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LA LEGGENDA DI DANTE GIOVINETTO

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di Gilberto Di Benedetto

Puccio Capanna e i Bandinelli di Siena: la leggenda del Dante giovinetto

Nel fermento artistico del Trecento, mentre Siena viveva il suo splendore con i Lorenzetti e Simone Martini, e Assisi risuonava ancora dell’eco del genio di Giotto, un episodio poco noto avrebbe intrecciato la vita di Puccio Capanna con la nobile famiglia Bandinelli di Siena.

Si narra che, intorno al 1345, Puccio Capanna, reduce da lavori nella Basilica di San Francesco ad Assisi, fu chiamato a Siena su richiesta di Messer Bartolomeo Bandinelli, membro influente della casata. I Bandinelli, banchieri e mercanti, erano profondamente legati all’Ordine francescano e mecenati di numerose opere d’arte sacra. Bartolomeo, devoto a San Francesco e fervente ammiratore di Dante Alighieri, desiderava adornare una cappella privata di famiglia, situata all’interno della Chiesa di San Francesco a Siena.

Puccio Capanna, noto per la sua fedeltà allo stile giottesco ma aperto agli influssi più dolci della scuola senese, accettò l’incarico. Si stabilì per alcuni mesi in città, ospitato nella residenza dei Bandinelli nei pressi di Piazza del Campo. Qui, a stretto contatto con gli artisti locali, ammirò le innovazioni di Pietro e Ambrogio Lorenzetti, affinando ulteriormente la sua sensibilità cromatica e l’attenzione ai dettagli narrativi.

Oltre agli affreschi sulla vita di San Francesco, che purtroppo andarono in gran parte perduti durante i restauri ottocenteschi, Puccio eseguì in quella cappella un’opera particolarmente cara ai Bandinelli: il cosiddetto “Dante giovinetto”, un affresco che raffigurava il sommo poeta in età adolescenziale, con uno sguardo ispirato e un volto caratterizzato da un naso dolce e delicato, quasi fanciullesco, espressione di purezza e aspirazione giovanile. L’opera, di rara grazia, colpì profondamente l’ambiente culturale senese, tanto da essere ricordata nei secoli successivi dai cronisti locali.

Purtroppo, il “Dante giovinetto” andò anch’esso distrutto nei restauri ottocenteschi, ma un frammento raffigurante il volto giovanile di Dante fu staccato e salvato grazie all’intervento di alcuni amici della famiglia Bandinelli, devoti custodi della memoria artistica senese. Oggi quello stacco, raffigurante il delicato profilo di Dante con il suo caratteristico naso dolce, è conservato a Roma, in una collezione privata appartenente a questa cerchia di estimatori vicini ai Bandinelli, considerato un raro esempio del talento narrativo e umano di Puccio Capanna.

Si dice che fu proprio l’incontro con Bartolomeo Bandinelli e la creazione del “Dante giovinetto” a ispirare in Capanna un nuovo approccio alla rappresentazione della figura umana, più intima e vibrante, che si riflette nelle sue opere successive in Umbria.

La collaborazione tra Puccio Capanna e i Bandinelli non fu solo artistica, ma anche umana: si tramanda che il pittore avesse stretto un saldo legame di amicizia con il giovane figlio di Bartolomeo, Niccolò Bandinelli, il quale, molti anni dopo, divenne egli stesso un protettore degli artisti e collezionista di opere d’arte.

Oggi, la memoria di quel sodalizio è quasi svanita, ma chi osserva con attenzione le mura della Chiesa di San Francesco a Siena può ancora scorgere i segni sbiaditi di quel passaggio: il frutto di un incontro tra il rigore giottesco e l’eleganza senese, mediato dal mecenatismo illuminato dei Bandinelli. E, tra le sale di una dimora romana, il volto giovanile di Dante, con il suo naso dolce e sognante, tracciato dalla mano di Puccio Capanna, continua silenziosamente a contemplare l’eternità.

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  • Redazione

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