Home Politica estera FINO ALL’ULTIMO UCRAINO PER NON PERDERE LA FACCIA?

FINO ALL’ULTIMO UCRAINO PER NON PERDERE LA FACCIA?

0

Zelensky, il comico divenuto presidente, oltre a fare cassa e a parlare di vittoria, dovrebbe smetterla di raccontare fanfaronate e fare i conti con la sua realtà interna, cosa che, a dire il vero, non è fatta nemmeno dai tromboni della propaganda occidentale che si nutre di frasi di circostanza sulla pace giusta, la vittoria sicura, la sconfitta di Putin e via discorrendo.

La Casa Bianca e i due candidati alla presidenza hanno risposto picche al suo “Piano per la vittoria”, una sorta di pallone gonfiato propagandistico che fa solo capire quanto il leader di Kiev viva ormai in una logica di difesa di se stesso e del suo cerchio magico di comando, frutto delle selezioni pluriennali di Victoria Nuland e di George Soros.

Zelensky, che non è riuscito a ottenere dall’incontro con Joe Biden il permesso di innescare la terza guerra mondiale, si è intascato un altro assegno di 8 miliardi di dollari in armi, aggiungendo altro debito all’Ucraina sempre più incastrata in un futuro di dipendenza.

Mentre Zelensky racconta le sue fantasie, probabilmente seguendo un copione, è interessante seguire la realtà della guerra così come è raccontata non da filo putiniani, ma da media occidentali e da ucraini che si sottomettono alla narrativa ufficiale.

Lo stesso Volodymyr Zelensky, lunedì sera, dopo un incontro con lo Stato maggiore, dove sono stati presentati i rapporti dei vari fronti del campo di battaglia, di fronte alla tragica realtà che non presume fanfaronate propagandistiche, ha detto: “La situazione sulle prime linee è molto difficile“. 

Realtà, questa, che è ben presente anche al nuovo segretario Nato, l’olandese Mark Rutte, il quale, nella sua prima conferenza stampa, ha detto che “la situazione attuale” in Ucraina “chiaramente non è facile“.

Zelensky ha detto che con lo Stato maggiore “sono state discusse diverse questioni chiave. La prima è la gestione delle brigate“.

Fosse solo quello.

Secondo un rapporto del Financial Times di Londra, l’esercito ucraino soffre di un continuo declino delle capacità delle sue unità di prima linea, poiché le perdite tra le unità addestrate ed esperte hanno alimentato una crescente dipendenza dalle unità di leva con capacità operative molto limitate. 

Secondo il Financial Times , il 50-70% delle reclute sopravvive solo pochi giorni in prima linea, soffre di scarsa motivazione ed è incline al panico. 

Gli standard di addestramento sono stati così scarsi che non tutti sanno impugnare un’arma. Inoltre, l’esaurimento del numero di maschi considerati in età da combattimento fa sì che l’età media delle reclute mobilitate sia ora di 45 anni. 

Il rapporto fa seguito alla dichiarazione del Comandante in capo delle Forze armate ucraine Oleksandr Syrskyi, nominato all’inizio di febbraio, secondo cui le reclute hanno costantemente dimostrato di non avere l’addestramento necessario per le operazioni in prima linea. 

Il Wall Street Journal aveva riferito a metà del 2023 che l’esercito ucraino reclutava uomini poveri dai villaggi, li forniva di fucili e uniformi dell’era sovietica e dopo appena due notti in una base li inviava in prima linea. 

Il 15 settembre 2023 il tenente colonnello Vitaly Berezhnyon, alto ufficiale di leva della regione ucraina di Poltava, ha rivelato che le unità hanno subito perdite estreme, “su 100 persone che si sono unite alle unità lo scorso autunno, ne rimangono 10-20, il resto sono morti, feriti o disabili”. Questo indica un tasso di perdite dell’80-90% nelle unità di leva nell’ultimo anno. 

Ad aprile l’ambasciatore ucraino nel Regno Unito ed ex ministro degli Esteri Vadim Pristaiko aveva lamentato perdite di personale catastrofiche. “La nostra politica – aveva detto- è stata fin dall’inizio quella di non parlare delle nostre perdite. Quando la guerra sarà finita, lo riconosceremo. Penso che sarà un numero orribile”.

