
di Dario Sardo
BRUNETTO LATINI: I SEI GIORNI DELLA CREAZIONE (da
IL TESORETTO).
[…] «Voi non sareste ancora
de l’umana natura posto in bando;
chè n’la mente me fitta, e or m’accora,
la cara e buona immagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora
m’ insegnavate come l’uom s’etterna:
Inferno XV, 80-85.
[Voi non sareste ancora esiliato dalla natura umana (cioè morto) poiché mi è fissa nella
mente e ora mi riempie di dolore, la dolce cara immagine paterna di voi quando nel mondo
a poco a poco – ogni volta che se ne desse l’occasione – mi insegnavate come l’uomo
possa immortalarsi (acquistandosi fama).]
Dante così omaggia il suo maestro Brunetto Latini. Il suo debito di riconoscimento è
per la persona e per ciò che gli ha insegnato: lo studio dell’etica e il suo svolgimento non
istituzionale – ad ora ad ora m’ insegnavate come l’uom s’etterna –a d ora ad ora, cioè ogni volta
che se ne avesse l’occasione, il maestro aveva cura di rivolgersi al discepolo per insegnargli
come l’uomo si potesse immortalare con la fama acquisita.
Brunetto Latini (1220/30- 1293) fu uno dei protagonisti della vita culturale fiorentina,
vissuto al centro di quel mileau di matrice giuridico-culturale ( vi troviamo Bono Giamboni,
il “causico”Albertano da Brescia) che la critica più recente (Marcello Ciccuto) definisce
come il cosìddetto “protoumanesimo fiorentino”, che influenzò profondamente la
formazione dantesca.
Latini svolse importanti incarichi politici per il suo comune, militando tra i guelfi e
questo gli provocò l’esilio in Francia nella fase di supremazia ghibellina. Lì compose in
francese le sue opere più significative. In quasi 3000 versi Il tesoretto narra il viaggio
dell’autore da una selva misteriosa, – evidente l’analogia con quella dantescav– governata
dalla Natura, fino alla vetta dell’Olimpo, attraverso il regno delle Virtù, il giardino del
Piacere e il monastero della Penitenza.
La statura del personaggio ci è data, del resto, dal necrologio che Giovanni Villani scrisse
nella sua cronaca del 1294:
«[…] Nel detto anno morì a Firenze uno valente cittadino il quale ebbe nome Ser
Brunetto Latini, il quale fu gran filosofo, e fue sommo maestro di rettorica […] e fu
dittatore del nostro Comune. Fu mondano uomo, ma di lui avemo fatta menzione però
ch’ egli fu conciatore è maestro in ingrossare i Fiorentini, e farli scorti in ben parlare, e in
saper guidare e reggere la nostra repubblica secondo la Politica.» (Nuova cronica, IX, 10).
L’appellativo di mondano – dissoluto – si ripresenta nella confessione che lo stesso
Brunetto fa di se stesso nel Tesoretto, vv.2560-61 (che ssai che sèn tenuti /un poco
mondanetti), e ciò sostanzialmente legittima la condanna dantesca per sodomia.
Tutto ciò, comunque, non ha impedito ad attribuire al Latini un ruolo decisivo nella
storia di Firenze e, soprattutto, per l’importanza letteraria e poetica della sua opera.
Qui di seguito riporto un estratto della parte iniziale del Tesoretto, che segue la dedica Al
valente segnore ,e che si apre con il Primo Discorso Della Natura, articolato sulle seguenti
trattazioni:
o Dio e natura
o I quattro modi della creazione
o L’incarnazione
o Digressione: versi e prosa
o I Sei Giorni
o Il peccato originale
o Creazione diretta e indiretta. Termina il primo discorso della Natura.
o Visione del creato.
In evidente chiave allegorica – la stessa che ritroviamo ne De planctu naturae e ne
Anticlaudianus di Alano di Lilla, di cui «Dante verosimilmente conosceva queste opere
attraverso gli insegnamenti del suo maestro Brunetto Latini che si era ispirato ad Alano
per la stesura del Tesoretto» (Dario Sardo, Dante e la sfera di Alano,la metafora del cerchio nel
Sermo de sphaera intelligibili di Alano di Lilla e nel Paradiso di Dante, p.23) – ciò si esplicita nella
trama narrativa del Tesoretto che si articola in una serie di discorsi – Primo discorso della
Natura, Secondo discorso della Natura, Discorso di Larghezza, discorso di
Cortesia, Discorso di Lealtà, Discorso di Prodezza, La penitenza – in cui troviamo,
in funzione di “imagines agentes”, Natura, Larghezza, Cortesia, Lealtà, Prodezza,
Penitenza in quanto scritte con la maiuscola – e quindi personificate – riguardo
alle quali appare più corretto, anziché quello di metafora, usare il termine di
intigumentum (stilema letterario di derivazione neo platonica) secondo cui: «Dietro
l’apparenza esiste dunque e va cercata la chiave di lettura alternativa, quella offerta
dall’intigumentum o involucrum, cioè da quel genere di dimostrazione che, dietro il
rivestimento di immagine poetiche o mitologiche, espone contenuti e verità di ordine
morale filosofico» (Cfr. Dario Sardo, saggio citato, p.37).
