
Capitolo I – Dopo la Guerra Fredda – segue da Introduzione –
di Paolo Raffone
La presidenza di Bill Clinton (1992-2000) abbandonò il principio kissingeriano di realismo politico e geopolitico che aveva retto la Guerra Fredda aderendo, invece, alla concezione ideologica neoconservatrice dell’inarrestabile espansione (overwhelming expansion) del modello americano basato sulle regole (rule based order) incentrate sulla primazia economico-finanziaria (globalization). Il convincimento era che il beneficio economico produceva automaticamente effetti politici per cui tutte le nazioni del globo avrebbero “naturalmente” scelto il modello di vita e di organizzazione sociale occidentale, cioè il sistema di governance liberaldemocratico con il corollario dei diritti umani, solo quelli civili e politici.
Per l’Italia – considerata un’anomalia della Guerra Fredda – ciò si tradusse nella fine della “prima repubblica” e nell’azzeramento per via giudiziaria dei partiti politici e della classe dirigente. Un azzeramento che ha dato luogo a formazioni movimentiste e populiste, apparentemente di destra o di sinistra, che non hanno sviluppato alcuna consistenza organica nella realtà sociale.
Nel 1995, contestualmente al congelamento delle guerre balcaniche avvenuto con gli accordi di Dayton – un’umiliazione per l’Europa – fu creata l’Organizzazione Mondiale del Commercio – una palese forzatura rispetto ai precedenti lunghi negoziati multilaterali commerciali – che spianò la strada alla potenza commerciale della Cina che ne è diventata membro nel 2001. Le conseguenze delle decisioni del 1995 costrinsero gli europei a precipitare la concretizzazione operativa del Trattato di Maastricht adottando nel 1997 il regolamento sull’euro. La premessa implicita nella promessa della moneta unica, che entrò in vigore nel 2001, era che avrebbe facilitato una rapida convergenza politica pan-europea attorno alla quale costruire la federazione politica che alcuni già chiamavano “Stati Uniti d’Europa”.
Nel 1999 Clinton e i suoi alleati socialdemocratici della Terza Via europea decisero di mettere fine ad una delle altre anomalie della Guerra Fredda bombardando l’ex-Jugoslavia (la Serbia). Invece, le altre aree “anomale” sopravvissute alla Guerra Fredda furono congelate per una “causa di forza maggiore” che si manifestò con distruttiva concretezza l’11 settembre 2001.
Seguì l’applicazione del diritto d’eccezione su scala planetaria – l’ideologia dell’anti-terrorismo – che costruì una gabbia giuridico-culturale autoritaria e reazionaria pesantemente anti politica e anti sociale. In questo quadro, fu imposta una “dottrina” basata su principi inesistenti come il “diritto di proteggere” (R2P) e il “diritto di ingerenza umanitaria” che trovò rapida applicazione nell’invasione dell’Afganistan, dell’Iraq, e nell’attivo sostegno alle rivoluzioni colorate e dei cambi di regime in Nord Africa, ma non solo. Nonostante la tragedia della crisi finanziaria americana (2006) e le sue conseguenze in Europa (2008), l’apoteosi di questa “dottrina” si raggiunse nel 2011 con il bombardamento della Libia e l’esecuzione del suo rais, Mohammed Gheddafi.

Il 2011 è la data spartiacque tra il mondo di prima – l’imperfetto equilibrio di pace e benessere garantito dalla deterrenza nucleare della Guerra Fredda – e quello attuale di “caos fluido” e guerre locali con implicazioni globali. Guerre che si stanno manifestando dal 2014 in Ucraina, in Libia, in Iran, in Siria, in Libano, in Palestina, in Sudan, in Etiopia, nel Corno d’Africa, in Yemen, nel Sahel, che continuano nella Repubblica Democratica del Congo e altrove. Sullo sfondo restano le tensioni, anche militari, tra superpotenze, Stati Uniti, Cina e Russia. (A lato la nota mappa di “Caoslandia” elaborata da Limes).
Quell’anno segnò anche il rivolgimento dell’esperienza politica, sociale ed economica che dal 1947 era incentrata sullo stato sociale (welfare state) e sulla diffusione del benessere. In Europa, il patto di stabilità adottato a Maastricht – un patto di tipo programmatico – fu sostituito dalla quintessenza neoliberista del “Six Pack” e del “Fiscal Compact”, cioè da misure automatiche ed immediatamente restrittive delle politiche fiscali e di bilancio nazionali il cui accertamento e le procedure di convalida erano trasferite a livello sopranazionale europeo.
Nel caso italiano, ciò si tradusse nella modifica costituzionale del 2012 (governo del tecnico di Mario Monti) che emendò vari articoli della Carta inserendovi il principio del “pareggio di bilancio”. Una decisione secondo alcuni autolesionista e secondo altri benefica. Nella nuova Italia normalizzata e post Guerra Fredda, la programmazione economica, e quindi i ruoli e le competenze del governo e soprattutto del parlamento furono “esfiltrati” dal dibattito politico-sociale nazionale spostandosi ad un livello “tecnico” sovranazionale europeo. Dal 2011 ad oggi i bilanci dello Stato italiano sono ridotti a meri esercizi contabili che devono soddisfare primariamente le esigenze sovranazionali dell’UE e delle agenzie di rating americane. Da allora, tagli consistenti alla spesa pubblica in materia di salute, educazione, trasporti, sono la norma a prescindere dai componenti delle coalizioni di governo. E’ evidente che il declino della politica insieme a quello demografico riducono le opportunità di crescita economica del Paese con evidenti effetti sulla sua rilevanza anche geopolitica[i].
