Chi li paga? Chi li organizza? Chi li protegge? Chi li giustifica? Una catena eversiva, agli ordini di un mondo morente, è in azione per destabilizzare la democrazia
È assiomatico che le piazze normalmente, salvo casi eccezionali, non si organizzano da sole, ma c’è chi le organizza ed è altrettanto assiomatico che se una parte del mondo della politica sceglie la piazza come luogo privilegiato dello scontro, chi è interessato a manipolare si trova il terreno arato e concimato.
Sabato e domenica Milano, Bologna, Torino sono diventati campi di battaglia dell’eversione organizzata.
In Questura 60 giovani. Inutile inseguire la cronaca, che i social rendono orami molto meglio dei quotidiani. Meglio cercare di capire il fenomeno, andando alle radici.
Cercare di capire il fenomeno
Gli assalti avvengono con piccoli gruppi e velocissimi: arrivano, rompono, portano via e scappano. Una modalità con cui hanno messo a ferro e fuoco le città.
Tra i 50 fermati a Milano la metà e composta da minorenni. Milano ricorda la città devastata dai black bloc il primo maggio del 2015, ma questa volta, assieme ai professionisti, ci sono dei ragazzi di seconda generazione dell’immigrazione.
Uno degli aspetti da considerare con grande attenzione è che i giovani sono mobilitati attraverso i social. Il Corriere della Sera riferisce di ragazzi giovanissimi, molti minorenni, richiamati anche da altre province attraverso il passaparola e i social.
Qui è necessario soffermarci, perché un’ipotesi plausibile sul piano dei meccanismi di mobilitazione digitale è un innesco deliberato che può generare una dinamica che, una volta avviata, si alimenta anche senza che chi l’ha avviata continui a dirigerla.
Il tema, pertanto, che riguarda gli organi dello Stato e in particolare l’intelligence, è capire chi ha provocato o provoca l’innesco.
Mobilitazione digitale da guerra ibrida
Nella prospettiva della guerra ibrida, i social possono diventare uno strumento per sfruttare tensioni già presenti, rendere più conflittuali le percezioni reciproche e accelerare la mobilitazione.
Non è necessario creare dal nulla un movimento: può essere sufficiente individuare una frattura sociale, amplificarla e favorire le condizioni perché degeneri.
Il meccanismo può essere rappresentato così:

L’ipotesi è strategicamente rilevante
Il punto è che l’autonomia della fase finale non esclude una manipolazione nella fase iniziale.
Si possono distinguere tre livelli.
Manipolazione dell’innesco: qualcuno promuove intenzionalmente una mobilitazione o una provocazione.
Amplificazione artificiale: reti di profili coordinati, account falsi o automatizzati fanno apparire un messaggio più diffuso e condiviso di quanto sia realmente.
Sfruttamento dell’escalation: altri soggetti utilizzano gli scontri e la loro copertura mediatica per aggravare la polarizzazione, anche senza averli originariamente provocati.
Questi livelli possono coesistere, ma non è detto che siano riconducibili allo stesso attore.
Una mobilitazione apparentemente spontanea, pertanto, potrebbe essere stata innescata o amplificata deliberatamente, per poi trasformarsi in una dinamica autonoma di disordine.
La possibile convergenza di reti diverse
C’è poi una questione che riguarda nello specifico l’eversione attuale: la possibile convergenza fra reti diverse. Un’inchiesta giornalistica del febbraio 2026 aveva già descritto presunti accordi preventivi fra frange antagoniste e l’impiego di giovani reclutati per alimentare gli scontri.
La questione decisiva, dunque, non è soltanto chi abbia materialmente devastato una città, ma se esistano prove di chi abbia convocato i partecipanti, finanziato eventuali trasferimenti, distribuito materiali, concordato le azioni o indirizzato gruppi diversi verso obiettivi comuni.
Sono questi gli elementi che permetterebbero di distinguere il semplice contagio della violenza dal reclutamento organizzato.
E c’è un’ulteriore distinzione: essere utilizzati da un gruppo politico non equivale necessariamente a essere stati assoldati. Il reclutamento può basarsi su denaro, ma anche su incentivi di gruppo, prestigio, propaganda o ostilità condivise.
Italia e Francia, dinamiche simili
Quanto avviene in Italia è esattamente come quanto avviene in Francia, con i disordini segnati da tattiche di guerriglia urbana.
