Il paradosso delle civiltà
Esiste un curioso paradosso che accompagna la storia delle grandi potenze.
Più gli Stati entrano in competizione tra loro, più spesso le loro società divengono complesse nel significato più autentico del termine.
Dal latino complexus, “intrecciato insieme”, il concetto di complessità non indica qualcosa di difficile, ma una realtà composta da elementi sempre più interconnessi, dove economia, tecnologia, cultura, migrazioni e informazione si influenzano reciprocamente ben oltre i confini degli Stati, una contaminazione che porta persino ad assomigliarsi nelle diversità.
Gli Stati Uniti e la Cina ne rappresentano probabilmente l’esempio più evidente.
Washington e Pechino sono impegnate nella più grande competizione tecnologica, industriale e strategica del XXI secolo. Semiconduttori, intelligenza artificiale, spazio, telecomunicazioni e catene del valore globali sono diventati i nuovi campi di battaglia della geopolitica contemporanea, eppure proprio gli Stati Uniti sono stati, per oltre un secolo, uno dei principali luoghi di integrazione della comunità cinese nel mondo occidentale.
Dalle ferrovie del XIX secolo fino alla Silicon Valley, milioni di cittadini di origine cinese hanno contribuito alla costruzione della potenza economica e tecnologica americana.
Ancora oggi università, laboratori di ricerca e aziende statunitensi continuano a essere profondamente influenzati dal contributo della diaspora cinese, nonostante la crescente competizione strategica tra le due superpotenze. Qualcosa di simile vale anche per il rapporto tra Stati Uniti e Russia.
La narrazione geopolitica contemporanea tende a descriverli come mondi opposti, quasi incompatibili, eppure le somiglianze storiche sono numerose. Entrambi sono Paesi continentali costruiti sull’espansione verso territori immensi, sulla frontiera, sulla conquista degli spazi e sull’idea di una missione storica quasi messianica.
Non è un caso che sia stata proprio la Russia imperiale a vendere l’Alaska agli Stati Uniti nel 1867, trasferendo inconsapevolmente una delle future chiavi strategiche dell’Artico e del Pacifico settentrionale.
Una terra che allora appariva come una lontana e gelida periferia dell’impero e che oggi si affaccia su uno dei confini geopolitici più affascinanti del pianeta, quello tra due isole: la Grande Diomede e la Piccola Diomede, separate da appena tre chilometri di mare ma da ventitré ore di differenza temporale, quasi a rappresentare simbolicamente il punto in cui America e Russia si guardano negli occhi da due giorni diversi ma dallo stesso orizzonte artico.
Americani e russi condividono inoltre una forte dimensione patriottica, una grande centralità dello Stato nella narrazione nazionale e una tendenza a percepirsi come civiltà e non come semplici nazioni.
L’Europa rappresenta, invece, il paradosso opposto. Per storia, religione, filosofia e radici culturali, gli europei dovrebbero probabilmente costituire la comunità politica più omogenea del pianeta.
Eppure, proprio il continente europeo continua a mostrare differenze profonde tra Nord e Sud, tra Est e Ovest, tra visioni economiche, energetiche, strategiche e persino identitarie.
Le crisi degli ultimi anni hanno reso queste differenze ancora più evidenti: difesa, energia, industria, immigrazione e rapporto con le grandi potenze hanno spesso prodotto risposte differenti all’interno della stessa Europa.
L’America è nata come un’idea prima ancora che come una geografia, la Russia è nata come uno spazio da proteggere, la Cina è nata come una civiltà e continua ad attraversare i millenni.
L’Europa è nata dalla storia millenaria di molte identità differenti che hanno deciso soltanto recentemente di condividere una parte del proprio destino.
Ed è probabilmente per questo che, mentre gli Stati Uniti celebrano i loro 250 anni di storia nazionale, continuando ancora a discutere e a inseguire il proprio sogno americano, paradossalmente quel sogno continua a esercitare attrazione ben oltre i confini degli Stati Uniti stessi.
I sondaggi diffusi in occasione del duecentocinquantesimo anniversario mostrano un Paese diviso tra orgoglio e inquietudine. Il 77% degli americani ritiene che i Padri Fondatori sarebbero delusi dall’America contemporanea, eppure la maggioranza continua a considerare validi i principi del 1776 e a credere nella possibilità di rinnovare quella promessa originaria.
Il sogno americano, in fondo, non è mai stato la convinzione di vivere nel Paese perfetto è qualcosa di diverso, quella convinzione che il futuro possa essere migliore del presente e che ogni generazione abbia il dovere di provarci ancora una volta.
Forse è proprio questa la differenza più grande tra le civiltà del nostro tempo.
Le potenze combattono per il potere, le economie competono per la tecnologia, gli Stati difendono i propri interessi, le società, invece, continuano a copiarsi, influenzarsi e assomigliarsi molto più di quanto la geopolitica sia disposta ad ammettere.
Il futuro non riguarderà quale civiltà sarà più forte militarmente o economicamente, le società continueranno probabilmente a fare ciò che hanno sempre fatto nella storia dell’umanità, imparare le une dalle altre, assomigliarsi sempre di più e costruire, spesso inconsapevolmente, un destino comune.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