Tra gli ucraini che non si piegano alla propaganda di Zelensky, che ormai non regge più da nessuna parte, eccelle Tatarigami (@Tatarigami_UA), giornalista d’inchiesta che segue passo passo la guerra in corso e guarda in faccia la realtà, senza se e senza ma e che si può seguire su X.

Tatarigami, ad esempio, guardando al fronte di Vuhledar scrive: “Continuano i pesanti combattimenti per Vuhledar. Non capisco la logica di tenere le rovine fino all’ultimo, quando le vie di rifornimento/evacuazione stanno passando sotto il controllo del fuoco nemico. Dal momento che il comandante in capo ha recentemente sostituito il comandante di brigata, questa non è una decisione locale”.

Eccoci al punto. Comandi sbagliati dal centro, probabilmente legati a esigenze di propaganda.

Tatarigami ci fornisce un’analisi impietosamente realistica dell’attuale situazione dell’Ucraina.

“Esaminiamo attentamente le possibili conseguenze se l’Ucraina congelasse il conflitto senza fornire solide garanzie. Innanzitutto, considerate i problemi economici e demografici dell’Ucraina del dopoguerra. Il paese ha perso circa il 18% del suo territorio, comprese importanti regioni agricole e industriali nel sud e nell’est. Anche nelle aree sotto il controllo ucraino vicino alla linea del fronte, la terra rimane insicura a causa di estesi campi minati. Porti marittimi come Mariupol e Berdyansk sono occupati e grandi strutture industriali, simili ad Azovstal, sono distrutte. Demograficamente, la situazione è ancora peggiore. Prima della guerra, l’Ucraina aveva già affrontato uno dei peggiori trend demografici in Europa. Il Ptoukha Institute for Demography stima che solo circa 29 milioni di persone vivessero in aree controllate dal governo all’inizio del 2024, in calo rispetto ai 45 milioni prima dell’invasione russa del 2014 e dell’annessione della Crimea. La guerra ha accelerato l’esodo dei giovani ucraini, in particolare donne e bambini, lasciandosi alle spalle una popolazione anziana. A ciò si aggiunge il fatto che centinaia di migliaia di veterani torneranno a casa, molti dei quali avranno bisogno di supporto fisico e psicologico. Gestire questo peso sociale, economico e politico senza garanzie di sicurezza sarebbe un compito monumentale per qualsiasi stato costretto ad avere una spesa militare elevata, per non parlare dell’Ucraina, con un PIL pro capite quasi 5 volte inferiore a quello della Grecia”

Quadro drammatico, destinato a diventare ulteriormente drammatico ogni giorno che passa con il conflitto in corso.

“Le attuali proposte di pace – scrive tristemente Tatarigami – trasmettono essenzialmente lo stesso messaggio: nessuna garanzia per l’Ucraina, ma una richiesta di cedere territorio e abbandonare le aspirazioni di unirsi all’alleanza occidentale. In altre parole, quasi 30 milioni di persone vengono sacrificate perché l’Occidente è troppo debole e non disposto a prendere decisioni audaci e rischiose che potrebbero plasmare un futuro migliore”.

Il dito è nella piaga: l’Occidente è troppo debole.

Diciamolo in altro modo. L’Occidente (Victoria Nuland, George Soros, Joe Bide, i neo-con, i Dem Usa e i loro corifei) ha spinto l’Ucraina su una china che non poteva che portare la Russia a intervenire, perché Mosca non può sopportare che l’Ucraina entri nella Nato, completando l’accerchiamento del territorio russo.

Lor signori hanno pensato di poter piegare la Russia e non hanno calcolato la ferma resistenza di Mosca e anche le risorse di una nazione vasta e che, nel frattempo, ha stretto importanti alleanze in mezzo mondo.

L’Occidente non ha fatto bene i conti con le sue risorse e, conseguentemente, al di là delle chiacchiere e dei molti soldi donati, sta perdendo la guerra e anche la faccia.