Durante le recenti mobilitazioni di piazza, la dinamica degli scontri ha evidenziato schemi operativi ben precisi.
Azione a “Sciame” e Gruppi Mobili – Accanto alle sfilate sindacali o studentesche pacifiche si muovono gruppi autonomi, incappucciati e vestiti di nero (Black Bloc e frange radicali). Utilizzano tattiche di attacco rapido e dispersione (hit-and-run), erigendo barricate improvvisate, lanciando mortaretti o bombe molotov contro le forze dell’ordine e dileguandosi prima dell’arrivo dei reparti antisommossa.
Uso dei Social Network per il Coordinamento – L’organizzazione degli spostamenti e l’individuazione degli “obiettivi” (stazioni, municipi, zone commerciali) avvengono tramite canali criptati e piattaforme come Telegram o TikTok, rendendo difficile il filtraggio preventivo della polizia.
Infiltrazioni dalle Banlieue – In diverse occasioni, ai nuclei ideologizzati di estrema sinistra si uniscono gruppi di giovani delle periferie (banlieue) che sfruttano il caos per azioni punitive contro i simboli dello Stato (commissariati, municipi) o per saccheggi commerciali.
Jean-Luc Mélenchon: tra incitamento e difesa della piazza
Jean-Luc Mélenchon occupa una posizione strategica in questo scenario.
Il leader di La France Insoumise (LFI) adotta da tempo la strategia della conflittualità permanente. Mélenchon rifiuta la distinzione netta tra “manifestanti buoni” e “manifestanti violenti”, arrivando a definire le piazze infiammate come una forma di resistenza legittima contro l’autoritarismo del governo e la pressione economica.
LFI e Mélenchon accusano sistematicamente il Ministero dell’Interno e la polizia di adottare “tecniche di repressione provocatorie” e sproporzionate, ribaltando la responsabilità della violenza sulle istituzioni statali. L’idea di fondo dell’ultrasinistra melenchoniana è che il caos sociale continuo e l’ingovernabilità siano l’unico strumento per logorare l’esecutivo e provocare la caduta del governo o lo scioglimento delle Camere.
Il governo e le forze di maggioranza accusano Mélenchon di irresponsabilità politica e di offrire una copertura ideologica a teppisti e fringe radicate.
La linea massimalista di Mélenchon ha spaccato il fronte dell’opposizione. Socialisti, ecologisti e socialdemocratici prendono sempre più le distanze da LFI, condannando le violenze e accusando Mélenchon di esasperare il Paese a unico vantaggio politico delle destre.
In Italia cresce l’attacco allo Stato con tecniche di guerriglia
L’attacco allo Stato è crescente e va contrastato con decisione è fermezza. La galassia degli antagonisti, più o meno violenti, è lo stagno nel quale nuotano i pesci dell’eversione.
Ha funzionato così anche negli Anni di Piombo. Attorno alle Brigate Rosse, a Prima Linea, a Autonomia Operaia e alle formazioni armate e clandestine c’era il cordone del consenso dell’antagonismo non clandestino.
La frase «Né con lo Stato né con le BR (Brigate Rosse)» – o varianti come: «Né con lo Stato né con le Brigate Rosse» – è uno slogan dell’area dell’estrema sinistra extraparlamentare, in particolare di Lotta Continua, emerso soprattutto intorno al 1977 – 1978 durante gli Anni di Piombo. Esprimeva una posizione di equidistanza: rifiuto sia dello Stato (visto come repressivo), sia del terrorismo brigatista.
Come ho già scritto, “Blocco Nero” o “Black Bloc” è una tattica di protesta usata soprattutto da gruppi anarchici, autonomi e antagonisti.
Si tratta di un metodo di azione in cui i manifestanti si vestono interamente di nero (abiti scuri, passamontagna, caschi, occhiali, sciarpe o maschere) per rendere difficile l’identificazione individuale da parte della polizia, formare un blocco compatto e mobile, attaccare obiettivi simbolici (banche, negozi di lusso, auto della polizia, vetrine) con azioni dirette, spesso violente (lancio di oggetti, incendi, danneggiamenti), disperdersi rapidamente dopo l’azione e hanno caratteristiche tipiche della guerriglia urbana e di azioni dirette, che richiedono preparazione, coordinamento e disciplina.
