
di Angelo Giubileo
Oggi, la tecnica ci pone di fronte a sfide decisive per il futuro della nostra stessa specie.
In passato – a fronte della prospettiva che Riccardo Campa definisce “consolatoria” e al cui apice si eleva e inscrive il pensiero di Parmenide – la tecnica – con l’avvento dell’imperialismo e del cristianesimo – apriva alla possibilità di un futuro “rivoluzionario”, di matrice corrispondentemente storica o religiosa.
Oggi, entrambe queste matrici rappresentano invece l’espressione di una tecnica ormai consunta, che ha esaurito la propria forza motrice e cioè la propria forza ideologica.
Ma, altresì, oggi la prospettiva della tecnica è cambiata. Perché, come sapientemente il filosofo e scienziato britannico Alfredo North Whitehead avrebbe detto ancora oggi, la prospettiva dell’IA e dell’ingegneria genetica è diventata senz’altro più “concreta”, e tale da prevedere un futuro più “probabile” per una nuova specie che oggi diciamo transumana o postumana ma non sappiamo esattamente “cosa” sia.
E allora, come ripeterebbe ancora oggi Heidegger, dall'”oblio del disvelamento dell’essere”, sorge il concreto “pericolo” e dal pericolo l’idea di una concreta “salvezza”.
E allora, concretamente – aldilà della prospettiva consolatoria dell’essere parmenideo o heideggeriano – oggi non si tratta più di scegliere se “essere o non essere”, ma se “mutare o perire”. In futuro, tutti saremo parmenidei o postumamisti.
E tutto questo è ciò che Riccardo Campa spiega più di ogni altro e nel modo migliore, da almeno quindici anni; il tempo trascorso dalla prima alla seconda edizione del suo saggio: “Mutare o perire”.
Emanuele Severino ne aveva già parlato nel suo “Il destino della necessità”, configurando la scelta del futuro di allora tra la forma dell’essenzialismo heideggeriano e la forma del nichilismo nietzschiano.