Nel frattempo l’Ucraina sta mandando al massacro i suoi uomini. Fino all’ultimo uomo? Fino all’ultimo uomo per salvare la faccia ad un errore di valutazione di una leadership occidentale incapace, che negli ultimi trent’anni non ne ha indovinata una?

E Torniamo alla narrazione drammatica di Tatarigami.

“Mentre le forze russe continuano la loro avanzata sul fronte di Pokrovsk, i problemi sistemici di lunga data all’interno delle Forze armate dell’Ucraina continuano ad aiutare i russi in questo”.

A scriverlo su X è ancora Tatarigami (@Tatarigami_UA), in una precisa analisi dei fondamentali difetti della catena di comando ucraina.

“Sulla base di numerose conversazioni con sergenti, nonché ufficiali subalterni e superiori in posizioni di comando nella regione del Donbass – afferma Tatarigami – sto scrivendo questo post con l’obiettivo di evidenziare i problemi più comuni e costanti menzionati dalle persone sul campo, su loro richiesta. Sfortunatamente, il comando superiore rimane ampiamente insensibile a queste preoccupazioni quando sollevate internamente”.

Questa prima affermazione è di estrema importanza, in quanto ci fa capire come molte delle difficoltà riscontrate dagli ucraini dipendano dalla catena di comando.
“C’è – continua Tatarigami – una discrepanza apparente tra la valutazione del comando superiore e l’effettiva prontezza al combattimento delle unità. In molti casi, alle unità con capacità operativa limitata vengono affidate responsabilità ben oltre le loro capacità. Ad esempio, brigate di nuova formazione con poca esperienza sul campo di battaglia vengono assegnate per difendere aree critiche e ad alto rischio della prima linea, dove le forze russe hanno accumulato una forza sufficiente per una potenziale svolta. Allo stesso tempo, brigate più esperte e meglio equipaggiate sono di stanza in settori meno pericolosi”.
Strana logica, che ricorda da vicino l’impiego di brigate di élite nella “invasione” propagandistica di Kursk, a detrimento della tenuta sul fronte sud.

“Questo squilibrio – commenta Tatarigami – ha permesso alle forze russe di individuare i punti deboli lungo la linea del fronte e di sfruttarli, specialmente durante le rotazioni delle unità, qualcosa che possono facilmente tracciare grazie alle loro capacità ISR. Il comando ucraino, a sua volta, spesso si affanna a riassegnare battaglioni da altre aree per stabilizzare le aree vulnerabili che sono apparse da calcoli errati. Sebbene tali azioni possano contribuire a stabilizzare la linea e persino a impedire uno sfondamento, lasciano esposte altre parti della prima linea, perpetuando un ciclo di vulnerabilità”.

La coperta è corta e, soprattutto, c’è una differenza eclatante tra il supposto e il reale.
“Per contestualizzare – scrive tatarigami -, ciò che ai piani alti può apparire come “una compagnia con il 60% del personale pronto per l’impiego” potrebbe, in realtà, essere un’unità affaticata con diversi soldati sui 40 e 50 anni o persone con precedenti infortuni e problemi di salute cronici, così come reclute appena arrivate con un addestramento minimo. La vera prontezza al combattimento potrebbe essere più vicina al 30-40%, ma sulla carta, i comandanti vedono un’unità pronta al combattimento”.

La disconnessione discussa in precedenza, si chiede Tatarigami, solleva la domanda: perché gli ufficiali non segnalano l’incapacità della loro unità di svolgere determinate missioni? “La risposta – dice Tatarigami – è semplice: i comandanti di brigata e gli ufficiali superiori sono in ultima analisi responsabili della prontezza al combattimento e alla mobilitazione delle loro unità, secondo i regolamenti. Ammettere che un’unità non è in grado di svolgere un compito è spesso visto come un fallimento della leadership della brigata. Di conseguenza, la soluzione del comando è semplice: se un comandante non è in grado di garantire la prontezza dell’unità, qualcun altro verrà nominato per farlo. Ma la situazione con le risorse o la prontezza al combattimento dell’unità non migliora: si mette semplicemente una persona che spingerà unità con risorse e preparazioni insufficienti a completare un compito che non sono attrezzate per gestire, portando a operazioni fallite, posizioni abbandonate, difese fallite e vittime inutili, qualcosa che le persone possono vedere di persona guardando la mappa dello Stato profondo”.