C’è un evidente coordinamento in piccoli gruppi (“affinity group”) che si preparano separatamente e si riuniscono sul campo con segnali prestabiliti. Studiano percorsi dei cortei, individuano vie di fuga, punti deboli delle forze dell’ordine, obiettivi simbolici e luoghi per nascondere materiali (sassi, bottiglie, fumogeni, attrezzi).
Adottano movimenti compatti, avanzate e ritirate sincronizzate, uso di linguaggio gestuale o codici (a volte anche in inglese per facilitare la partecipazione internazionale).
Hanno una preparazione fisica, con allenamenti informali in palestre occupate, spazi aperti o “palestre politiche”, esercizi di resistenza, corsa e trasporto pesi (per esempio per spostare barricate o lanciare oggetti).
Nelle recenti azioni No TAV si è parlato di assalti su più fronti con strategia coordinata. Queste capacità derivano dall’esperienza accumulata in proteste ripetute (dagli anni ’80 in Germania fino a oggi), manuali di azione diffusi nella rete scena anarchica e degli autonomi e condivisione di conoscenze tra militanti internazionali.
Chi partecipa spesso ha anni di militanza alle spalle (centri sociali, manifestazioni, scontri minori). In alcuni casi recenti (come No TAV) si nota un carattere multinazionale con persone arrivate da altri Paesi, il che aumenta la percezione di professionalità.
I Black Bloc come Prima Linea
Le modalità di Blocco Nero sembrano affini a quelle di Prima Linea, organizzazione terroristica di estrema sinistra attiva in Italia principalmente tra il 1976 e il 1983 (con picco negli Anni di Piombo), seconda solo alle Brigate Rosse per numero di azioni e aderenti.
Era composta prevalentemente da militanti provenienti da Lotta Continua, Potere Operaio e Autonomia Operaia, con forte presenza nelle città industriali del Nord (Milano, Torino, ecc.).
A differenza delle Brigate Rosse, che usavano una struttura più compartimentata con covi (nascondigli) dedicati, depositi di armi e una maggiore clandestinità, Prima Linea adottava un modello più fluido e “di massa”.
La maggior parte dei militanti non viveva in clandestinità e manteneva una vita “normale” (lavoro, università, militanza politica aperta) e non disponeva di una rete estesa di basi fisse o covi centralizzati. Armi e documenti venivano spesso custoditi nelle case private dei militanti.
L’organizzazione era articolata in nuclei locali semi-autonomi coordinati da un Comando Nazionale, con legami al movimento extraparlamentare.
Le attività di preparazione (uso delle armi, tattiche di guerriglia urbana, pianificazione di attentati) avvenivano in modo informale e decentralizzato e il gruppo privilegiava l’integrazione con il movimento di massa piuttosto che la creazione di strutture militari isolate, per evitare l’isolamento tipico delle BR.
Prima Linea rivendicò oltre 100 azioni, tra cui ferimenti (gambizzazioni) di dirigenti, politici, magistrati e forze dell’ordine, e alcuni omicidi e si sciolse formalmente nel 1983 dopo arresti di massa, pentimenti (come Roberto Sandalo e Michele Viscardi) e divisioni interne.
Tra i fondatori di Prima Linea troviamo: Sergio Segio (fondatore che in seguito ha scritto libri sull’esperienza, come Miccia corta); Susanna Ronconi (fondatrice, ex militante delle Brigate Rosse, figura chiave soprattutto nelle prime fasi); Marco Donat-Cattin (fondatore, leader di primo piano e figlio del politico DC Carlo Donat-Cattin, attivo soprattutto fino al suo arresto); Roberto Sandalo (fondatore e coinvolto in fasi operative importanti).
Nonostante le differenze, con le Brigate Rosse Prima Linea ebbe punti di contatto e collaborazione con le BR. Entrambe le organizzazioni volevano abbattere lo Stato capitalista e instaurare una dittatura del proletariato.
Prima Linea appoggiava molte azioni delle BR e, in alcuni casi, le rivendicava o le considerava positivamente.
Ci furono passaggi individuali e verso la fine, alcuni superstiti di Prima Linea confluirono nelle BR. All’inizio del 1978 nacque un comando unificato tra Prima Linea e Formazioni Comuniste Combattenti (FCC, scissione da aree vicine alle BR), anche se fu limitato.
Black Bloc e Autonomia Operaia
Quando si affronta la presenza dei Black Bloc ci si imbatte inevitabilmente nell’italiana Autonomia Operaia, in quanto il movimento autonomo tedesco (Autonomen) degli anni ’80 (da cui derivano i militanti Black Bloc) ha preso ispirazione diretta dall’esperienza italiana di Autonomia Operaia (e in parte anche da Potere Operaio).
Gli Autonomen tedeschi guardavano all’Italia come modello di autonomia dal partito, di legame con le lotte di fabbrica e di piazza, di rifiuto della politica istituzionale e di pratiche di scontro diretto (occupazione di case, sabotaggi, violenza diffusa).
In particolare, l’Autonomia Operaia italiana rappresentava per loro un riferimento teorico e pratico importante: l’idea di “autonomia” come rifiuto di ogni avanguardia esterna (partito, sindacato, BR-style), la centralità dei bisogni proletari e una certa diffusione della militanza invece della rigida clandestinità.
Gli Autonomen tedeschi svilupparono poi una propria specificità (più orientata ai centri sociali, all’antifascismo militante e al Black Bloc), ma riconoscevano le radici italiane.
Quello del rapporto tra Black Bloc e Autonomia Operaia è uno dei casi classici di circolazione di idee nella sinistra radicale europea degli anni ’70 -’80.
Gli Autonomen (o Autonome Szene) emergono nella Germania Ovest Anni ’70-’80 come evoluzione dei movimenti studenteschi del ’68 (Sponti-Bewegung), dei gruppi comunisti (K-Gruppen), dell’Autonomia Operaia italiana (da cui prendono ispirazione) e delle lotte contro il nucleare, gli sfratti e il riarmo.
Molti militanti provenivano da ambienti marxisti anti-imperialisti, con una minoranza anarchica.
Si distinguono per il rifiuto della politica istituzionale (inclusa quella dei Verdi, nati dallo stesso ambiente) e per la pratica dell’autonomia: centri sociali occupati (Häuser), spazi liberi, cultura alternativa e azioni dirette.
Diventano famosi per la tattica del Black Bloc (Schwarzer Block), nata proprio tra loro negli anni ’80 durante proteste anti-sfratti e anti-nucleari.
Gli Autonomen non hanno un partito o un comando unico, ma reti locali, affinità di gruppo, centri sociali autonomi e la loro ideologia è un mix di marxismo autonomo, anarchismo, anti-fascismo militante e anti-capitalismo.
Le loro azioni riguardano occupazioni, manifestazioni militanti, scontri con la polizia e con l’estrema destra (soprattutto dopo la riunificazione, quando contrastarono pogrom neonazisti). Hanno influenzato l’antifa contemporanea tedesca.
Dal movimento degli anni ’80 si è passati a scene più frammentate, con focus su antifa, ecologia radicale, femminismo, migrazione e critica allo Stato.
Dietro gli Autonomen c’è la storia della sinistra extraparlamentare tedesca post-’68, con influenze italiane (Autonomia) e un forte radicamento in contesti urbani come Berlino (Kreuzberg), Amburgo, Göttingen o Francoforte.
La questione dell’influenza italiana è decisiva per capire non solo il passato, ma il presente e per comprendere le posizioni della sinistra cosiddetta progressista attuale e la difficoltà della stessa a prendere le distanze da una rete che propone e pratica l’antifa, l’ecologismo radicale, il migrazionismo, l’occupazione delle case, l’occupazione dei centri sociali.
Autonomia Operaia, un’area vasta e composita di collettivi
Autonomia Operaia (spesso chiamata Autonomia Operaia Organizzata) è stato uno dei principali movimenti della sinistra extraparlamentare italiana degli anni ’70, emerso tra il 1973 e il 1977 come evoluzione di esperienze precedenti come Potere Operaio.
Non era un’organizzazione centralizzata o gerarchica, ma un’area vasta e composita di collettivi, riviste, fabbriche e università, con forti radici operaie (soprattutto nel Nord) e studentesche e aveva come ideologia il marxismo autonomo (operaista), con rifiuto del partito tradizionale (incluso il PCI), centralità della classe operaia e dei “bisogni” proletari, critica al lavoro salariato e al capitalismo e enfatizzava l’autorganizzazione dal basso, il sabotaggio, le occupazioni e la violenza diffusa come strumenti di lotta. Toni Negri (teorico di riferimento), Oreste Scalzone, Franco Piperno, e altri intellettuali e attivisti erano legati a riviste come Rosso (Milano) o a collettivi come via dei Volsci a Roma.
Autonomia Operaia praticava la presenza nelle fabbriche (contro i sindacati “ufficiali”), nel movimento del ’77 (studentesco e proletario), in scontri di piazza, in “espropri proletari” e una parte dell’area teorizzava o praticava la lotta armata diffusa (non centralizzata).
Il movimento del ’77 rappresenta il suo momento di massima visibilità, con un carattere più “spontaneista” e movimentista rispetto ai gruppi degli anni precedenti.
I rapporti con Brigate Rosse furono complessi e conflittuali, con momenti di vicinanza, ma anche di critica e rivalità. Alcune aree di Autonomia condividevano l’analisi anti-imperialista e la necessità della lotta armata. Ci furono passaggi individuali di militanti verso le BR. Autonomia però criticava spesso il modello delle BR come “avanguardia elitaria” e “partito armato” chiuso e verticistico, che rischiava di isolarsi dalle masse.
Le BR, a loro volta, vedevano l’Autonomia come troppo disorganizzata o “spontaneista”. I rapporti con Prima Linea furono più stretti e collaborativi anche per il fatto che Prima Linea nacque in parte da scissioni o evoluzioni di militanti provenienti da Lotta Continua e dall’area di Autonomia Operaia, soprattutto attraverso l’esperienza della rivista Senza Tregua.
La possibile interferenza di reti islamiste
La possibile interferenza di reti islamiste è un elemento che merita di essere esaminato, in ragione di una influenza ideologica e di radicalizzazione.
Nel gennaio 2026, un atto parlamentare del Senato ha richiamato l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo di Genova sui presunti finanziamenti ad Hamas attraverso associazioni di beneficenza.
Nel luglio 2026, inoltre, l’ANSA ha riferito di perquisizioni nei confronti di due uomini indagati per propaganda a favore di Hamas e Hezbollah attraverso i social.
Nel giugno 2026, un atto ispettivo del Senato ha riportato elementi di un’indagine milanese riguardante persone che sarebbero state legate alla Fratellanza musulmana e ad attività di mobilitazione e raccolta di fondi a favore dei palestinesi.
Le indagini italiane hanno documentato casi di minorenni coinvolti in ambienti digitali estremisti. Nel luglio 2025, per esempio, il Corriere della Sera ha riferito di 22 perquisizioni nei confronti di adolescenti in diversi contesti estremisti, fra cui quello jihadista, suprematista e antagonista.
Il dato mostra che Internet può mettere in contatto giovani con ambienti radicali differenti; non dimostra che questi ambienti agiscano insieme.
L’eversione ultima spiaggia di un mondo che muore
La protesta eversiva potrebbe anche essere incitata da un mondo come quello della finanza speculativa, che si è avvalso delle sinistre e dei verdi per attuare le sue scelte economiche e ideologiche e che vede, di giorno in giorno, avanzare le destre e con esse le basi della fine del proprio tentativo egemonico. Meglio il caos che la fine di un mondo.
La formula, «meglio il caos che la fine di un mondo», descrive una possibile logica di potere: quando un sistema perde la capacità di ottenere consenso e teme di perdere influenza, alcuni dei suoi attori potrebbero preferire una fase di destabilizzazione a una transizione che li marginalizzi.
Come si potrebbe costruire questa ipotesi
- Perdita di egemonia – Cambiamento degli equilibri elettorali, crisi della legittimità delle élite, contestazione delle politiche economiche dominanti.
- Difesa degli interessi consolidati – Pressione economica, lobbying, influenza culturale e mediatica, sostegno a determinate agende politiche.
- Eventuale manipolazione del conflitto – Amplificazione artificiale delle fratture sociali, campagne coordinate, delegittimazione degli avversari o, nell’ipotesi più grave, sostegno deliberato a disordini.
- Esito destabilizzante – Polarizzazione, sfiducia nelle istituzioni, emergenza permanente e possibile restringimento degli spazi di confronto democratico.

Conclusione
Quando un sistema di potere percepisce una minaccia alla propria egemonia, può cercare di preservarsi anche attraverso strategie di polarizzazione e destabilizzazione. Stabilire se ciò stia accadendo in un caso concreto richiede però di identificare attori, risorse, collegamenti e condotte, senza trasformare una spiegazione plausibile in una conclusione anticipata.
È quello che devono fare le istituzioni, perché una cosa è certa: siamo in presenza di una fase eversiva.





