di Gianvito Caldararo
Sempre di più i politici italiani adottano un linguaggio pieno di volgarità. Pare proprio chi il decano dei giornalisti italiani, Vittorio Feltri, e lo scrittore e critico d’arte, Vittorio Sgarbi, hanno fatto scuola. Non c’è giorno che non si assiste a qualche politico italiano che si segnala per qualche frase e intervento di volgarità. Ciò conferma quanto affermava lo storico d’arte svizzero, Jacob Burckhardt, che “l’immortale sulla terra è la volgarità”. Mentre il nostro Giuseppe Prezzolini, sosteneva che “il linguaggio è un impoverimento del pensiero”.
La volgarità è così diffusa in generale e in politica, che si ha l’impressione di trovarsi di fronte ad una vera e propria diffusione della coprolalia, cioè la tendenza impulsiva a pronunciare parole oscene e volgari. Sintomi che si riscontrano nella nota sindrome de la Tourette. Tutti ricordano la frase del noto socialista Rino Formica, autore di “la politica è merda e sangue”, cui, come sottolinea Fabrizio Roncone del Corriere della Sera, Formica faceva riferimento “all’efferatezza di certi accordi e alla spregiudicatezza necessaria per realizzarli”.
La massima del socialista Formica è stata superata da Stefano Bandecchi, eletto sindaco della città di Terni. I suoi interventi in Consiglio comunale sono una vera e propria escalation di volgarità. Durante una discussione sulla “violenza di genere”, Bandecchi interviene e afferma: “Cari signori, diciamoci la verità: un uomo normale guarda il culo di una bella donna e, forse, ci prova pure. Poi, se gli riesce, beh, se la tromba pure”. Nonostante le vivaci reazioni dei rappresentanti politici presenti in Consiglio comunale, Bandecchi continua ad arricchire e integrare i suoi interventi con parole di una certa volgarità. È stato capace di sputare in faccia ad un cittadino che criticava il suo operato.
Da ultimo per una frase volgare si è segnalato anche il comunista, Marco Rizzo, divenuto sovranista, ma sempre fieramente anticapitalista, il quale, come evidenzia Massimo Gramellini nella sua nota rubrica “Il caffè”, ha detto: “Mi piace la gnocca e non mi dovete rompere le balle”. Massimo Gramellini, afferma che “oggi nulla è più politicamente corretto della critica al politicamente corretto”. Secondo Gramellini, “vi si esercitano in molti, ricevendo applausi scroscianti, specie se la critica è formulata in modo un po’ becero”.
A tal proposito, Gramellini sottolinea che “viviamo un periodo in cui la volgarità viene spacciata per spontaneità, addirittura per verità, e non stupisce che la taverna dei social abbia tributato al compagno gnoccofilo (Marco Rizzo) il più facile dei trionfi”. Ma proprio per questo, sottolinea Gramellini, “le sue parole non risuonano particolarmente coraggiose o rivoluzionarie. Quello che Rizzo sventola come un vessillo di libertà è solo il rigurgito dell’antica cultura patriarcale che nella donna vedeva anzitutto un oggetto di piacere”.
Al lettore che chiedeva a Gramellini se dobbiamo per forza scegliere tra il linguaggio forbito ma oscuro del neoministro alla cultura, Giuli, e quello chiaro ma triviale di Rizzo, Gramellini ha risposto: “che esiste pur sempre una terza e tersa via. La lingua italiana. Secondo lo scrittore, giornalista e poeta, Karl Kraus, il linguaggio deve essere la bacchetta del rabdomante che scopre sorgenti di pensiero”. Mentre Thomas Edward Lawrence, sosteneva che “un tocco di volgarità – nel senso migliore della parola – è indispensabile alla grande arte”.
Un vecchio adagio popolare sostiene: “dimmi come parli e ti dirò chi sei” . Comunque, Il buon parlare è segno di virtù. E a proposito del parlare, Voltaire affermava: L’orgoglio dei piccoli consiste nel parlare sempre di sè, quello dei grandi nel non parlarne mai. Mentre Pascal, sosteneva: Se vuoi che la gente pensi bene di te, non parlare bene di te stesso. Per Democrito “la parola è l’ombra dell’azione”. Le buone parole valgono molto e costano poco (George Herbert). La parola, la madre del pensiero (Karl Kraus).




