
di Carmine Paradiso
La Poesia con la sua armonia, annuncia il profumo della primavera, il calore dell’estate, la dolcezza del decadente autunno, gli acri odori dell’inverno intrisi di sentori di agrumi, di mirto, della macchia mediterranea e dei venti freddi e salmastri che sferzano le coste.
I ricordi sono la nostra vita, riandare alla memoria della casa d’infanzia, conservata gelosamente in un segreto cofanetto dell’anima, rifugio sicuro dove non ha accesso il Tempo, la sua indelebile vitalità, le sensazioni dello spirito giovane plasmatosi su momenti d’intense sensazioni inalterabili, profumi di casa nell’amore dei genitori, suoni e colori d’ambienti, di armoniose vissute atmosfere.
Sconfinare nell’eternità della memoria, di sensazioni e sentimenti, attimi di vita sospesi nell’aria, di cui se ne percepisce netto il profumo.
Il Tempo è fermo, l’anima batte i suoi rintocchi sull’orologio della vita, i sentimenti in versi di dolce poesia sono affreschi dai colori saturi dei dipinti dei grandi Maestri, un’opera d’arte di vita con aspetti gioiosi o dolenti ma profondi. Liriche d’irrefrenabile, impetuosa carica di sentimenti affastellatisi nell’animo, a segnare le epoche, donano stille preziose di gioia, serenità, ricordi.
La medesima interiore serenità sgorga dall’animo e dalla penna del poeta che, raccontando se stesso, il proprio cuore e intelletto, trasporta il lettore, verso dopo verso, sull’onda metrica dei versi, dipinge il mondo, le sue meraviglie, i suoi colori, le sue sofferenze.
Siamo fulminati dalla bellezza come in estasiata contemplazione di un’opera di Raffaello, di Lotto, Crivelli, con lo sguardo all’insù, sollevati da terra, trasportati dalla narrazione pittorica in una dimensione trasfigurata. D’altronde le grandi anime degli artisti hanno saputo trasfondere se stessi nelle loro opere, donandosi al mondo.
La nostra era storica, priva di armonia, di Bellezza, si rispecchia in Monna Lisa, nell’espressione intraducibile dei suoi occhi, nell’angolazione del suo sguardo fuori dal Tempo, tra il sorriso ineffabile e il suo ieratico ovale di volto femminile, che raccontano l’epoca in cui la donna è vissuta, inducendo al paragone con la contemporanea, la cui comprensione si nega alla compiuta conoscenza, vestendo sempre mentite spoglie.
Se mai possa esistere prova dell’inesistenza del Tempo, la Gioconda ne è la sua viva testimonianza e raffigurazione, i sentimenti che lo sguardo comunica a chi si ponga in contatto spirituale con lei, dimostrano l’eternità delle vibrazioni degli occhi nel cui profondo è impressa l’Eternità dell’Essere che supera indenne gli insulti del Tempo che scorre fluido su di lei senza scalfirla.
La Verità pudicamente nuda è in quegli occhi, nello sguardo dolce e ammonitore, non può manifestarsi in altra guisa quale essere sincero e onesto, non lascerà passare la Menzogna che tenta con ogni mezzo l’inganno dei viventi, togliendo loro il ben dell’intelletto, illudendoli, come novella Maga Circe.
Immersi nell’onirico paesaggio dello sfondo leonardesco, i contorni dell’immagine sfumati nello spazio perioculare e della bocca, restano simboli traslati identici sino ai giorni nostri, adombrando il mistero che da sempre attraversa l’Umanità.
Fissità, incertezza dell’inconoscibile, anche ambiguità, mai furono espressi in maniera più sobria, gentile, affascinante, coinvolgente, ipnoticamente pervasivo e, al contempo, angoscioso.
È l’interpretazione del senso della vita oltre il ritratto stesso, un affresco quale filosofia dell’Essere, della vita, in atmosfera del momento storico con le sue anomale vicende nel secolo leonardesco mai scevre da brutture.
Il volto della dama di greca armoniosa perfezione, simboleggia contradittori sentimenti, affascinando la platea, incantandola, novella figlia del “Big bang” e del “Big Brother” che tutto vede e tutto decide… per il “bene” di tutti. Incipit e fine del mondo insieme.
Il Tempo passa… mai invano.
La delega di democrazia non appaga gli animi stanchi, ennesima pagina di Storia in fogge nuove, non riconoscibili né identificabili da chi non è dotato di anticorpi, sempre Storia uguale e identica a se stessa.
L’epoca “indisciplinata” che per avventura tocca di vivere si consumerà, si trasformerà sotto l’urto degli eventi ma i nostri occhi non ne avvertiranno i mutamenti. Le evoluzioni e involuzioni della società umana avverranno in modo lento da renderne impossibile la percezione. Resterà immutata la fascinazione dell’anima, ispirata dall’accattivante sguardo di “Gioconda” ad ammonirci, con impassibile bonomia e infinita dolcezza e pazienza, che padroni e sudditi, governi e cittadini spesso s’identificano, come due facce di una stessa medaglia, diverse e uguali, come un figlio è simile al genitore.
Gli Artisti illuminati, cui il fato ha concesso di calcare la terra di questo pianeta, trasferiscono in noi, preziosi insegnamenti attraverso l’espressione della loro anima, rendendoli princìpi immortali.
Monna Lisa segue con lo sguardo i nostri movimenti, ispira i nostri pensieri con severità vestita di grazia, ad ammonimento e invito a scrutare in noi stessi, confrontare, misurare azioni e comportamenti verso il prossimo, a conoscerci nel profondo, secondo l’antico monito scolpito sul frontone del Tempio dell’Oracolo di Delfi dedicato al dio Apollo, “conosci te stesso”.
Ogni grande Anima, con il pennello o con la penna, ha lasciato memoria di sé ai posteri, ha descritto sentimenti, sensazioni, idee di valenza universale, un’Eternità che menti attente e predisposte sanno assimilare e trasferire al prossimo.
Il drammaturgo Molière (Jean-Baptiste Poqueline), nel XVII secolo, nel regno di Francia del Re Sole Luigi XIV, ha lasciato in eredità le sue opere teatrali, in cui amava coinvolgersi come interprete, una miniera di saggezza, rappresentazione di caratteri e situazioni umane da cui trarre ispirazione per conoscere, attraverso le mille sfaccettature dei comportamenti. Fustigò i costumi della società francese dell’epoca, l’Assolutismo instaurato da Luigi nell’amministrazione dello Stato, come investito Re da parte di Dio senza l’intermediazione della Chiesa.
Terminava con lui l’epoca imperiale del Sacro Romano Impero nato dall’apocrifa, inesistente Donazione del Potere Temporale da parte di Costantino il Grande Imperatore al Pontefice della Cristianità.
Lo Stato era ormai intriso d’ipocrisia, la dissimulazione aveva assunto un ruolo predominante nella corte e nella società.
Le varie epoche lasciano vestigia perverse se classe dirigente e popolo per incapacità, scopi illeciti e inconfessabili, ignavia, mollezza di costumi, si servano della mascheratura delle proprie azioni, facendole percepire meritevoli di approvazione sotto una spessa coltre di falsità. L’ipocrisia è il più subdolo e pericoloso dei metodi di vita di relazione, contrabbandare per verità azioni di infime, dissimulando comportamenti dell’esatto contrario di quanto appaia. Artifizi e raggiri indorati con argomentazioni accattivanti che ribaltano la realtà, illudendo, rendendo credibile ciò che vero non è.
Un gioco da abili illusionisti di menti perverse capaci di fare “credere l’incredibile” contro l’evidenza di fatti e circostanze di assoluta limpidezza e comprensione.
È alchimia psicologica, retorica linguistica e logica che richiede scaltrezza e predisposizione, in un contesto di complicità di pari livello, per essere convincenti.
Non sono “arti” che s’imparino se non vi sia individuale predisposizione, fenomeni antichi nella Storia e nei rapporti umani, dai quali è facile essere irretiti prestando credibilità se non preparati per circostanze che deformano i criteri della comprensione.
È utile rifarsi a figure di drammaturghi come William Shakespeare, Molière, Carlo Goldoni, gigante della commedia italiana del settecento, le cui opere hanno descritto l’animo umano sotto le più diverse sfaccettature.
Il pubblico è ormai disabituato ad appassionarsi a rappresentazioni teatrali di questi autori, le cui opere quasi scomparse dai palcoscenici teatrali, sono state sostituite da testi originali contemporanei, spesso di scarso valore, che rispecchiano problematiche odierne, note alle platee, che non offrono conoscenza ma insinuano compiacimento dei fenomeni negativi rappresentati, inducendo all’emulazione.
La descrizione di caratteri umani e situazioni nei testi contemporanei, ha deformato le nuove generazioni desuete alla narrazione classica, rendendole fragili rispetto a situazioni che richiedono una disponibilità alla conoscenza oggi rara.
La società contemporanea è “disumana”, non pone più al suo centro Uomo e Donna, bensì oggetti.
Le persone hanno assunto figura di “cose”, non di esseri viventi dotati di intelligenza. Il materialismo bieco e becero, il consumismo sfrenato, sono il “vitello d’oro” di biblica memoria. L’oggetto travolge l’Essere, divento suo schiavo.
Obiettivo non sono i sentimenti, i rapporti umani ma il modo d’impossessarsi dell’oggetto materiale del desiderio.
Rieducare lo spirito, riabituarsi ad un modo di sentire e pensare desueto, richiede un Tempo lunghissimo durante il quale non si potrà assistere a nulla di esaltante, come in tutte le epoche di transizione che non producono positività ma consumano e si consumano, sino al loro stesso annullamento.
È comprensibile che nella platea di un teatro, davanti ad uno schermo cinematografico o televisivo per assistere ad Amleto, Avaro, Locandiera, il pubblico possa essere perplesso, non più avvezzo ad argomenti, situazioni e modalità recitative desuete. Necessita una rieducazione al quel genere di spettacolo, abbracciati da un’atmosfera antica e nuova insieme, narrazione dell’essere umano e delle sue peculiarità, per riappropriarsi di una dimensione perduta, facendola rivivere per tornare ad affascinare l’animo come ha fatto per secoli.
L’essere umano è sempre uguale a se stesso e periodi brevi o lunghi di tempo non potranno cancellare per sempre quanto impresso nella genetica che, però, necessita di lungo Tempo per recuperare la positività, abbandonando le perversioni di un modus che ha tolto all’Homo la qualifica di Sapiens.





