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NATO: IL TEATRO DELLA GRANDE POLITICA IN SCENA A L’AJA

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di Lucio Leante

La politica è sempre stata anche, e talvolta soprattutto, spettacolo. La dimensione teatrale è implicita alla politica. Da quando Donald Trump è alla casa Bianca, la politica è l’unico grande spettacolo globale. La dimensione teatrale è insopprimibile, connaturata e necessaria alla politica. Nel bene e nel male.

Lo dimostra, tra l’altro, l’edificante commedia andata in scena mercoledì al vertice dei 32 paesi della Nato.

“La grande minaccia russa”, potrebbe essere considerati il titolo della “commedia” della Nato. Un titolo in parte scontato. Cosa, infatti, giustificherebbe e terrebbe insieme un’Alleanza militare (come la Nato) se non ci fosse un nemico, una “grande minaccia”, vera o fittizia (e teatralizzato) che sia? Se non ci fosse bisognerebbe inventarla o crearla artificiosamente. È esattamente quello che è avvenuto, come tutti sanno, negli ultimi 20 anni, ma che tutti devono fare finta di non sapere. Che politici sarebbero altrimenti?

La grande minaccia russa è stata inventata dai necon americani per espandere l’influenza americana (leggi democratica) nell’area post-sovietica, utilizzando la storica russofobia (non esente da tratti anche paranoidi) di alcuni paesi dell’Europa centrale e settentrionale. Quella minaccia è stata teatralizzata per mantenere in piedi la Nato quando dopo la scomparsa dell’Urss nel 1991, essa era rimasta senza un nemico e dunque senza scopo. Il terrorismo islamista non bastava. I neocon miravano molto più in alto: a disgregare la Federazione russa. E a tale scopo serviva la Nato che fu fatta espandere ad Est fino ai confini della Russia e della Bielorussia.  

Alla luce di questi precedenti  il prologo della commedia Nato andata in scena mercoledì a L’Aja ha assunto toni surreali: “I 32 membri della Nato definiscono la Russia una minaccia di lungo termine”- è scritto nella risoluzione finale del vertice. Rispetto agli ultimi vertici della Nato si nota un cambiamento: il “gran cattivo” della favola non viene nominato, né più condannato per nome, anche se a tutti è chiaro chi sia: è il “grande regista” russo Vladimir Putin. Il cambiamento è un omaggio al nuovo grande regista della Nato, Donald Trump che, a differenza del predecessore, Joe Biden, non solo non ha mai definito Putin “un macellaio” e “un criminale”, ma si è mostrato molto sensibile alle sue ragioni (anchde perché ambisce a staccarlo dall’abbraccio cinese) 

Non è Putin quello con cui secondo lo stesso Trump, ora bisogna dialogare? Non ha avuto forse – secondo lui- buone ragioni per opporsi alla cooptazione dell’Ucraina nella Nato? Non ha egli raffreddato i bollori dell’intrigante giovane attor comico ucraino Zelenski e del suo malandato carrozzone di ultranazionalisti ucraini? Non è stato forse Zelenski, il fedele palafreniere dell’ex regista titolare Joe Biden? Non lo ha assecondato abbaiando con lui alle porte della Russia con esercitazioni militari che prevedevano la Russia come nemico? Non hanno insieme favorito una guerra che “se ci fosse stato lui” – Donald- “non sarebbe mai scoppiata”?

Ma allora perché insistere? Perché tutti hanno firmato, compreso Donald, fingendo che la Russia sia ancora da considerare la grande minaccia? Nessuno crede sul serio a quel che dice. È puro teatro.

Così fingono di credere la Russia (di Putin) si starebbe preparando a “invadere (attorno al 2030, come hanno divinato i servizi tedeschi) i piccoli paesi baltici e la Polonia e, in seguito chissà addirittura la Germania, la Francia e – secondo un pettinatissimo giornalista- persino il Portogallo.

Tutti sanno che non sono scenari realistici e possibilità reali. Ma tutti agiscono come se ci credessero davvero. Gli sciagurati sogni dei neocon americani hanno lasciato in Europa l’ombra di una minaccia inesistente e di un nemico fittizio (e persino riluttante) che, però, viene fatta persistere perché si presta alla nuova commedia del riarmo.

 La presunta minaccia alla Polonia è francamente poco credibile se non per i nazionalisti polacchi che nutrono e si nutrono di un plurisecolare risentimento anti-russo. Gli europei non spiegano perché la Russia dovrebbe invadere una delle piccole repubbliche baltiche anch’esse affette da una russofobia paranoide. La Nato, dopo averle poco saggiamente cooptate  (quando avrebbe potuto dichiararle neutrali e protette), molto saggiamente non vi ha dislocato armi nucleari dato che confinano con la Russia o con la Bielorussia.

