
di Lucio Leante
Il vertice Trump-Putin di Ferragosto in Alaska probabilmente sarà presto – e con buone ragioni- definito “storico” non solo per avere aperto la strada ad un negoziato di pace in Ucraina, ma soprattutto per averla aperta ad un ordine internazionale davvero nuovo non solo in Europa, ma anche, Cina coadiuvante, su scala globale.
Si profila probabilmente un nuovo ordine mondiale multilaterale che metterebbe fine all’unilateralismo americano di ispirazione “neocon” che per circa tre decenni ha creato un sanguinoso disordine globale, intriso di guerre e destabilizzazioni di vari paesi con il pretesto occidentale della esportazione della democrazia e della religione dei diritti umani e cioè del modello occidentale, concepito – nell’ottica occidentale neocon come l’unica condizione per la pace e la sicurezza collettiva.
L’era del disordine aveva tra i suoi caposaldi e postulati la descrizione demoniaca della Russia post-sovietica, dipinta (in specie dopo l’avvento di Putin al Cremlino) come un nemico ideologico autocratico irriducibilmente imperialista ed estremante pericoloso per la sicurezza e la pace in Europa e nel mondo. Contro la Russia, in specie quella putiniana, gli Usa dei neocon (e, al seguito i maggiori paesi europei) nel dopoguerra fredda hanno condotto una guerra sotterranea culminata con la guerra in Ucraina.
Ebbene Trump, accogliendo il presidente russo come un partner suo pari ed inaugurando con lui un rapporto di cooperazione per la restaurazione della pace e della sicurezza collettiva in Europa, ha segnalato alle diplomazie del mondo che la fase del disordine neocon è conclusa e che si apre la prospettiva di un nuovo ordine globale multilaterale, basato sulla cooperazione (soprattutto economica, ma anche politica) delle tre grandi potenze, inclusa cioè la Cina.
È significativo che, commentando il vertice di Anchorage, il portavoce del Ministero degli Affari Esteri cinese abbia sottolineato che un buon rapporto tra Stati Uniti e Russia è fondamentale per la stabilità globale e la gestione delle sfide comuni in un clima di dialogo costruttivo e della cooperazione economica e commerciale tra le potenze mondiali.
Il commento cinese smentisce coloro che hanno interpretato quel vertice come banalmente ispirato alla volontà di Trump di “staccare Putin dall’abbraccio cinese”: una interpretazione puerile e molto lontana dalle possibilità reali, che tra l’altro non farebbe che incentivare i conflitti tra le grandi potenze.
È molto probabile che quel vertice sia invece destinato ad inaugurare una fase storica che vedrà probabilmente da un lato le tre grandi potenze mondiali controllare insieme i conflitti locali e periferici evitando gli scontri frontali (una sorta di “triumvirato” o di “direttorio” globale), ma dall’altra sembra anche un tentativo di sostituire la geopolitica conflittuale a somma zero, dove si vince a spese dell’altro, con una geopolitica a somma positiva dove a guadagnarci alla fine possano essere tutti. È la logica tipica del capitalismo che crea un’élite economica dominante ed enormi diseguaglianze, ma, creando valore aggiunto ed aumentando così la ricchezza generale, nel lungo periodo migliora la condizione di tutti.
Si profila infatti un ordine internazionale basato soprattutto su un gioco competitivo di interessi commerciali. Il presupposto filosofico – tipicamente trumpiano- è che nel mondo moderno i conflitti economici e commerciali siano più che in passato facilmente risolubili pacificamente.
È una filosofia che ha padri nobili come Kant (“il commercio è il migliore modo per garantire la pace”), Adam Smith (“Il commercio è il grande legame che unisce i vari membri delle società e delle nazioni”), John Stuart Mill (“quando le nazioni commerciano l’una con l’altra, fanno affidamento l’una sull’altra per la prosperità”), Paul Krugman (“le nazioni che commerciano attivamente tra loro hanno meno probabilità di entrare in conflitto”). È una filosofia che, tra l’altro, si adatta benissimo con il pragmatismo confuciano-cinese, affermato già da Deng Xiao Ping (“non importa il colore del gatto, purché prenda il topo”) più volte ribadito dall’attuale leader Xi Jing Ping. Questi ha sempre criticato l’unilateralismo americano e la pretesa occidentale di imporre i suoi valori ed il suo sistema politico alla Cina ed insiste da tempo sull’importanza della cooperazione economica e degli scambi commerciali per affrontare le sfide economiche globali e per il mantenimento della pace.
È vero – a nostro avviso- che il commercio crea ricchezza e una rete di interdipendenza tra stati, che favorisce la pace, ma solo a condizione che vi sia un generale rispetto delle regole garantite e che qualcuno degli stati non cerchi di barare al gioco usando magari la violenza. Ed è per questo necessario un nuovo ordine globale, basato su un equilibrio e una cooperazione strategica tra le grandi potenze mondiali.
Al contrario gli scontri culturali ed ideologici, come quelli democrazia/autocrazia, collettivismo/individualismo, diritti individuali/doveri sociali sono stati spesso una copertura di obbiettivi di potenza ed abbiano contribuito al disordine internazionale e alle guerre che hanno segnato il periodo successivo alla guerra fredda.
