La straordinaria attualità del pensiero del filosofo polacco naturalizzato statunitense
Ci muoviamo oggi in quello che Cristina Campo, nell’introdurre un capolavoro di Abraham Joshua Heschel del 1951, definì con precisione chirurgica un «orbe intellettuale di larve barcollanti, rotolanti da una nell’altra ideologia, da uno nell’altro inganno, meretricio, delirio».
In questo panorama di anime standardizzate, dove l’umanesimo è spesso ridotto a una «polvere pomposa» o a un’estetica rassicurante che sa più di argenteria che di pietanza, per lo spirito, l’apparizione di L’uomo non è solo a metà del Novecento scuote le fondamenta della nostra presunzione di oggi.
Il Novecento, chiamato anche “secolo breve” secondo la famosa definizione di Hobsbawm, è in realtà un secolo lunghissimo che dura sino ad oggi, se sappiamo trascinare le gemme preziose di uomini saggi come Heschel, che ancora colpisce per quella che la Campo assimilò all’hara giapponese: una «verticale psichica che regge tutta la persona, eretto e abbandonato insieme».
Egli è il «veggente in una città di pietrificati», l’unico capace di denunciare l’«apostasia liturgica del secolo», ovvero la morte del culto sacro del suono e della parola. Non poteva immaginare che oggi, anche persone che si vogliono bene, addirittura accelerano su whatsapp un vocale per perdere meno tempo, uccidendo non solo il sacro ma il rispetto più elementare verso la voce altrui.
Il libro che riprendiamo dalla polvere degli scaffali coglieva un’incapacità che oggi è diventata sistemica: «Non sappiamo fare domande». L’uomo moderno è un «mendicante cieco in un labirinto», stordito da una sovrabbondanza di informazioni che lo lasciano desolatamente solo.
Sappiamo come agisce la natura, ma non sappiamo più chiederci «perché e nell’interesse di chi» viviamo. Abbiamo sostituito l’interrogativo con la descrizione, o ancor peggio con l’acrobazia retorica in favore di telecamera, pretendendo di essere eredi di Eschilo in doppiopetto.
Questa mancanza di domande non è un vuoto intellettuale, ma una «dura insensibilità». Heschel osserva con amarezza che per molti di noi «le spiegazioni e le opinioni segnano la scomparsa della meraviglia, una sorta di coprifuoco che annuncia la fine dell’intuizione».
Contro questa asfissia, egli propone lo «stupore radicale»: la filosofia non deve dare risposte finali, ma incalzare l’anima con domande che la costringano a percepire il mondo non come un oggetto da sfruttare, ma come una «spirituale suggestione della realtà, un’allusione continua al significato trascendente».
In un passaggio di straordinaria attualità, Heschel descrive il disagio dell’uomo contemporaneo di fronte all’ineffabile: «Dio non vuole essere solo, e l’uomo non può rimanere per sempre inaccessibile a ciò che egli desidera mostrare. Quelli di noi che non riescono a trattenere i loro sforzi si trovano alle volte dinanzi alla visione dell’invisibile… Alcuni arrossiscono».
Questo arrossire è il segno di una verità che non può essere copiata o imparata a memoria; la fede non è una scorciatoia, ma l’atto dell’anima di scavarci un passaggio attraverso la montagna dell’insensibilità. Arrossire di fronte a Dio è l’ultimo baluardo per non parlarne sentendosi suo sostituto.
Mentre gli umanesimi di facciata predicano una spiritualità senza tremore – quello che Kierkegaard deriva da Filippesi 2:12 “operamini salutem vestram cum timore et tremore“, simboleggiando l’angoscia esistenziale del singolo di fronte al “salto della fede” – Heschel ci ricorda che «alcuni di noi portano una maschera che nasconde la spontanea sensibilità alla dimensione sacra», appesantiti da «belletti mentali» che ci hanno fatto perdere la faccia.
La vera religione non è un «tranquillante», ma un’urgenza che ci spinge a essere «più di quanto siamo in realtà». È qui che nasce quella che Heschel definisce «la nobile nostalgia»: un desiderio ardente che non si accontenta di essere informati su Dio, ma brama di «accendere la luce dentro la parola» affinché essa accenda la luce nell’anima.
La sferzata più dura di Heschel colpisce il cuore della nostra società dei consumi. Egli denuncia un’«epidemia dei bisogni», osservando con sessant’anni di anticipo come l’uomo sia stato indotto a credersi padrone della terra e a considerare la propria volontà come l’estremo criterio del giusto.
«I bisogni sono i nostri dèi», scrive Heschel, e la soppressione di un desiderio è oggi considerata un sacrilegio. Ma la verità è che «i bisogni non sono sacri»; essi sono spesso solo «capricci solleticati dalla pubblicità e dalla moda».
Ora, noi dovremmo ricomprendere la parola “pubblicità” non solo dal lato del marketing, ma da quello che le è etimologicamente proprio: il rendere pubblico. Ciò che di fatto è il più grande livellamento egualitario della nostra epoca, è probabilmente il fatto che tutti rischiamo di scomparire se non pubblichiamo. Se non ci pubblicizziamo.