Dopo trent’anni dalla fine tecnica della Guerra Fredda, l’Occidente non è più lo stesso. C’è da chiedersi se abbia ancora un senso geopolitico oltre la stanca retorica del Patto Atlantico e scontando le sciocchezze come “democrazie contro autocrazie” oppure le fantasticherie del rule based order, della libertà e della crescita senza limiti.
L’Unione europea e i suoi Stati membri mostrano, per essere gentili, il grado più basso di coesione, di organicità e di prospettiva, oltre ad avere una popolazione sempre più vecchia e rassegnata. Il più grande ed economicamente potente dei suoi Stati, la Germania, attraversa una profonda crisi economica, sociale e politica aggravatasi dopo l’imposta separazione economica ed energetica dalla Russia. L’incipit del rapporto Censis 2023 dedicato all’Italia si applica bene a livello continentale europeo: “I sonnambuli sono ciechi dinanzi ai presagi. Alcuni processi economici e sociali largamente prevedibili nei loro effetti sembrano rimossi dall’agenda collettiva, o sono comunque sottovalutati. Benché il loro impatto sarà dirompente per la tenuta del sistema, l’insipienza di fronte ai cupi presagi si traduce in una colpevole irresolutezza”[ii].
Anche gli Stati Uniti scontano un trentennio disastroso sul piano fiscale, sociale, politico, e quindi di credibilità. Pur restando ancora la più grande super potenza mondiale, le faglie interne e le fratture sociali e territoriali oltre ai cambiamenti demografici e culturali hanno spento il sogno americano, tant’è che oggi ci si chiede che significhi essere americani. Più che una nazione, l’America di oggi somiglia ad un mosaico di localismi e di conventicole chiuse in gruppi omogenei che non cercano ma impediscono il dialogo. Anche sul piano militare, della difesa e della sicurezza, gli Stati Uniti presentano deficit strutturali – lo dicono gli analisti del Pentagono – che rendono improbabile la capacità umana e tecnologica di affrontare una guerra (figurarsi due in contemporanea come vagheggiano i neoconservatori!). Ne discende che anche la capacità di deterrenza ne risente[iii]. Ciò dovrebbe preoccupare (o rilanciare) gli europei che prima o poi potrebbero doversela sbrigare da soli …
Trent’anni dopo la fine della Gerra Fredda, la Turchia ha risolto in chiave neo-imperiale ottomana la pluridecennale questione dell’enclave armena (Nagorno Karabakh) nel turcofono Azerbaijan, in opposizione all’Iran ma in buona collaborazione con Israele, Cina e Russia. L’UE e gli Stati Uniti sono rimasti alla finestra tentando qualche maldestro e malriuscito contropiede. Invece, chiusi in una logica imperscrutabile che guarda al passato, gli europei e gli statunitensi sono stati sorpresi dal concreto riavvicinamento diplomatico di Arabia Saudita e Iran mediato dalla Cina, dall’espansione dei BRICS, dalla crescita della presenza economica e dell’influenza cinese in quasi tutti i paesi dell’Africa e dal ritorno della Russia. L’UE, ipnotizzata dalla Francia, non si è accorta (e non ha reagito preventivamente) ai preparativi più che evidenti di colpi di stato nei Paesi della fascia sub-sahariana del Sahel dall’Atlantico all’Oceano Indiano. Mentre gli europei sono restati stizziti dal fallimento della loro più grande missione di sicurezza – il G5 Sahel – e dall’obbligato ritiro delle forze francesi e tedesche, con una mossa del cavallo gli Stati Uniti hanno presentato le credenziali del loro nuovo ambasciatore in Niger il giorno stesso della partenza dell’ultimo militare francese[iv]. Ancor più sorprendente è la situazione che, come vedremo, si è generata nella Repubblica Democratica del Congo, ex colonia belga e Paese tanto grande quanto cruciale per l’UE e per gli equilibri del continente africano. Sembra chiaro che i cambiamenti degli equilibri geopolitici nei resti di Guerra Fredda in Africa non saranno gestiti dall’UE e neppure dai suoi Stati membri, con buona pace della Francia ma anche dell’Italia che ha finora vagheggiato di un “piano Mattei per l’Africa”.
segue
[i] Per un’analisi della situazione italiana si veda, tra gli altri, la bella discussione tra Massimiliano Valerii (Censis) e Paolo Peluffo, in occasione del trentennale della rivista Limes. https://www.limesonline.com/trentesimo-anniversario-di-limes-a-che-ci-serve-lo-stato/134640
[ii] https://www.censis.it/rapporto-annuale
[iii] Per l’analisi della crisi degli Stati Uniti, si veda, tra gli altri, la bella presentazione di Federico Petroni e la cartografia di Limes in occasione del trentennale della rivista. https://www.limesonline.com/trentesimo-anniversario-di-limes-a-che-ci-serve-loccidente/134639
[iv] https://twitter.com/casusbellii/status/1731361086689911175