Non si può negare che spesso all’origine del disordine e delle guerre più recenti vi sia stata la pretesa americana (e a seguire europea) di imporre unilateralmente i propri valori ed il proprio sistema politico democratico (si intenda, in concreto, la propria potenza ed influenza) al mondo intero, a cominciare dalla area post-sovietica e dal Medio Oriente.
Emblematica di questa pretesa occidentale è stata la filosofia neocon che ha dominato la politica estera degli USA nel dopo guerra fredda fino all’avvento di Trump. Alla base di quella filosofia vi era il postulato neocon che solo la democrazia genera la pace ed è condizione di sicurezza. Tra i corollari di quella filosofia vi era l’individuazione degli obbiettivi di potenza della Russia post-sovietica come il principale e irriducibile nemico da indebolire e sbaragliare. Bisognava soprattutto approfittare della debolezza della Russia post-sovietica per infliggere alla sua residua influenza nel mondo un colpo definitivo per ridurla all’impotenza di fatto, neutralizzando di fatto la sua potenza nucleare.
In un discorso del 2018, Biden: “Un’America forte è un’America che promuove democrazia e diritti umani, anche in Russia”.
Secondo i neocon solo la progressiva omologazione alla democrazia liberale (di tipo americano) del mondo intero avrebbe garantito una lunga fase di sicurezza, di pace e dell’immancabile “progresso” agli USA, all’Europa ed al mondo intero. Ciò implicava che per un lungo periodo gli USA avrebbero dovuto conservare lo status di unica superpotenza globale e a tale fine dovevano disporre di una potenza militare, economica e di influenza culturale superiore non solo ad ogni potenza concorrente, ma anche ad ogni possibile coalizione di potenze rivali.
I neocon ne deducevano che occorreva “esportare” (con ogni mezzo, non escluso, paradossalmente, quello militare) la democrazia ed i diritti umani in particolare nell’area post-sovietica e nel Medio Oriente. È stata questa la filosofia che ha ispirato l’attacco della Nato alla Serbia nel 1999, l’appoggio occidentale alla rivolta cecena, le guerre in Afghanistan (2001) ed in Iraq (2003), le varie operazioni di “regime change” in varie parti del mondo. Tra queste vanno annoverate “le rivoluzioni colorate” in vari paesi ex sovietici, tra cui soprattutto la Georgia (2008) e l’Ucraina (2004 e 2014) nonché le “primavere arabe” (2011) culminate con l’attacco alla Libia e con la lunga guerra civile in Siria. È stata questa la filosofia che ha ispirato l’espansione della Nato verso Est, inclusi alcuni paesi confinanti con la Russia, come i paesi baltici e persino la Georgia e l’Ucraina, la cui neutralità Mosca considera un elemento irrinunciabile della sua sicurezza (oltre che del suo sbocco sul Mar Nero).
Tutte queste operazioni avevano un obbiettivo principale (coperto): una destabilizzazione ed un drastico indebolimento e, dopo l’avvento di Putin al Cremlino, un cambio di regime a Mosca che provocasse una disgregazione della Federazione russa. Lo certificano varie dichiarazioni di esponenti politici e saggisti neocon americani. Tra le tante, il politologo neocon della Brookings Institution, Robert Kagan, ha argomentato in un suo articolo: “Una Russia debilitata, caratterizzata da conflitti interni, non sarà in grado di minacciare gli interessi americani o quelli dei nostri alleati. La storia ci ha dimostrato che gli imperi in declino tendono a essere più aggressivi, ma allo stesso tempo più vulnerabili”.
Ma già Zbignew Brzezinski (che non era un neocon) scrisse nel suo testo La Grande scacchiera del 1997: “Il futuro dell’Europa e della stabilità internazionale dipende dalla capacità degli Stati Uniti di mantenere disponibili le aree strategiche e le risorse attorno alla Russia, disgregando l’Unione di stati che ha dominato l’Eurasia”. Brzezinski stesso in quel libro auspicava una tripartizione della Russia in tre entità statali confederate.
Su questi presupposti si è basata la geopolitica unilateralista, culturalmente neocoloniale, politicamente conflittuale e a somma zero adottata dagli Usa e dall’Occidente finora. Essa è fallita. Lo ha certificato da ultima la guerra in Ucraina. Ma già in precedenza lo aveva certificato la nascita e l’allargamento dei cosiddetti paesi BRICS. È oggi chiaro finalmente che non è necessario essere tutti democratici e liberali per garantire la pace. Ciascuna nazione può prosperare con i suoi valori etico-giuridici e con il suo sistema politico. E vivere in pace con altri paesi culturalmente diversi.
Una chiarezza simile si diffuse negli anni ‘70 del ‘900 quando si trovò il modo di realizzare una “coesistenza pacifica” e una “distensione” che allentarono il clima teso della guerra fredda. Anche allora il sistema globale fu regolato da un condominio USA-URSS. Così oggi è possibile una coesistenza pacifica ed una distensione tra diversi sistemi politici e valoriali, regolati e controllati da un triumvirato tra USA, Russia e Cina. Queste tre potenze potrebbero oggi realizzare un nuovo ordine globale relativamente pacifico e a somma positiva, con vantaggio di tutti. Il vertice Trump-Putin di Ferragosto potrebbe avere aperto la strada ad una nuova fase storica meno disordinata e conflittuale di quella degli ultimi decenni.