Gli europei sono andati pedissequamente dietro  ai Clinton, ai Bush jr, agli Obama e ai Biden che sposavano le tesi polacche e baltiche con una logica neocon. Ed oggi che, con Trump, la logica neocon non è più in auge, continuano a seguire la vecchia strada un po’ per inerzia e pigrizia intellettuale e un po’ perché la Germania, ha bisogno di riconvertire le catene di montaggio dalla produzione di auto a quella di carri armati.

E’ difficile spiegare perché mai persino la Germania affermi oggi con il nuovo cancelleiere Friederich Merz si sente minacciata dalla Russia quando avrebbe ogni interesse a riallacciare i suoi rapporti con la Russia ed a riattivare i gasdotti North Stream che Biden gli ha fatto esplodere. L’unica spiegazione è che Merz stia usando  teatralmente quella minaccia per rimediare alle follie verdi dei passati governi con una nuova follia: quella del riarmo a tappe forzate della Germania.

Ancora più difficile è spiegarsi come si possano sentire “minacciati” dalla Russia paesi come la Francia o l’Italia o l’Olanda. Ciascuno di essi ha le sue piccole ragioni per fingere di sentirsi minacciato dalla Russia. Tra queste ragioni sembra prevalere La fittizia minaccia russa è il collante che tiene insieme l’Unione europea e la Nato.Conviene fingere di crederci.

Ma perché anche Donald a L’Aja ha sottoscritto, contraddicendosi, la presunta esistenza di una “minaccia russa”? Da tutto quel che dice e fa, Donald non crede affatto all’invasione russa dell’Europa, ma lui bada solo a vendere armi americane agli europei. “Se questi europei – sembra pensare Trump- vogliono continuare ad agitare la grande minaccia russa, seguendo ancora la linea neocon di Biden è affare loro. Si riarmino pure. Mettano dunque mano al portafogli e si accomodino a comprare armi. E giacché ci siamo comprino soprattutto sistemi di sicurezza americani. Anzi Donald ha posto molto in alto (al 5% del Pil) il prezzo di una permanenza degli Usa nella Nato”.

Nella dichiarazione finale del vertice de L’Aja, come epilogo della commedia, si è raggiunto un compromesso con un ribasso effettivo dal 5% richiesto da Trump al 3,5% che, non a caso è lo stesso obbiettivo del piano “Rearm Europe” poi ribatezzato “Readiness 2030” della Ursula von der Leyen. I conti tornano. 

E’ vero infatti che, nella risoluzione della Nato, si proclama un impegno totale di ciascun paese membro della Nato a investire il 5% del pil in spese militari entro il 2035, ma solo il 3,5% del pil verrà destinato alle spese militari vere e proprie (secondo gli standard della Nato). L’ulteriore 1,5% potrà essere investito nella sicurezza in senso più ampio, alla costruzione e alla protezione di “infrastrutture critiche”. È prevedibile che la fantasia dei governi si sbizzarrirà nel fare rientrare in quella vaga categoria di “infrastrutture critiche” qualsiasi spesa (il ponte sullo stretto, la manutenzione delle autostrade). Lo spettacolo continua.

Molto teatrale è stata la trovata del primo ministro spagnolo, il socialista Sanchez. Ha firmato l’impegno a spendere entro il 2035 il 5% dl Pil, ma dichiarando contestualmente urbi et orbi, con una sua personale e comica aritmetica, che sia il 3,5% in armi e l’1,5% in infrastrutture “verranno considerati compresi nel 2,1% deciso dal suo governo”. Testuale. Per lui 3,5 più1,5 fa 2,1. Fantastico! Ma se Sanchez non avesse fatto così il suo governo sarebbe caduto. Bisogna capirlo. Trump lo capisce benissimo e ha recitato con lui la parte del maestro furioso minacciando di fargliela pagare con dazi doppi, ben sapendo che non sarebbe possibile stralciare la posizione spagnola da quella degli altri paesi dell’Ue. I due si sono ignorati e non si sono nemmeo stretti la mano. Teatro anche quello, sia pure di bassa caratura.

Anche gli altri governi dei paesi Nato hanno fatto calcoli analoghi a quelli di Sanchez, ma da consumati attori, hanno fatto buon viso al proverbiale cattivo gioco. Il calcolo ed il loro ragionamento sembra essere il seguente: “una aperta ribellione collettiva sul 5% obbligherebbe Trump, che si è guadagnato consensi dandoci (più o meno giustamente) degli scrocconi, a fare saltare il tavolo della Nato. Ciò provocherebbe a tutti problemi finanziari e di riarmo anche nucleare a cui non siamo preparati: ne risulterebbe una vera catastrofe politica collettiva nell’Ue. Mostriamo pure di inchinarci alla sua volontà e diamogli pure un contentino di facciata del 5% di cui ha bisogno per ragioni di consenso interno. Solo così possiamo tenerlo dentro l’alleanza atlantica e con lui la insostituibile deterrenza americana. Una verifica dei conti di ciascun paese ci sarà, secondo gli accordi di mercoledì a L’Aja, solo nel 2029. In quell’anno Trump non sarà più presidente. Chi di noi vivrà e sarà ancora premier risolverà il problema con il nuovo presidente americano. Nel frattempo faremo quel che si può per dotarci di qualche sistema di difesa di cui in effetti abbiamo bisogno”.

