
Il motto del Washington Post è: “Democracy Dies in Darkness” (La democrazia muore nell’oscurità).
E’, forse, in ragione della coerenza al motto che il quotidiano americano ha scritto che l’attacco a Kursk ha fatto saltare i negoziati segreti tra Kiev e Mosca.
Questo mese, secondo il WP, Ucraina e Russia avrebbero dovuto inviare delegazioni a Doha per negoziare un accordo storico che avrebbe fermato gli attacchi all’energia e alle infrastrutture energetiche da entrambe le parti.
L’articolo afferma che ci sono già stati colloqui indiretti, in cui il Qatar ha mediato e si è incontrato separatamente con le delegazioni ucraina e russa.
Il negoziato si è interrotto dopo l’invasione a sorpresa da parte dell’Ucraina della regione russa del Kursk occidentale.
Il Washington Post ricorda che da più di un anno la Russia attacca la rete elettrica ucraina con una raffica di missili da crociera e droni, causando danni irreparabili alle centrali elettriche e provocando continui blackout in tutto il Paese. Nel frattempo, l’Ucraina ha colpito gli impianti petroliferi russi con attacchi di droni a lungo raggio che hanno dato fuoco a raffinerie, depositi e serbatoi, tagliando la raffinazione del petrolio di Mosca di circa il 15% e facendo salire i prezzi della benzina in tutto il mondo.
In risposta a una richiesta del Washington Post, l’ufficio del Presidente dell’Ucraina ha riferito che il vertice di Doha è stato rinviato “a causa della situazione in Medio Oriente”, ma si svolgerà in videoconferenza il 22 agosto, dopodiché Kiev si consulterà con i propri partner sull’attuazione di quanto concordato. Il Cremlino non ha risposto alle richieste di commento. La Casa Bianca ha rifiutato di commentare questa storia. L’amministrazione Biden sostiene da tempo che i tempi e i termini di un potenziale cessate il fuoco con la Russia dovrebbero essere determinati solo dall’Ucraina.
Con quanto reso pubblico dal WP siamo alla terza puntata di azioni che Zelensky compie per forzare la mano ai Paesi occidentali che ne sostengono la resistenza all’invasione russa.
La seconda puntata riguarda il Nord Stream 2.
La notizia è di mercoledi, è stata resa pubblica dal Wall Street Journal ed è che i tribunali tedeschi hanno emesso un mandato di arresto europeo per un uomo ucraino sospettato di essere coinvolto nel sabotaggio dei gasdotti Nord Stream 1 e 2 nel Mar Baltico nel settembre 2022.
Il Nord Stream 1 e 2 è un’infrastruttura che ha nel capitale della società che l’ha realizzata sia la Russia, sia la Germania. La società che gestisce l’esercizio è, infatti, la Nord Stream AG (gi North European Gas Pipeline Company), che ha sede a Zugo ed è costituita da: Gasprom 51%, Ruhrgas 15,5%, Wintershall 15,5%, N.V. Nederlandse Gasunie 9%, Engie 9%.
I tribunali tedeschi ritengono che Volodymyr Zhuravlov (questo il nome del subacqueo autore del sabotaggio) sia stato coinvolto, insieme ad altri due subacquei ucraini, nel sabotaggio e nella collocazione di esplosivi in profondità nel gasdotto.
Il Wall Street Journal sostiene che l’esplosione di una sezione del gasdotto Nord Stream 2, nel settembre del 2022, fu pianificata da un gruppo di alti ufficiali e uomini d’affari ucraini e guidata dal generale Valeri Zaluzhny, andando contro gli ordini del presidente Volodymyr Zelensky e della Cia. Tuttavia, chiarisce il WSJ, Zelensky aveva inizialmente approvato il piano, ma in seguito, quando la Cia ne venne a conoscenza e chiese al presidente ucraino di rinunciare, il leader di Kiev ordinò di non procedere.
Attenzione alle date.
L’invasione russa dell’Ucraina inizia il 24 febbraio 2022. Il 28 febbraio 2022, dopo 4 giorni dall’invasione delle truppe di Mosca) i negoziati tra Mosca e Kiev erano molto vicini a un accordo.
Una ricostruzione degli storici e analisti politici Samuel Charap e Sergey Radchenko su Foreign Affairs, è che anche Putin era pronto, almeno fino alla vigilia di un potenziale incontro con Zelensky, a “concessioni” importanti.
