ma per altri, l’onda non si è placata: Bolsonaro conserva un vasto seguito e rischia di trasformarsi in un martire politico, alimentando polarizzazione, risentimento e tensioni sociali.
Interdetto da incarichi pubblici fino al 2030, ha comunque annunciato che intende influenzare le elezioni del 2026. La battaglia, giudiziaria e politica, è solo all’inizio. In un Brasile sospeso tra festa e preghiera, tra giustizia e ferite aperte, la democrazia ha parlato. Ma non ha ancora detto l’ultima parola.





