L’impostazione dell’esecutivo sulla scuola rispecchia le linee guida emanate all’epoca dall’allora Ministro dell’Istruzione, Mattarella
La questione della percentuale degli alunni stranieri, 30% per classe, che non parlano italiano ha acceso un altro fronte di inutile polemica.
Se ha fatto bene il Presidente Mattarella nel sostenere che “la scuola non deve alzare barriere”, è anche serio e responsabile sostenere che le regole – per una scuola che svolga il suo compito formativo e di apprendimento, e che guardi all’interesse dei giovani – non sono barriere.
Dinanzi alle criticità riscontrare con la crescita migratoria, sarebbe contro la logica e l’interesse del Paese non porsi il problema.
La questione se la pose anche il Presidente Mattarella quando, tra gli anni 1989 e 1990, da Ministro dell’Istruzione raccomandò di “ripartire gli alunni immigrati in piccole unità per sezione, fissando un tetto massimo di quattro o cinque studenti per gruppo”.
Ha fatto bene a porsele il Premier Giorgia Meloni per le sue responsabilità di Capo del Governo della Repubblica Italiana: “Nessun ragazzo deve sentirsi nel ghetto. Classi equilibrate per migliorare l’apprendimento”.
E non appare che sia una mancanza di rispetto per il Capo dello Stato ricordare le direttive emanate dal Presidente Mattarella.
Ogni Paese ha la sua storia e l’Italia l’ha anche più antica, articolata e complessa di altri: una storia che ha il dovere di mantenere e rafforzare.
Non è comprensibile come possa ritornare “come un tentativo di mettere in mezzo il Capo dello Stato” aver dichiarato che “l’impostazione dell’esecutivo rispecchia le linee guida emanate all’epoca dall’attuale Presidente della Repubblica”.
Il Presidente della Repubblica è in mezzo per tutto (ci rappresenta!): lo stabilisce la nostra Costituzione all’art.87: “Il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale”.
Non ha senso fare polemiche e speculazioni politiche, su indicazioni serie da adottare per la didattica, con suggerimenti utili ad assolvere in modo responsabile al principio generale di mantenere in linea la rotta verso la crescita culturale e professionale dell’Italia.
Questa polemica, pertanto e purtroppo, è un ulteriore brutto segnale di cattiva politica.
Il senso di responsabilità di tutti deve essere misurato in modo omogeneo e dinamico, perché resti un criterio oggettivo, valido come indirizzo di consapevolezza e di responsabilità.
Richiamare la saggezza del passato è anche un riconoscimento lodevole: è un titolo di merito, non un volgare pensiero di “tirare per la giacchetta” il Presidente della Repubblica.
Il rispetto è una cosa, anche se dovrebbe essere un concetto universale valido per tutto e per tutti, la dinamicità e la logica delle cose sono altro.
Il percorso culturale del Paese che non s’incroci con le storie del passato, che sono come la bibliografia di un nuovo libro che si va a scrivere, snaturerebbe il significato stesso del processo evolutivo della cultura italiana.
La politica e le scelte devono essere coerenti con le prerogative costituzionali e con il mandato popolare.
Trasformare le carte in tavola, cancellare la storia, nascondere le esperienze e dar corso a campagne di diffamazione, oltre che essere un modo incivile e volgare, non corrisponde al rispetto del metodo democratico.
Ricordare e ribadire ciò che un Ministro della Repubblica, oggi Capo dello Stato, ha sostenuto oltre 35 anni fa, in una situazione di gran lunga meno problematica di oggi, non è un “reato di lesa maestà”, fa parte della storicità della democrazia, che è trasparenza e responsabilità, che è confronto e scelte, non sceneggiate.





