Il vento elettorale sta cambiando, dove soffierà?
In America Latina l’influenza delle chiese evangeliche e delle varie correnti riformatrici del protestantesimo è enorme e contribuisce a spiegare, in misura significativa, il vantaggio di due punti di Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair, oggi giuridicamente ineleggibile, sul candidato uscente Inacio Lula.
Nessuno dei due è riuscito a raggiungere la soglia del 50% (47 Bolsonaro, 45 Lula) e, di conseguenza, sarà il secondo turno tra venti giorni a decidere il nome del nuovo presidente brasiliano; ma, intanto, quei 2,2 milioni di voti di differenza incidono significativamente sulla geografia del nuovo Senato nazionale, dove venivano rinnovati 52 degli 81 seggi totali.
L’influenza delle varie sette evangeliche, millenariste, avventiste, pentecostali, metodiste, carismatiche, neocarismatiche, e chi più ne ha più ne metta, in questa partita è stata dunque decisiva; non diversamente, del resto, era stato anche in Colombia, non molto tempo fa.
Muovono molti consensi, con una propaganda efficace e capillare e dispongono di un loro Stato sociale parallelo a quello nazionale, spesso deficitario, che rappresenta un ulteriore forma per guadagnarsi fedeli e, all’occorrenza, pure elettori: insomma, un metodo di lavoro non tanto diverso da quello a cui, in molti Paesi arabi, hanno fatto ricorso i Fratelli Musulmani.
È difficile sradicare organismi politico-religiosi che si sostanziano in un vero e proprio Stato nello Stato, e del pari prevenirli: servirebbero metodi da stato di polizia, e sono in pochi a questo mondo a poterselo permettere.
Tuttavia, il paragone tra questi gruppi religiosi del mondo cristiano e quelli del mondo musulmano non è casuale, e non si riferisce al solo metodo dello “Stato sociale parallelo” che entrambi praticano per ingraziarsi facili consensi in popolazioni solitamente povere od impoverite.
Ambedue, infatti, costituiscono due facce della stessa medaglia con cui alcuni “apparati” e “gruppi d’interesse” possono influire ed eterodirigere la politica di altri Stati.
Sono gruppi, detta fuori dai denti, guidati da remoto da organismi governativi, tra cui apparati d’intelligence, come sempre finanziati da remoto tramite giri e rigiri che passano per fondazioni, forum, fondi e associazioni varie, da entità almeno in apparenza “insospettabili”.
Il loro scopo è di assicurare “soft power”, utile in prospettiva a controllare politicamente un Paese: una politica di medio-lungo periodo, ma sempre molto efficace e, come già detto, estremamente difficile da debellare per chi ne è rimasto infetto.
Lo stesso si può dire per molte formazioni politiche di tutt’altra natura, come certi partiti e associazioni: ogni teatro geografico ha bisogno del “virus” giusto per essere infettato.
Ad esempio, in Europa, ricorrere a gruppi religiosi, o politico-religiosi, non funzionerebbe granché, per quanto non sia lasciata intentata.
L’elettorato europeo, almeno per adesso, non è manipolabile in quel senso e, di conseguenza, i gruppi religiosi o politico-religiosi sono ancora in fase sperimentale, lontani dall’avere l’influenza che possono invece vantare altrove, in America Latina, Medio Oriente, Africa settentrionale e subsahariana o Sudest asiatico.
Ciò non toglie che stiano crescendo con vistosa rapidità, ma i loro giorni migliori devono comunque ancora arrivare. A guadagnarsi gran parte dell’attenzione nel Vecchio Continente sono, pertanto, altre forze politiche, legate a un populismo di matrice identitaria, sia di destra che di sinistra, teso a incamerare il dissenso alimentato dalle classi politiche tradizionali al fine di trasformarlo in porzioni del proprio elettorato, così pure blandendolo e “inertizzandolo”.
Come tutte le altre forze di un continente dove la sovranità è un mito, naturalmente sono teleguidati anche loro, teleguidatissimi: svolgono per l’Europa, quel compito che altrove è invece eseguito, come già descritto, da altre formazioni religiose e politiche.
Quanto vediamo in Spagna, col governo di Sánchez che scioglie le Cortes e si prepara al voto anticipato, è solo l’esempio del giorno.
Da una parte qualche pressione esterna, dall’altra quella interna di realtà come PP, Vox, ma anche settori di Podemos e Ciudadanos, che, unitamente, sono riusciti nel compito di destabilizzare un governo ritenuto tra i più accomodanti nei loro confronti nella storia politica spagnola recente; ma evidentemente non lo era abbastanza, come sappiamo da alcune questioni ormai piuttosto note: raffreddamento dei rapporti con Israele, rifiuto al rialzo del tetto di spese per la NATO, ecc…
Non è la prima volta che avviene in Europa: pure nel Vecchio Continente, infatti, di recente abbiamo visto governi “scomodi” venir archiviati elettoralmente, a mezzo di metodologie non sempre tanto dissimili.
Ci sarà anche qualche altro esecutivo che a breve cadrà, eliminato, a seconda del caso, dalle proteste di piazza o dal voto elettorale.
Tra l’altro, questo 2026 vedrà numerosi Paesi andare alle urne e, non soltanto in Europa, ma pure altrove, ci sarà qualche novità.