Ovviamente a Trump non può essere sfuggito il summenzionato calcolo del teatrino europeo. Ma ha fatto finta di non capire. A lui interessava soprattutto uscire dal vertice de l’Aja con l’aura e l’immagine del trionfatore, che ha inanellato un’altra vittoria dopo quella conseguita in Iran. Qui in effetti è riuscito a ridurre sostanzialmente la minaccia nucleare degli ayatollah non solo verso Israele, ma anche verso l’Arabia Saudita, e ad imporre subito anche agli israeliani una tregua durevole che sta tenendo.

La maggior parte embri della Nato lo hanno assecondato. E non potevano fare altrimenti.

Negli ultimi mesi alcuni leader europei avevano fatto varie bizze. Alcuni lo hanno sbeffeggiato per i suoi metodi deciisonisti definendoli poco democratici. Alcuni lo avevano accusato di avere in animo di abbandonare la Nato e l’Europa alle mire di Putin. Alcuni, detti “volenterosi”, lo avevano criticato per le sue “concessioni gratuite” a Putin, il “nemico russo” e avevano contrastato di fatto le sue iniziative pacificatrici in Ucraina (anche perché ne erano stati esclusi). Gli avevano anche rimproverato la sua vicinanza a Bibi Netaniahu e inizialmente alcuni lo avevano criticato per i suoi exploit a suon di super-bombe di profondità sui siti nucleari iraniani. Trump li aveva poi tacitati ottenendo il cessate il fuoco e costringendoli all’applauso a scena aperta. A L’Aja li ha addirittura smascherati ed umiliati mostrando che le loro accuse e velleità erano solo teatro: soprattutto nessun abbandono della Nato e dell’Europa, se gli europei si allineano e pagano. 

A l’Aja gli europei avevano tutta l’aria di volerlo assecondare e rabbonire ad ogni costo. Simbolicamente gli avevano fatto trovare un lungo tappeto di velluto rosso stesogli ai piedi dall’amministratore della compagnia teatrale, il segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte che gli aveva dedicato anche un peana: “sei il nostro capo indiscusso”- era il messaggio. E Donald ne è uscito con l’immagine (in parte apparente) del grande regista che ha messo in riga i suoi riottosi attori e li ha costretti a recitare la commedia secondo i suoi desideri.

Anche Zelenski ha dovuto “abbozzare” ed esce dal vertice dell’Aja con ancora meno carte da giocarsi in patria. Nonostante l’impegno proclamato  a “continuare il sostegno all’Ucraina”, non è stato rinnovato l’impegno ad una cooptazione dell’Ucraina nella Nato e non è stato preso con lui alcun nuovo impegno finanziario. E Trump è stato molto vago sulla fornitura di nuovi missili anti-missili Patriot. “Farò il possibile. Ma quersgli ottimi missili scarseggiano perché forniti molti a Israele” – si è schernito . Nessun leader europeo ha perorato col fervore retorico di una volta la causa ucraina. Nessuno di essi si è lasciato andare nelle solite effusioni a Zelenski.

E si spiega: Trump è in debito con Putin per il mancato appoggio all’alleato iraniano nei giorni scorsi e probabilmente lo ha convinto a rispettare la tregua, e a tornare al tavolo negoziale con Trump.

Insomma al vertice de l’Aja gli europei si sono riallineati platealmente e con molta teatralità sotto l’ombrello strategico e politico degli Usa di Trump. 

In compenso Trump ha confermato l’interpretazione dell’articolo 5 del Trattato dell’alleanza atlantica secondo cui “chi attacca uno, attacca tutti” e gli altri sarebbero obbligati ad intervenire in soccorso dell’aggredito. È un’interpretaione un pò forzata dello stesso articolo 5 il quale in realtà prevede l’intervento come una facoltà e non come un obbligo. In realtà da sempre c’è il dubbio che un paese sovrano (in sostanza gli Usa), esponga le sue città ad un rischio nucleare per difendere quelle altrui. La firma di Trump sotto la risoluzione finale, apposta con decisione, come se non ci fosse il dubbio, è quindi un gesto teatrale, che però rafforza la deterrenza e la sicurezza in Europa. Esso rafforza il dubbio ed è destinato a fare tentennare e desistere, nel dubbio, l’ipotetico aggressore. Il dubbio è quindi parte della deterrenza. E la dimensione teatrale lo è della politica in generale. Il teatro è una componente ineliminabile e importante della politica, da non svalutare moralisticamente.

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  • Redazione

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