
di Giuseppe Augieri
Lo schiaffo al mondo del conflitto Pakistan – India sembra non essere stato percepito nella sua sostanza. Resta la disattenzione sul mutamento che sta investendo l’intero pianeta Terra.
Le 5 P (People, Planet, Prosperity, Peace, Partnership, cioè Persone, Pianeta, Prosperità, Pace, Partnership) alla base della globalizzazione e dell’Agenda 2030 sono state spazzate via. Ogni guerra che si avvia non è solo la morte della “pace” ma anche delle altre 4 P. «La globalizzazione non è altro che un processo in base al quale la popolazione mondiale si lega sempre più in un’unica società». E’ questa la situazione in atto e la prospettiva che vediamo? Se non si risponde no, si è fuori del mondo.
Guerre. La loro conta è ampia: 56 conflitti che coinvolgono direttamente o indirettamente almeno 92 Paesi. Fare dei distinguo nell’orrore e nelle vittime a me non appassiona. 100 milioni di persone costrette a migrare; oltre 230.000 morti civili solo nel 2024. Ritorna il concetto di “terza guerra mondiale a pezzi” di Francesco. Tutto il resto, per brutale che sia, viene dopo. Non è cinismo.
Guerre guerreggiate e militarizzazione delle Nazioni fanno però solo da sfondo – non sorprenda questa affermazione – alla guerra già in atto sul piano dei commerci e dei mercati. I dazi, per come si stanno utilizzando, sono la negazione di almeno 3 delle “P” citate. Ma sono il minimo. Rientrano nella logica di passaggio dal mondo unipolare a quello forse bipolare; o forse multipolare. La competizione geopolitica che si è avviata, accompagna – come sempre, più di sempre – ogni conflitto. Forse lo origina, forse lo fomenta, sicuramente determina mutamenti negli equilibri di forze. Nello scontro tra Pakistan ed India la preoccupazione maggiore potrebbe apparire quella di guerra tra due potenze nucleari che non rifiutano l’idea dell’utilizzo dei loro arsenali. E’ certo un incubo: ma alle spalle vi è un confronto USA – Cina, ognuno dei quali pronto a sfruttare gli errori dell’altro. Il che rientra nel quadro della definizione dell’assetto del mondo prossimo venturo. Il nuovo conflitto lo conferma: si usa la forza come logica, le armi come strumento, e tutto quello che c’è indietro – che vale di più – come sostanza di un “gioco” con in palio “chi comanderà”.
Già: chi comanderà. Noi “Europa” siamo fuori della competizione. Noi Italia siamo un passo più indietro dell’Europa. L’Europa delle tante regole e della poco sostanza è quella che ancora adesso non ha capito. L’Italia è quella che ancora oggi si rifiuta di fare i conti con la storia passata ed, a maggior ragione, di quella futura non ha nessuna idea. Ho citato, recentemente, Amleto: “Il tempo del mondo è fuori dai cardini”. E’ questo che va capito fino in fondo. Proviamo a mettere assieme ai riarmi – mai sintomo di democrazia – la prospettiva che, essendo fallito il globalismo e perciò il “mercatismo”, si tende a pensare alla “ricostruzione” delle “regole economiche” come processo da gestire con forti interventi statali. Uno sguardo intorno a noi ed è già chiaro che questa è la direzione presa. Ed anche invocata. «Dopo l’ideologia del divino mercato, il ritorno dello Stato». Che significherebbe anche il ritorno della Politica, fin qui sacrificata dal globalismo sull’altare dell’economia e della governance impersonale. Dunque l’uscita dalla a-politica. Ed allora Politica: si, ma decisa da chi e realizzata da chi? Quale classe dirigente è dunque necessaria? Quanta democrazia deve esserci in queste scelte? Come avverrà la sostituzione delle elite, se mai ci sarà sostituzione?
Il punto è questo. Le leggi del tempo – e ritorno a Shakespeare, ma anche a Pareto – sono impazzite. «Da qui nasce il potere delle élite: esse comprendono le leggi del tempo; e detengono il potere perché determinano l’organizzazione della struttura sociale. Lo fanno perché, avendo compreso che mutano e come mutano le leggi del tempo, hanno messo ordine nel mondo esterno da cui dipende la vita dell’intera comunità». L’alternativa è dunque questa: o capiamo cosa sta succedendo, e dunque ci apprestiamo a indirizzarlo verso un futuro che più ci piace, e dunque troviamo un gruppo dirigente politico in grado di gestire il tutto; oppure si passerà a dipendere da una nuova elite, magari la stessa di prima mascherata diversamente, ma con l’aggravante di tantissima democrazia in meno. Anche nell’economia.
Per questo, quando vedo tanti, dirigenti e non, affannarsi a guardare negli specchietti retrovisori e fermarsi solo a quello, capisco che potremmo non avere alcuna speranza.
Di comandare? No, di essere liberi.