“I colloqui – scrivono Charap e Radchenko – partirono il 28 febbraio in una delle spaziose residenze di campagna di Lukashenko vicino al villaggio di Liaskavichy, a circa 30 miglia dal confine tra Ucraina e Bielorussia. Al primo incontro, i russi presentarono una serie di dure condizioni, chiedendo di fatto la capitolazione dell’Ucraina. Ma mentre la posizione di Mosca sul campo di battaglia continuava a deteriorarsi, le sue posizioni al tavolo dei negoziati diventavano meno esigenti. Così, il 3 e il 7 marzo, le parti tennero un secondo e un terzo round di colloqui, questa volta a Kamyanyuki, in Bielorussia, appena oltre il confine con la Polonia. La delegazione ucraina presentò le proprie richieste: un cessate il fuoco immediato e la creazione di corridoi umanitari che permettessero ai civili di lasciare in sicurezza la zona di guerra. Fu durante il terzo round di colloqui che russi e ucraini sembra abbiano esaminato alcune bozze di accordo. Secondo i russi, si trattava di bozze che la delegazione aveva portato da Mosca e che probabilmente riflettevano l’insistenza sullo status di neutralità dell’Ucraina”.
Ad un certo punto interviene la questione delle garanzie di sicurezza.
“Non è del tutto chiaro – prosegue la ricostruzione di Foreign Affairs – quando Kiev abbia sollevato per la prima volta la questione delle garanzie di sicurezza che avrebbero obbligato altri Stati a venire in difesa dell’Ucraina se la Russia avesse attaccato di nuovo, se nelle conversazioni con i russi o con i Paesi occidentali. Ma il 10 marzo, il ministro degli Esteri ucraino Dmytro Kuleba, allora ad Antalya, in Turchia, per un incontro con il suo omologo russo, Sergey Lavrov, parlò di una ‘soluzione sistematica e sostenibile’ per l’Ucraina, aggiungendo che gli ucraini erano ‘pronti a discutere’ le garanzie che speravano di ricevere dagli Stati membri della Nato e dalla Russia”.
Nell’incontro del 29 marzo 2022 a Istanbul si fu vicini a una vera svolta.
Una bozza di accordo, della quale Charap e Radchenko hanno ottenuto in versione integrale, affermava che l’Ucraina sarebbe diventata uno Stato permanentemente neutrale e senza armi nucleari, avrebbe rinunciato all’adesione alla Nato e ad altre alleanze militari e a permettere la presenza di basi o truppe straniere sul proprio territorio. Possibili garanti dell’intesa, i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (inclusa la Russia) insieme a Canada, Germania, Israele, Italia, Polonia e Turchia.
Il comunicato stabiliva che, se l’Ucraina fosse stata attaccata e avesse richiesto assistenza, tutti gli Stati garanti sarebbero stati obbligati a fornire assistenza a Kiev per ripristinare la sua sicurezza. Inoltre, si chiedeva alle due parti di cercare di risolvere pacificamente la disputa sulla Crimea nei successivi 15 anni. Malgrado la neutralità, l’Ucraina avrebbe potuto avvicinarsi alla Ue e non c’erano ostacoli espliciti all’ingresso.
Nel frattempo la Russia, dopo essere arrivata fino a Kiev ha dovuto ripiegare, dando a Londra e Washington l’illusione che si potesse costringere Mosca a lasciare i territori ucraini, con una vittoria di Kiev.
La nuova impostazione politica modificava radicalmente i piani iniziali della Cia.
E qui arriviamo alla prima puntata.
Scrive Lucio Caracciolo (Limes 7/2024) che se Putin “fosse riuscito a imporre al posto di Zelens’kyj il fido Viktor Medvedčuk, già deputato al parlamento ucraino, o peggio restaurarvi l’infido Viktor Janukovyč in quanto capo di Stato legittimo (auto)esautorato nel 2014, avrebbe dovuto fronteggiare la rivolta popolare, con guerriglia foraggiata dall’Occidente. Si sarebbe trovato a scegliere fra repressione sanguinosa, via mobilitazione generale e stanziamento in Ucraina di almeno due milioni di uomini fra esercito e polizie varie, o la più ingloriosa delle ritirate. Probabilmente entrambe in sequenza. Effetto boomerang garantito in casa propria: rivolta contro la mobilitazione e severa repressione. Questo – precisa Caracciolo – era lo scenario preferito dalla Cia, parte del Pentagono e del dipartimento di Stato, soprattutto dai britannici. I quali a fine 2021 stavano già apparecchiando insieme una sorta di governo in esilio a Leopoli o in Polonia, contando sul fatto che per Putin (e molti polacchi) Leopoli è Polonia. Per insediarvi Zelens’kyj o chi per lui. Piano perfetto per attrarre la Russia in trappola rischiando il meno possibile. La coraggiosa scelta del presidente di restare al suo posto, confortata dal fiasco dell’attacco russo all’aeroporto di Kiev difeso anche da forze speciali britanniche, ha rovesciato le aspettative iniziali di Washington e Londra. Certo, le perdite russe sono pesanti”.