Chi decide di usare la realtà solo come strumento per gratificare i propri bisogni – fra cui anche quello di essere schiavi di tale dinamica (essere schiavi potrebbe essere diventato un bisogno!) – svende la propria libertà e finisce per diventare egli stesso uno strumento.
La reale libertà è, al contrario, la capacità dell’uomo di andare oltre se stesso, di agire contro le proprie inclinazioni in nome dello spirito. Recuperare Heschel significa capire che l’uomo non è il centro dell’universo, ma un «bisogno di Dio».
In un’epoca che idolatra l’autocompiacimento, Heschel predica l’«infinita scontentezza»: quella sana inquietudine che ci impedisce di sentirci «a casa propria nell’universo» finché esso resta un luogo di lotta e invidia.
In un’epoca che ha smarrito il senso del limite e della gratitudine, il pensiero di Abraham Joshua Heschel in L’uomo non è solo si pone come una verità apodittica e tagliente: l’uomo non ha alcun merito immediato di possedere il mondo.
Il rapporto tra l’essere umano e la realtà non è di proprietà, ma di custodia e restituzione, una dinamica che trova il suo compimento nelle figure del sacrificio e del cantore.
L’uomo moderno, descritto come un «mendicante cieco in un labirinto», vive nell’illusione di essere il padrone della terra, ma la verità è che la vita è un «prestito trascendente» che visita il corpo. In questo senso, l’uomo è un «non-io» che non ha originato se stesso né il valore del proprio esistere.
Il significato profondo del mondo non è un prodotto dello spirito umano; «la bellezza è tale non per grazia dell’uomo» e il significato delle cose non dipende dal nostro merito, ma dalla sollecitudine divina che le sostiene.
Noi siamo «cittadini di due regni» che devono imparare a stare nel tempo con la consapevolezza di Dio, sapendo che la vita non è una proprietà dell’io ma una custodia. Chi crede di meritare il mondo sprofonda in una «deprezzamento arrogante» della realtà, mentre chi ne riconosce l’ineffabilità vive in un innato «senso di debito» verso l’infinito.
Per Heschel, il sacrificio non è una perdita né un gesto di ascesi punitiva, ma l’unico modo per fuggire al sacrilegio della presunzione. «Sacrificare non significa abbandonare…
Significa invece restituire a Dio ciò che abbiamo ricevuto da Lui», mettendolo al Suo servizio come forma di ringraziamento. Gli elementi essenziali di questo atto sono l’autoespropriazione e l’offerta: senza la prima, il sacrificio diventa un rito meccanico o un’ostentazione di vanità.
Scopo del sacrificio è «cedere a Dio tutte le aspirazioni», creando nel cuore uno spazio per Lui e realizzando una imitatio Dei, poiché Dio stesso è il donatore supremo. In questo “lavoro di scavo”, persino la morte perde il suo carattere di condanna per diventare «il privilegio della consacrazione ultima di se stessi al divino», il contraccambio finale per il dono della vita ricevuto.
Se il sacrificio è il gesto della restituzione, il canto è il linguaggio di questa nuova umanità. Mentre la ragione tenta di decifrare le leggi della natura, l’anima sente l’urgenza di «prestare la voce a tutte le creature per cantare ciò per cui esse esistono».
L’uomo è, per vocazione suprema, il «cantore dell’universo», colui che dà espressione a una gloria che altrimenti rimarrebbe muta e ineffabile. Come giustamente evidenzia Angelo Tumminelli in un precisissimo volume monografico edito Morcelliana nel 2024, Heschel è sostanzialmente un gigante del pensiero ebraico, la cui lettura però va intesa a vantaggio anche di altre fedi, comprese quelle filosofiche laiche che hanno bisogno di un granello di onestà in più per farsi luce e strada.
Recuperare Heschel come abbiamo fatto noi non vuol dire infatti indirizzare verso un solo modo di aver fede; il lettore (ma anche lo scrittore”!) è libero. Ciò che interessa è capire come non abbiamo fede. Su questo solo i giganti del pensiero, e non gli spaventapasseri utilitaristi, possono offrire un conforto per accendere la mente.
Finché guardiamo il mondo come un insieme di oggetti da sfruttare – e fra essi l’umanesimo stesso – restiamo desolatamente soli; ma «quando cominciamo a cantare, noi cantiamo per tutte le cose».
La musica e la preghiera diventano la «condensazione dell’anima», l’unico modo per trasmettere ciò che la realtà significa oltre la sua apparenza materiale. E si può cantare anche senza pubblico. La preghiera nacque così.
Come sottolinea Cristina Campo, a Heschel è stata imposta la visione di coloro che «hanno cantato e ancora cantano la legge», trasformando l’esistenza da routine in una «sinfonia incompiuta» che cerca di intonare la corda segreta del divino.
Fra le tante imposizioni in cui è imprigionato l’uomo, questa potrebbe essere la meno deteriore. Si deve pur tornare nella Caverna platonica con qualcosa da dire.





