La rete di sinistra che si impadronisce della cosa pubblica
Wanna Marchi e la figlia Stefania premiate in Campidoglio. Era più probabile incontrare un dugongo ballerino che improvvisa un tip tap. Eppure è successo.
Un premio alla cultura, nella sala più solenne di Roma, a due truffatrici condannate in via definitiva. Nessuno ha controllato, nessuno ha letto, nessuno ha chiesto.
Chi comanda, in un palazzo dove nessuno risponde di niente?
Nella Protomoteca, madre e figlia hanno ricevuto il “Premio Internazionale della Cultura”. Wanna per un ricettario, Stefania per un libro sul successo che si paga caro.
Per chi avesse la memoria corta, un ripasso.
Negli anni Ottanta lo scioglipancia, venduto urlando in tv e insultando le clienti. Poi, negli anni Novanta, il salto di qualità: dal grasso alla fortuna.
Al loro fianco il brasiliano Mario Pacheco Do Nascimento, ex cameriere e cuoco di un sedicente marchese, improvvisatosi mago e “maestro di vita”: carte, oroscopi, numeri del lotto.
Per chi temeva la sfortuna, bustine di sale da cucina e rametti d’edera del cortile della loro società contro il malocchio, pagati a caro prezzo. E malauguri per chi non pagava.
Nel 2001 le telecamere nascoste di Striscia la Notizia. Nel 2002 le manette. Nel 2009 la Cassazione: associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata, 9 anni e mezzo alla madre, oltre 9 alla figlia.
Le denunce furono 132. Dietro ogni numero, qualcuno che aveva consegnato i risparmi a una voce della televisione.
Pentimento? Nemmeno l’ombra.
“La mela l’avevamo rubata”, ha ammesso Wanna, lamentando, però, di essere stata processata come se avesse ammazzato il contadino.
La storia non si è fermata alla Cassazione.
Nel marzo 2025 Stefania è stata arrestata a Milano insieme all’ex compagno Davide Lacerenza, il re della notte della Gintoneria.
Secondo l’inchiesta, un giro di escort e cocaina per i clienti del locale, pagato con bonifici camuffati da champagne.
Meno di un anno fa il patteggiamento: 4 anni e 8 mesi a lui, 3 anni a lei, che teneva i conti dei locali.
Wanna non è stata indagata. Secondo gli inquirenti, però, dalle intercettazioni emerge che sapesse del giro.
In una, parlando di un cliente che aveva speso 70mila euro, lo copre di insulti. Poi la chiosa: “incassiamo”.
Ecco il curriculum. Dallo scioglipancia alle premonizioni del mago, dalle bustine di sale alla Gintoneria. Fino alla corona d’alloro di Dante.
Si dirà: le vecchie pene le hanno scontate. Vero. In uno Stato di diritto chi ha scontato torna libero. Libero, però, non incoronato.
Otto giorni prima, in quella stessa sala, l’Italia aveva dato l’ultimo saluto a Emma Bonino con il primo funerale di Stato celebrato in Campidoglio.
Sotto i busti dei più grandi artisti e letterati italiani, la regina delle televendite ha ritirato la sua targa. Poi ha scritto ai follower che “il Campidoglio non è per tutti”.
Appunto. Dovrebbe essere proprio così.
Si dirà: un incidente, un nome sfuggito ai controlli. Magari lo fosse. La verità è peggiore, perché è un sistema.
Il premio non è del Comune. È un’iniziativa privata di una casa editrice che vende agli autori stampa, pubblicazione, ghostwriting, eventi, comunicati stampa. A preventivo.
Chi paga pubblica. E tra i premiati della serata spuntano diversi autori della stessa casa.
Oltre 30 riconoscimenti in una sola sera, tra premi, “voci attive” e “testimoni della cultura”. Agli “ambasciatori”, la fascia ufficiale. Come un sindaco.
“Internazionale”, poi. Il premio doveva cambiare sede ogni anno. Le edizioni sono 2, entrambe nella Protomoteca.
Viene da chiedersi perché un autore paghi. La risposta è antica quanto la vanità.
Il libro è la patente di chi vuole essere qualcuno, il premio è il timbro, la foto sotto i busti è la prova da mostrare in famiglia.
Wanna Marchi vendeva la speranza di vincere al lotto. Qui si vende la speranza di contare. Cambia il prodotto, il cliente è sempre lo stesso: chi ha bisogno di credere.
