Home Opinioni STIPENDI E SALARI, A QUANDO L’ATTUAZIONE DELL’ART. 39 DELLA COSTITUZIONE

STIPENDI E SALARI, A QUANDO L’ATTUAZIONE DELL’ART. 39 DELLA COSTITUZIONE

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Il Presidente Mattarella ha “scoperto” che in Italia vi sono «oltre mille contratti collettivi nazionali depositati al Cnel…. Tra questi vi sono accordi firmati da rappresentanze sindacali e datoriali scarsamente rappresentative, che generano vere e proprie forme di dumping contrattuale, riducendo diritti e tutele dei lavoratori e provocando concorrenza sleale fra imprese”.

Non so se l’intervento Presidenziale sia da giudicarsi a gamba tesa contro la mancanza di un salario minimo legale, o contro la disattenzione delle tre grandi Confederazioni, o solo una considerazione giusta ma priva di effetti. Temo sia la prima ipotesi quella più credibile. Mi permetto di confermare di essere del tutto in disaccordo. La materia contrattuale e soprattutto quella retributiva è dei Sindacati e deve essere questo corpo intermedio, essenziale per coadiuvare l’equilibrio dei poteri in democrazie come la nostra, a tutelare e tutelarsi. Magari rivendicando una giurisdizione di sostegno. Di sostegno: ma l’azione deve essere di sua pertinenza.
Ho più volte sollecitato alla attuazione dell’articolo 39 della Costituzione: Mattarella – che è il garante della Carta – si è ben guardato dal solo sfiorare l’argomento. Non so perché lo faccia, ma io sono in profondo dissenso con questo dribbling che, di fatto, consente ai “sindacati pirati” di avere la stessa rilevanza delle grandi aggregazioni sindacali.
Non basta. Mattarella è anche il Presidente del CSM: nei confronti dei giudici ha un potere di moral suasion importante. E potrebbe sollecitare un possibile impegno nel campo juslavoristico che ormai da circa 3 anni è stato definito con precisione.
Perché, udite udite, non essendoci in Italia un salario minimo per legge, è comunque possibile contestare la retribuzione minima fissata dal contratto di lavoro se ritenuta troppo bassa. Secondo la Cassazione, tutte le volte in cui lo stipendio è insufficiente per vivere, tanto da non potersi dire “dignitoso”, il lavoratore può – ricorrendo al giudice – ottenere un compenso aggiuntivo. E questo perché la fonte primaria per stabilire la misura della retribuzione non è il CCNL ma l’articolo 36 della Costituzione. Tale norma stabilisce che il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Dunque, se il contratto di categoria prevede una busta paga troppo bassa, il giudice la può “ricalcolare”. Una sorte di “salario minimo costituzionale”. (per i più “distratti” riporto qui le sentenze: sentenza n. 28320/2023 e alla n. 27711/2023).
Insomma che la retribuzione sia prevista da un CCNL non è sufficiente a far ritenere di per sé legittimo il trattamento retributivo: il giudice può dichiararne la nullità laddove risulti che tale retribuzione non sia sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa. E’ dovere del giudice controllare se l’importo è conforme all’articolo 36 della Costituzione. Controllo che – a detta della Cassazione – va fatto utilizzando parametri esterni al rapporto di lavoro come i dati uniemens sui salari medi, il valore della Naspi e degli ammortizzatori sociali. In pratica facendo riferimento ai contratti stipulati dalle grandi Confederazioni.
Alle quali spetta di fatto la responsabilità di definire il salario minimo legale. Deciderlo anziché delegarlo.
Il limite sta nel fatto che il giudice può muoversi solo su input del lavoratore. Che non va lasciato solo. Ma, tra le tante ormai dimenticate attribuzioni al Sindacato, non vi è anche quello di sostenere il lavoratore in vertenze anche giudiziarie? E ci si ricorda che una vertenza collettiva è possibile in questi casi e che magari è possibile appoggiarla con uno sciopero?
Capisco che una ipotesi come questa provocherebbe un coccolone a Landini ed a molti altri. Dovrebbero riprendere a fare politica sindacale sui posti di lavoro, assistere “faccia a faccia” i lavoratori e magari programmare anche scioperi legati alle condizioni del lavoro. Cose dimenticate. Meglio insistere sul salario minimo per legge. Le responsabilità siano dei politici e del Governo. Se qualcosa non andasse nel verso giusto – che è quasi una certezza – c’è sempre la formula di garanzia “ Meloni venga a riferire”.
Perché poi, in fondo, tutto gira intorno alla più becera delle opposizioni che si sia mai vista. Chi mesta nel torbido si faccia un esame di coscienza: l’uso politico della buona fede deve avere un limite.

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  • Redazione

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