Qui di seguito riporto i versi dedicati a
I sei giorni della creazione , tratti dal Tesoretto, Il primo discorso della
Natura (vv. 427- 468):
O mai a cciò ritorno, Ora ritorno a ciò che Dio fece nel primo giorno…
Secondo la tradizione biblica, “in principio” Dio creò “il
cielo e la terra” e la luce dando inizio alla serie dei
“giorni”. Nel secondo dei quali creò un “firmamento”
(una specie di coperchio apribile al bisogno) separatore
delle acque che si trovano “sotto” di esso (mare e fiumi)
da quelle che si trovano “sopra” (la pioggia).
La terra fu distinta dal mare e fecondata il terzo giorno;
le stelle, il sole e la luna, creati il quarto giorno; animali
marini e uccelli il quinto; il sesto, gli animali di terra e
infine l’uomo e la donna.
Nulla invece dice della creazione degli angeli, integrata
successivamente dai teologi. Per Agostino, (Civitas Dei XI
9) alla creazione degli angeli si riferiscono alle parole cielo
o luce. Importante notare che nella stesura originale del
Tresor – Le livre dou Tresor – (ovviamente in francese o,
meglio, in occitano) troviamo al I 6: «La bible nos raconte
que au comencement Nostre Sire comanda che li mondes fus faiz,
c’est a dire ciel et terre et clarté et les angles.
Che Dio fece lo giorno
e la luce gioconda
e il cielo e terra e onda,
e l’aïre creao
e egli angeli fermao,
ciascun partitamente
e tutto di neente. (“di” è complemento d’origine, dal niente)
Poi la seconda dia. ( come nel latino “dies ”è femminile)
per la sua gran balìa
stabilìo ’l fermamento
e ’l suo ordinamento.
Il terzo, ciò mi pare,
ispecificò ‘l mare (distinse, dividendolo dalla terra, il mare)
e la terra divise
e ‘n ella fece e mise
ogne cosa barbata (ogni cosa che è radicata in terra)
che ‘n terra è radicata.
Al quarto dì presente (al quarto giorno, senza indugio, fece perfettamente, tutte le
stelle differenti e varie che illuminano)
fece compiuta-mente
tutte le luminare,
stelle diverse e vare.
Nella quinta giornata ( “Au quint jour comanda que poissons fussent fait”–Tresor. Cit).
sì fu da llui creata
ciascuna creatura
che nota in aqua pura.
Lo sesto dì fu tale
che fece ogn’ animale
e fece Adamo ed Eva,
che puoi ruppe la treva ( dal franc. “trieve”, patto)
del suo comandamento.
Per quel trapassamento (trapassamento trasgressione)
mantenente fu miso (immediatamente fu messo fuori, scacciato dal Paradiso)
fora di paradiso,
dov’ era ogni diletto
sanza neuno aspetto (aspetto, nel senso di attesa, timore)
di fredo e di calore,
d’ira né di dolore;
e per quello peccato
lo loco fue vietato (lo loco è l’Eden collocato, nell’estremo Est della terra emersa)
mai sempre a tutta gente. (mai sempre, per sempre)
BRUNETTO LATINI, TESORETTO, 427- 468.
L’afflato poetico di questi versi è palpabile, il senso del sacro e del trascendente – di cui è
fatta la Commedia – nasce anche dal grande affetto e dalla determinante influenza culturale
ed etica che Dante derivò – anche e soprattutto – da questo – “altro” – suo maestro:
«…“Siete voi qui, Ser Brunetto?” / E quelli : “O figliol mio, non ti dispiaccia/ se Brunetto
Latino un poco teco/ ritorna ‘n dietro /e lascia andar la traccia » (Inf. XV, 29-32).
Come non convenire– per dirla con il Boccaccio – che “La teologia niun’ altra cosa è che una
poesia di Dio”? ( Giovanni Boccaccio, Trattatello in laude di Dante, XXII).
IL RIPOSO DI DIO NEL SETTIMO GIORNO.
Da un manoscritto inglese del XIV secolo – London, British Library.