Tutto questo però ha bisogno di una porta. La porta si chiama Dario Nanni, consigliere comunale, ex Pd, oggi nella maggioranza di Gualtieri. La sala l’ha chiesta lui.
Si è scusato: non sapeva chi sarebbe stato premiato. L’editore racconta un’altra storia: la sala prenotata un anno prima, l’elenco dei partecipanti consegnato, 50 iniziative fatte insieme.
Delle due, una. O il consigliere non sapeva: allora da anni apriva il Campidoglio a scatola chiusa. O sapeva.
Eppure le regole esistono. Il modulo del Comune impone di allegare il programma dettagliato dell’evento.
Vieta pure, nero su bianco, iniziative a scopo di lucro nelle sale istituzionali.
Una vetrina di autori paganti, organizzata da una società commerciale, è o no un’iniziativa a scopo di lucro? Lo chiediamo al Gabinetto del Sindaco, dove quelle richieste arrivano.
La risposta del Comune, per ora, è una promessa: d’ora in poi acquisirà per tempo programmi definitivi e nomi dei partecipanti.
Cioè quello che il suo modulo chiedeva già. Non è una riforma. È una confessione.
Il caso Wanna Marchi, allora, non è una macchia. È una radiografia. La lastra mostra sempre la stessa frattura: in quel palazzo le regole valgono per chi non appartiene al giro.
Lo Spin Time, all’Esquilino, era occupato dal 2013. Dopo un incendio, a fine luglio, è stato sgomberato.
Il Comune non ha chiesto conto di 13 anni di illegalità: ha offerto di comprare il palazzo. La proprietà ha detto no.
Agli sgomberati è stata promessa una casa popolare. A tutti.
A quanto si legge, le famiglie in fila per una casa popolare sono fino a 17mila, molte in attesa da anni. Non hanno occupato niente. Per questo aspettano.
Non è un’eccezione, è un metodo.
A Ostiense una caserma occupata dal 2003 è stata rimessa a nuovo, a quanto si legge, con 11 milioni del Pnrr; le case vanno agli occupanti che hanno i requisiti.
Un esponente della maggioranza a guida Pd lo ha teorizzato senza arrossire: “Più che buttare fuori le persone, faremo bandi per acquistare”.
Occupare, a Roma, è diventata una graduatoria parallela. Più veloce di quella vera.
Il metodo ha pure una chat. Nel 2023, a quanto si legge, l’assessore alla Casa inviò la bozza del Piano casa in un gruppo WhatsApp dove sedeva pure il leader dei movimenti di occupazione.
La risposta: il piano è “lontano anni luce” da quello che si aspettavano, va cambiato. Il presidente della commissione Casa: “Lo modificheremo”.
Le migliaia di famiglie in graduatoria non erano nel gruppo.
Sul tetto del Palazzo Senatorio, nel settembre 2025, è salita pure la bandiera palestinese. L’ha votata la maggioranza 2 giorni dopo essersi astenuta su una mozione dei 5 Stelle che chiedeva la stessa cosa.
Perché succede?
Perché la sinistra romana ha smesso da tempo di pensare il Comune come la casa di tutti. Lo vive come la sede di una rete.
C’era una volta il partito, con le sezioni, le feste, le case del popolo. Il partito si è sciolto, le sezioni hanno chiuso. L’abitudine è rimasta: usare le sale dello Stato come fossero quelle di casa.
Dentro la rete, fiducia: il consigliere amico, il movimento amico, il centro sociale amico, la piazza amica. Fuori, moduli, code, graduatorie.
Poi c’è la cultura, parola allargata per decenni fino a coincidere con qualunque cosa.
Stefania Nobile ha solo tratto la conclusione: “La cultura non è Pirandello. Siamo io e mia madre.”
Nei salotti “decoro” è una parola da destra, roba da pensionati indignati.
Ecco dove porta averla derisa: a una targa per la regina delle televendite sotto il monumento a Canova.
Chi controllava? Evidentemente nessuno. Chi ne risponde? Nessuno. Chi aspetta una casa? Migliaia di famiglie che hanno rispettato le regole.
“Il Campidoglio non è per tutti”, ha scritto Wanna Marchi. Ha ragione a metà: da anni è di pochi.
A primavera i romani possono riprenderselo.