Quadro, evidentemente drammatico e indicativo di un malessere profondo dell’esercito ucraino, ormai incapace di fare i conti con la realtà.

Inoltre, e qui arriviamo ad uno dei punti maggiormente dolenti, ci sono problemi sistematici con il reclutamento e la formazione.

“La qualità e la quantità delle nuove reclute – spiega Tatarigami – continuano a essere inferiori alle aspettative. Sebbene alcuni centri di addestramento abbiano apportato miglioramenti, la prontezza complessiva rimane allarmantemente insufficiente. Molti soldati appena arrivati ​​non sono preparati per le realtà del combattimento in prima linea, costringendo le brigate a sviluppare e implementare i propri programmi di addestramento interni. La situazione richiede riforme sistemiche, tra cui la creazione di una struttura che sfrutti l’esperienza dei veterani o di coloro che si stanno riprendendo dalle ferite per addestrare e guidare le reclute in arrivo”.

Uno degli ulteriori aspetti di totale incapacità a gestire la guerra è che a tre anni dall’inizio del conflitto, scrive Tatarigami, “l’Ucraina deve ancora implementare completamente un processo di After Action Review (AAR), che non è stato implementato se non nei casi in cui singoli ufficiali hanno preso l’iniziativa. Il livello tattico è il livello più alto in cui viene utilizzato”.

Che cosa è l’AAR? E’ una revisione post-azione che viene utilizzata per fare il debriefing di un progetto o evento e capire cosa è successo, perché è successo in quel modo e come migliorarlo. Può evidenziare aree di forza o di preoccupazione.

“La colpa per i fallimenti operativi – scrive sempre Tatarigami – spesso ricade sugli ufficiali di medio livello e, in alcuni casi, persino sui soldati sul campo. Anche in rari casi, dopo scandali pubblici, quando i generali vengono rimossi dai loro incarichi in seguito a fallimenti catastrofici, vengono solitamente riassegnati ad altre posizioni di comando anziché essere ritenuti responsabili, lasciando poco spazio a ufficiali nuovi, più giovani e più innovativi per salire di grado. Questa incapacità di cambiare, con una gerarchia sovietica sostanzialmente pietrificata all’interno della leadership militare ucraina, continua a generare i problemi sopra menzionati”.

La sintesi di Tatarigami è tragica.

“ In ultima analisi – scrive il giornalista ucraino -, questi problemi sono radicati in fallimenti sistemici al vertice. Scarsa capacità decisionale, inefficiente allocazione delle risorse, programmi di reclutamento e addestramento inadeguati e una fondamentale mancanza di comprensione delle condizioni sul campo continuano a tormentare l’AFU. Questi non sono i fallimenti di soldati o ufficiali che rischiano la vita ogni giorno sul campo e che vengono spesso accusati dal comando per i fallimenti. Queste sono le conseguenze di persone incapaci di ammettere il problema o di elaborare un piano per affrontarlo. Il prezzo di questi problemi è pagato da chi è in prima linea, che sacrifica la propria vita e la propria salute per proteggere le proprie famiglie e il proprio Paese”.

Le ultime notizie dal fronte non sono delle migliori. Le truppe russe sono entrate nel centro di Vuhledar, dove si trova un’importante area fortificata delle forze armate ucraine nel Donbass meridionale. Lo ha affermato il capo dell’amministrazione militare della regione di Donetsk, Vadim Filashkin, alla televisione ucraina definendo la situazione in città “estremamente difficile”.

Zelensky e coloro che gli suggeriscono le sue uscite propagandistiche possono entrare seriamente nella logica di congelare il conflitto e di aprire un tavolo negoziale oppure, come sembrerebbe da alcune fanfaronate, andare avanti con la guerra fino all’ultimo ucraino.

Ormai non c’è terza soluzione.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui