Home Opinioni Oltre Netanyahu: cambieranno i volti, non la logica del potere

Oltre Netanyahu: cambieranno i volti, non la logica del potere

0
cambieranno i volti

Gaza, Cisgiordania e Libano davanti alla continuità della guerra

“La pace non può essere mantenuta con la forza; può solo essere raggiunta con la comprensione”.
Albert Einstein

Anche se a guidare Israele sarà un uomo diverso da Benjamin Netanyahu, potranno cambiare i modi, le parole e le narrazioni con cui il Paese giustifica le proprie scelte, ma non necessariamente cambierà il modo di procedere nei confronti di Gaza, della Cisgiordania e del Libano.

Il problema, infatti, non risiede soltanto nella figura del primo ministro, bensì in una struttura politica, militare e strategica che, nel corso degli anni, ha progressivamente trasformato la sicurezza nazionale in una giustificazione generale dell’uso della forza e il controllo territoriale in una componente durevole del proprio orizzonte politico.

È questa la questione che occorre affrontare senza lasciarsi distrarre dall’alternanza dei leader, dalle promesse elettorali o dalle improvvise conversioni al linguaggio diplomatico.

Netanyahu è stato un protagonista determinante di questa stagione: ha contribuito a consolidare l’influenza della destra nazionalista e religiosa e ha fatto della sicurezza, della contrapposizione ai nemici e della fermezza militare gli elementi centrali della propria identità politica.

Tuttavia, sarebbe un errore considerare la sua eventuale uscita di scena come una soluzione automatica dei conflitti. Un sistema politico non si esaurisce nel suo rappresentante più riconoscibile: sopravvive attraverso le istituzioni, le alleanze parlamentari, gli apparati di sicurezza, gli interessi territoriali e le convinzioni collettive che ne sostengono l’indirizzo.

Un nuovo primo ministro potrebbe certamente adottare un tono meno aggressivo, riaprire canali diplomatici, ridurre alcune tensioni con gli alleati occidentali e presentare le operazioni militari attraverso una narrazione più moderata.

Potrebbe persino riconoscere la necessità di una soluzione negoziata e di una nuova architettura regionale. Ma la differenza decisiva non sarebbe nel tono delle dichiarazioni, bensì nella capacità di tradurle in scelte verificabili: fermare le operazioni che colpiscono i civili in violazione del diritto internazionale, consentire l’ingresso degli aiuti umanitari, rinunciare all’espansione degli insediamenti, riconoscere diritti politici effettivi ai palestinesi e accettare che la sicurezza israeliana non possa fondarsi sulla permanente insicurezza dei popoli confinanti.

È qui che si misura la distanza tra un cambiamento di governo e un cambiamento di politica.

Gaza: la distruzione non può diventare una strategia permanente
A Gaza, la tragedia non può essere letta esclusivamente attraverso la successione degli attacchi, delle tregue e delle riprese dei combattimenti.

La devastazione delle abitazioni e delle infrastrutture, la perdita di vite umane, lo sfollamento della popolazione e la compromissione dei servizi essenziali hanno prodotto una crisi che non si risolve con la semplice cessazione temporanea delle ostilità.

Anche quando le armi tacciono, rimangono le macerie, il trauma, la mancanza di cure, la difficoltà di procurarsi cibo e acqua e l’incertezza di chi non sa se potrà tornare a vivere nella propria casa.

Il 7 ottobre 2023, gli attacchi di Hamas contro Israele, con l’uccisione di civili e la presa di ostaggi, hanno costituito una gravissima violazione del diritto internazionale e hanno aperto una fase di guerra dalle conseguenze devastanti. Riconoscere questa realtà non significa attribuire a Israele una libertà illimitata nell’esercizio della forza.

Il diritto alla sicurezza non cancella il diritto internazionale umanitario; la necessità di contrastare un’organizzazione armata non elimina gli obblighi di distinguere tra combattenti e civili, rispettare il principio di proporzionalità e adottare tutte le precauzioni possibili per proteggere la popolazione.

Questi principi non sono formule astratte, né concessioni politiche a una delle parti. Sono limiti che devono valere per tutti.

La questione fondamentale è se Gaza debba rimanere uno spazio nel quale la popolazione civile vive sotto la minaccia ricorrente della guerra, oppure se possa diventare il luogo di una ricostruzione politica e materiale capace di restituire ai suoi abitanti condizioni di vita dignitose e una prospettiva di futuro.

Una nuova leadership israeliana potrebbe contribuire a questo passaggio, ma soltanto se accettasse che la soluzione non consiste nel perpetuare un controllo militare indefinito, né nel subordinare ogni prospettiva politica palestinese a un’emergenza di sicurezza senza termine.

Distruggere la capacità militare di un avversario non equivale necessariamente a eliminare le condizioni che alimentano il conflitto.

Quando una popolazione sperimenta per anni occupazione, privazioni, perdita della casa e assenza di prospettive, la sola superiorità militare non costruisce un ordine politico stabile. Può ottenere risultati tattici, ma non garantisce una pace durevole.

Una popolazione privata della possibilità di immaginare un futuro non diventa automaticamente più disponibile alla riconciliazione.

Al contrario, la distruzione prolungata delle condizioni materiali dell’esistenza può alimentare nuovi rancori, consolidare le divisioni e rendere ancora più difficile la convivenza.

Per questo la ricostruzione di Gaza non può essere considerata un problema secondario da affrontare soltanto dopo la soluzione militare: è una parte essenziale di qualsiasi soluzione politica.

Cisgiordania: il conflitto che continua anche quando le telecamere si spostano altrove

La Cisgiordania rappresenta un banco di prova ancora più rivelatore della continuità strategica israeliana. Qui la questione non riguarda soltanto le operazioni militari, gli attentati o gli scontri armati, ma anche l’espansione degli insediamenti, la frammentazione del territorio palestinese, le restrizioni alla libertà di movimento, le demolizioni e le violenze contro le comunità locali.

La crescita degli insediamenti israeliani nei territori occupati dal 1967 non è un fenomeno marginale, separato dalla questione della pace. Incide direttamente sulla possibilità di costruire uno Stato palestinese territorialmente contiguo e politicamente sostenibile.

Ogni nuova espansione, ogni ulteriore sottrazione di spazio e ogni consolidamento di infrastrutture che frammentano il territorio rendono più difficile immaginare una soluzione fondata sulla coesistenza di due Stati.

La distinzione tra il governo di Netanyahu e un eventuale successore sarà quindi significativa soltanto se quest’ultimo saprà affrontare il problema degli insediamenti non con dichiarazioni prudenti, ma con decisioni concrete.

Un cambiamento di lessico non restituisce la terra sottratta, non garantisce la sicurezza delle comunità palestinesi e non ricostruisce la fiducia distrutta.

Occorre inoltre evitare che la violenza dei coloni venga considerata un fenomeno secondario rispetto alle operazioni dell’esercito. Gli attacchi contro i palestinesi, le intimidazioni e gli sfollamenti delle comunità devono essere prevenuti e perseguiti.

La protezione dei civili non può dipendere dalla loro nazionalità, dalla loro religione o dalla posizione politica di chi governa il territorio.

Se una nuova leadership israeliana mantenesse intatta la politica di espansione territoriale, potrebbe presentarsi al mondo come più pragmatica di Netanyahu e, nello stesso tempo, rendere ancora più difficile la nascita di una pace giusta. Sarebbe una trasformazione dell’immagine, non della sostanza.

La Cisgiordania ci ricorda, inoltre, che un conflitto può proseguire anche quando non occupa più le prime pagine dei giornali. La violenza non è fatta soltanto di bombardamenti e combattimenti: può manifestarsi attraverso la progressiva perdita di territorio, la limitazione della libertà quotidiana, l’incertezza giuridica e l’impossibilità di progettare il proprio domani.

Una politica può quindi cambiare aspetto senza smettere di produrre gli stessi effetti.

Libano: la sicurezza non si conquista rendendo insicuro il vicino
Anche il Libano dimostra quanto sia insufficiente ridurre la questione alla personalità di un singolo leader.

Gli scontri tra Israele e Hezbollah, gli attacchi transfrontalieri, le operazioni militari e gli sfollamenti delle popolazioni hanno mostrato la fragilità di un equilibrio nel quale le comunità civili rischiano di diventare ostaggi di strategie decise altrove.

Israele ha il diritto di proteggere i propri cittadini dagli attacchi armati. La popolazione del nord del Paese ha diritto a vivere senza il timore costante di razzi e incursioni.

Ma lo stesso diritto appartiene agli abitanti del Libano meridionale, che non possono essere condannati a perdere case, terreni e sicurezza per effetto di una guerra che non controllano.

La presenza e le capacità militari di Hezbollah costituiscono una componente essenziale del problema, insieme alla debolezza dello Stato libanese e alle interferenze regionali.

Ma proprio per questo una soluzione esclusivamente militare rischia di riprodurre le condizioni che rendono possibile una nuova escalation. Una tregua può essere necessaria, ma per diventare durevole deve essere accompagnata da garanzie verificabili, dal rispetto della sovranità libanese, dalla protezione dei civili e dal rafforzamento delle istituzioni statali.

Se un nuovo governo israeliano intendesse davvero distinguersi dal precedente, dovrebbe dimostrarlo accettando che la sicurezza non coincide con la libertà di colpire oltre confine ogni volta che emerge una minaccia.

Deve essere costruita attraverso accordi credibili, meccanismi di controllo, responsabilità reciproche e una diplomazia capace di affrontare anche le cause regionali dell’instabilità.

Il Libano non può diventare il teatro permanente di una guerra preventiva senza fine, così come Israele non può essere costretto ad accettare una minaccia armata continua alle proprie frontiere.

La sicurezza dell’uno non dovrebbe richiedere la distruzione delle condizioni di vita dell’altro. Quando entrambe le società vivono nella paura e nell’attesa di un nuovo attacco, la vittoria militare rischia di diventare soltanto una pausa prima della prossima guerra.

La continuità strategica e il linguaggio della moderazione
Per comprendere ciò che potrebbe accadere dopo Netanyahu, bisogna guardare oltre la contrapposizione tra falchi e moderati.

Le differenze personali contano, ma acquistano valore politico soltanto quando modificano gli interessi perseguiti e gli strumenti utilizzati.

Una leadership meno ideologica potrebbe considerare più conveniente un accordo con i Paesi arabi, ricostruire rapporti con l’Europa e ridurre l’isolamento internazionale di Israele.

Potrebbe riconoscere che la guerra prolungata comporta costi economici, diplomatici e strategici sempre più elevati. Potrebbe perfino concludere che una soluzione politica della questione palestinese sia necessaria per la stabilità regionale.

Tuttavia, anche una leadership pragmatica potrebbe cercare di ottenere questi risultati senza modificare gli elementi essenziali della politica territoriale e militare.

Potrebbe ridurre la visibilità di alcune operazioni, cambiare i portavoce, sostituire le parole più dure con formule diplomatiche e continuare, nella sostanza, a perseguire obiettivi analoghi.

È questa la possibilità che merita attenzione: non necessariamente la prosecuzione identica della politica di Netanyahu, ma la sua riformulazione attraverso strumenti più presentabili e narrazioni più efficaci.

La politica internazionale conosce bene questa dinamica. Un governo può sostituire il linguaggio dell’annientamento con quello della deterrenza, parlare di stabilizzazione invece che di occupazione, invocare la necessità di corridoi di sicurezza anziché descrivere apertamente nuove forme di controllo territoriale.

Le parole non sono irrilevanti, perché possono preparare decisioni differenti e rendere possibili compromessi. Ma diventano uno strumento di occultamento quando servono a presentare come cambiamento ciò che, nei fatti, rimane immutato.

La comunità internazionale non dovrebbe quindi accontentarsi di dichiarazioni di buona volontà. Dovrebbe valutare i governi sulla base di risultati misurabili: rispetto delle tregue, accesso umanitario, tutela dei civili, cessazione delle violenze, arresto dell’espansione degli insediamenti, liberazione degli ostaggi e trattamento dei detenuti nel rispetto del diritto, responsabilità per le violazioni e apertura di un percorso politico credibile.

Le responsabilità non sono identiche per tutte le parti, né devono essere confuse in un’indistinta equivalenza morale. Ma nessuna parte può essere esonerata dai propri obblighi perché si proclama vittima, perché combatte un nemico particolarmente pericoloso o perché gode del sostegno di una grande potenza.

Anche gli Stati Uniti e l’Unione europea hanno una responsabilità concreta. Se chiedono moderazione ma continuano a sostenere politiche senza esigere il rispetto di condizioni precise, rischiano di trasformare la diplomazia in una rappresentazione priva di conseguenze.

Il sostegno politico, militare ed economico dovrebbe essere accompagnato da criteri coerenti, verificabili e applicati senza doppi standard.

La credibilità dell’Occidente si misura proprio in questa coerenza. Non può invocare il diritto internazionale quando è conveniente e relativizzarlo quando riguarda un alleato.

Se la tutela della popolazione civile costituisce un principio universale, deve esserlo a Gaza come in Ucraina, in Libano come in ogni altro teatro di guerra.