Cambiato lo scenario, con la Russia che ha trasformato il conflitto in una guerra di posizione e di logoramento, gli occidentali diedero rassicurazioni al governo di Kiev sul sostegno militare e sulle possibilità di vittoria.
Rimaneva il nodo, da parte americana e anche europea, dell’obbligo di intervenire in un confronto diretto con la Russia secondo clausole onerose che Washington e altri capitali non volevano sottoscrivere.
Le trattative continuarono tra le parti, senza successo.
L’obbligo di fatto di entrare in guerra con la Russia nel caso di un nuovo attacco ridusse l’appoggio degli Stati Uniti al negoziato, nelle stesse settimane in cui venivano aumentate le forniture di armi e la pressione su Mosca, con sanzioni economiche.
Zelensky era convinto di poter resistere alla Russia all’invasore e di vincere la guerra, pertanto dall’aprile 2022 l’Ucraina irrigidì la sua posizione nella trattativa.
Dopo il dopo il 15 aprile, i negoziati naufragarono.
A settembre del 2022, come già ricordato, gli ucraini fanno saltare il Nord Stream 2 chiudendo il flusso di gas verso la Germania che baipassava il territorio ucraino.
Ormai il conflitto entra nella fase che conosciamo. Volodymyr Zelensky ratifica la decisione del Consiglio di sicurezza e difesa nazionale del 30 settembre 2022 in cui si affermava l’impossibilità di negoziare con il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin e la necessità di rafforzare la capacità di difesa dell’Ucraina.
Zelensky per ben tre volte ha fatto sì che piani Cia, accordi possibili, trattative segrete, siano finite nel nulla per azioni che hanno fatto saltare il tavolo.
Il suo no a trasferirsi a Leopoli ha fatto fallire il disegno della Cia di fare dell’Ucraina una sorta di Vietnam per la Russia. Il suo irrigidimento nelle trattative di marzo e il suo piano relativo al Nord Stream 2 hanno ancora una volta contraddetto i piani della Cia.
Ora, con l’infiltrazione ucraina nell’oblast di Kurk, Zelensky fa fallire le trattative segrete di Doha.
A questo punto è d’obbligo porsi alcune domande.
La prima: a chi risponde Zelensky, attore a suo tempo ingaggiato da George Soros, da Victoria Nuland (vice segretario di Stato Usa) e da Joe Biden (vicepresidente di Barack Obama)?
La seconda: per quale motivo i giornali Usa che sono da sempre schierati con i Dem mettono regolarmente in piazza notizie che evidenziano come le mosse di Zelensky siano contrarie alla pace?
La terza: come mai Doha è il crocevia di trattative che riguardano al contempo il conflitto tra Russia e Ucraina e il conflitto medio orientale?
Per rispondere alla prima domanda è necessario tornare al 2014, quando George Soros e Victoria Nuland organizzano la rivolta arancione di Maidan, un colpo di Stato che consente al mondo tecno-finanziario di impossessarsi dell’Ucraina e agli Usa di Barack Obama di perseguire l’idea di ridurre la Russia ai minimi termini.
La Russia risponde con l’annessione dell’Ucraina e le zone russofone si ribellano, dando inizio ad un conflitto tra Kiev e le repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk .
In Ucraina opera Hunter Biden, il quale entra nel consiglio di amministrazione di Burisma e finanzia i laboratori gain of function Usa presenti nel territorio ucraino.
Per dirimere il contrasto tra Russia e Kiev si stipulano gli accordi di Minsk che, bontà sua, Angela Merkel definirà come un modo per prendere tempo, ossia una presa in giro.
Dal 2014 al 2022 continua la pressione per isolare e circondare la Russia, grazie alle logiche di una parte degli Usa.
Quella parte è quella che ha inventato e messo in azione Zelensky ed è a quella parte che Zelensky, evidentemente, risponde.
E qui arriviamo alla risposta alla seconda domanda.
Se giornali che sono vicini ai Dem Usa mettono in piazza quanto fa Zelensky è evidente che all’interno dei Dem e, probabilmente dello stato profondo Usa, è in atto una spaccatura profonda. E’, inoltre, possibile che a dirigere le mosse di Zelensky siano gli stessi che l’hanno creato e che, guarda caso, stanno oggi dalla parte di Kamala Harris, dopo essersi tolto di torno il vecchio Joe, mandato alla deriva. Questi soggetti, che tirano le fila, sono dei guerrafondai che hanno alimentato tutte le più ignobili e fallimentari operazioni Usa: Iraq, Afghanistan, Primavere Arabe e via discorrendo.
Evidentemente c’è un’America che non ne può più e che sta cercando una via di dialogo con la Russia, anche per non consegnarla ad un’alleanza strutturale con la Cina.
C’è anche un’America che pensa al business che non è solo quello delle armi.
Qualcosa vorrà pur dire se il Financial Times scrive che la Slb, la società, con sede a Houston (Texas) e precedentemente nota come Schlumberger, ha firmato nuovi contratti e assunto centinaia di dipendenti in Russia.
E qualcosa vorrà pur dire che a controllare la società siano i colossi della finanza americana. Il primo azionista è il gruppo Vanguard con il 9,6%, seguito da Blackrock (8%), Capital World (7,3%) e State Street (4,7%).
E qualcosa vorrà pur dire se nel luglio del 2022 l’edizione australiana di National Review scriveva che tre grandi consorzi multinazionali statunitensi hanno acquistato 17 milioni di ettari di terreno agricolo ucraino (più di tutti quelli italiani).
Chi sono queste aziende? Cargill, Dupont e Monsanto – quest’ultima è ufficialmente tedesca-australiana, ma con capitale americano. I loro principali azionisti sono gli statunitensi Vanguard, BlackRock e Blackstone.
Sempre quelli che controllano Slb.
BlackRock è il fondo che gestisce 10.000 miliardi di dollari di attività, Vanguard gestisce 6.000 miliardi di dollari, Blackstone gestisce 881 miliardi di dollari..
Un altro 5% dei terreni agricoli ucraini è stato poi acquistato dallo Stato cinese.
La vendita ai tre gruppi è stata possibile grazie ad una legge sulla vendita di terreni agli stranieri in Ucraina, voluta da Zelensky approvata il 1 luglio 2021.
La legge, diventata una condizione per l’accesso al nuovo programma di prestiti del Fondo Monetario Internazionale, ha concesso alle società commerciali occidentali il diritto di utilizzare il suolo ucraino. Secondo la Deutsche Wirtschafts Nachrichten, gran parte dei seminativi ucraini è diventata una facile preda per le aziende agricole degli Stati Uniti, dell’Unione Europea e della Cina.
Più dura la guerra e più gli interessi di chi ha comperato i terreni vengono compressi, soprattutto se sono distrutti i centri energetici e logistici. Centri energetici e logistici che, guarda caso, erano all’attenzione dei possibili accordi di Doha.
E veniamo a Doha. Terza domanda.
Doha è la capitale dello Stato peninsulare del Qatar ed è da tempo sede di incontri per trovare mediazioni.
Lo è stata quando Trump pattuì il ritiro dall’Afghanistan, poi eseguito malamente e con ignominia da Joe Biden. Lo è per quanto riguarda la vicenda tra Israele e Hamas. Lo poteva essere e potrebbe ancora esserlo per quanto riguarda l’Ucraina.
In Qatar esiste la più grande base aerea Usa del Medio Oriente e gli Stati Uniti e il Qatar hanno segretamente prorogato l’accordo relativo allo stazionamento delle truppe Usa nella base aerea che ha il nome di Al Udeid. Lo ha riferito l’emittente televisiva statunitense “Cnn”.
La base aerea di Al Udeid, situata nel deserto a sud-ovest di Doha, è la più grande installazione militare statunitense in Medio Oriente e può ospitare sino a 10mila militari. Da anni Al Udeid è fulcro delle operazioni del Comando centrale delle Forze armate statunitensi in Afghanistan, in prossimità dell’Iran e più in generale in Medio Oriente.
L’accordo conferma la dipendenza militare degli Usa dal piccolo Paese del Golfo, che recentemente ha giocato anche un ruolo centrale nei negoziati per il rilascio di cittadini statunitensi detenuti da Hamas a Gaza.
Il Qatar è stato al centro dello scandalo che ha coinvolto alcuni esponenti progressisti del Parlamento Europeo.
Il fatto che le trattative per il Medio Oriente e quelle mandate all’aria da Zelensky per l’Ucraina si svolgano a Doha conferma il fatto che al centro delle trattative c’è l’America o, meglio, quella parte dell’America che vuole trattare.
E quella parte dell’America che non vuole trattare?
La risposta viene dai fatti: è quella che ispira Maidan, il Nord Stream 2, l’infiltrazione a Kursk. E’ quella che si identifica, storicamente, per quanto è stato fatto, nel Clan Clinton e aggregati e nei rapporti del Clan Clinton con i vari Soros e con i Fratelli Musulmani.
Dopo il tre viene il quattro.
Ora, però, le carte sono scoperte e, sempre più, emergono le contraddizioni.
Se in America vincerà Kamala Harris, dietro le quinte si muoveranno ancora i vari Soros, Nuland, Obama, Clinton, con le multinazionali del farmaco, della tecnologia e delle armi.
Non è detto, tuttavia, che il sistema americano sia disposto a seguire la linea avventuristica sin qui tenuta da questa cupola tecno-finanziaria e politica.
Le crepe si vedono, anche nei colpi di testa di Zelensky.