La selettività morale non rafforza la sicurezza: indebolisce la fiducia nelle istituzioni internazionali e alimenta la convinzione che il diritto dipenda dalla forza di chi lo invoca.

La pace come cambiamento dei fatti, non delle parole

Il futuro di Israele non può essere separato dal futuro dei palestinesi e dalla stabilità del Libano. Nessuno dei tre può costruire una sicurezza duratura sulla cancellazione delle paure e dei diritti degli altri.

La pace non richiede di negare le minacce reali, né di ignorare la responsabilità delle organizzazioni armate; richiede, piuttosto, di sottrarre la sicurezza alla logica della rappresaglia permanente e di ricondurla entro un progetto politico condiviso.

Per Gaza significa ricostruzione, protezione della popolazione e una prospettiva di autogoverno legittimo. Per la Cisgiordania significa porre fine alla progressiva frammentazione territoriale e rendere concretamente possibile l’autodeterminazione palestinese.

Per il Libano significa garantire la sicurezza della frontiera senza trasformare le comunità del sud in vittime ricorrenti dello scontro tra Israele e Hezbollah.

Per Israele significa comprendere che la propria forza militare, per quanto considerevole, non può sostituire indefinitamente il consenso, la legittimità e la diplomazia.

Un Paese può vincere battaglie e perdere progressivamente la fiducia dei propri interlocutori; può neutralizzare una minaccia e, nello stesso tempo, contribuire alla nascita di nuove condizioni di ostilità.

Una pace credibile richiede anche il riconoscimento reciproco dell’umanità delle popolazioni coinvolte. Gli israeliani non devono vivere sotto la minaccia di attentati, razzi o sequestri; i palestinesi non possono essere condannati a un’esistenza senza libertà, sovranità e prospettive; i libanesi non devono vedere il proprio territorio trasformato in una zona di guerra permanente.

Queste aspirazioni non sono incompatibili. Diventano inconciliabili soltanto quando la politica le presenta come se il diritto di un popolo dovesse necessariamente comportare la negazione di quello di un altro.

La soluzione dei due Stati, pur gravemente ostacolata dalla realtà sul terreno, rimane una delle principali prospettive diplomatiche per conciliare l’autodeterminazione palestinese con il diritto di Israele a esistere in sicurezza.

La sua realizzazione richiederebbe decisioni difficili, garanzie internazionali, una leadership palestinese legittima e responsabile, la cessazione delle politiche che rendono impossibile la continuità territoriale palestinese e un impegno israeliano non limitato alle dichiarazioni. Non è una formula magica, ma offre un orizzonte politico alternativo alla perpetuazione del conflitto.

Ecco perché l’eventuale fine dell’era Netanyahu non dovrebbe essere giudicata come un evento risolutivo, ma come un’occasione da sottoporre alla prova dei fatti. Il nome del prossimo primo ministro sarà importante, ma non quanto le decisioni che prenderà.

La moderazione dichiarata non basterà se resteranno immutati gli obiettivi territoriali, se la popolazione palestinese continuerà a vivere senza diritti politici effettivi e se il Libano rimarrà esposto a una guerra ricorrente.

La vera discontinuità comincerà quando Israele smetterà di considerare la forza uno strumento sufficiente a garantire il proprio futuro e riconoscerà che la sicurezza è inseparabile dalla libertà, dalla dignità e dai diritti delle popolazioni che vivono accanto ai suoi confini.

Fino ad allora, cambieranno i volti, i discorsi e le giustificazioni. Potranno cambiare le alleanze, i toni e persino le forme della pressione militare. Ma se non cambierà il rapporto tra potere, territorio e diritti, la sostanza della politica resterà riconoscibile sotto una veste diversa.

Non sarà il successore di Netanyahu a dimostrare da solo che Israele è cambiato. Saranno Gaza, la Cisgiordania e il Libano a dirci se quel cambiamento è reale.

Lo diranno le case ricostruite o ancora distrutte, i profughi che potranno tornare o resteranno lontani, le famiglie che potranno vivere senza paura, i territori restituiti alla vita civile e i diritti finalmente riconosciuti.

Perché la pace non si misura dalla moderazione delle dichiarazioni, ma dalla trasformazione della realtà. E quando la realtà continua a essere segnata dalla guerra, dall’occupazione e dall’insicurezza, il cambiamento dei protagonisti rischia di diventare soltanto una nuova rappresentazione della stessa storia.

Autore

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui