Urge innovare i presidi di discussione che non reggono alla prova dei fatti
La discussione sull’atteggiamento di Trump rispetto alle istituzioni internazionali e la condanna di questo atteggiamento, sono iniziative giuste ma solo se servono a capire come innovare presidi di discussione che, ormai, non reggono alla prova dei fatti.
Se servono solo per condanne piene di pathos etico, ma vuote di risultati, sinceramente mi interessano poco.
Cominciamo dall’ONU: quell’organismo sede di finta democrazia, dove il voto di “uno” (Narau: 12.000 abitanti) vale quanto il voto di “centomila” (India: 1miliardo e 400 milioni individui) – ma, in realtà, non vale assolutamente niente perché le “cose serie” le decidono, attraverso il diritto di veto, solo 5 Paesi – Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti – questo elefantiaco organismo resta il primo soggetto di una revisione seria.
L’ONU nasce per “favorire la soluzione pacifica delle controversie internazionali”. Già negli anni migliori i suoi interventi “risolutori” sono da contare sulle dita di una mano.
Man mano che il multilateralismo mondiale si è trasformato in “duopolio con cespugli” il suo potere risolutivo ha registrato deficit assoluti. I veti incrociati hanno stroncato sul nascere ogni discussione quando oggetto della decisione da assumere sono stati i Paesi con diritto di veto e loro stretti alleati.
Flop progressivamente sempre più evidenti. Almeno sul piano della soluzione pacifica dei conflitti: perché, sul versante dei diritti civili e delle crisi umanitarie qualcosa si è fatto.
Oggi la situazione, mutata completamente nei rapporti di forza tra Nazioni, rende l’ONU una scatola quasi senza contenuti. Il confronto in atto ha modificato l’origine stessa di questo organismo.
D’altronde, il diritto di veto – il vero motore ONU – fu definito a Yalta nel 1945, dunque in un contesto storico, geopolitico e di supremazia dei vincitori della seconda guerra mondiale – più la Cina, ma quella ante-comunista, che fu tra le fondatrici dell’ONU – condizioni che oggi non esistono più.
C’è bisogno che i confronti politici internazionali – dai quali discendono i conflitti e chi li controlla – trovino una sede e una logica diversa da quella che stancamente si fa finta di ritenere possa ancora funzionare.
Capisco che il problema sia immenso: ma c’è. Ignorarlo non serve.
C’è un “corollario” che sembra sfuggire alle considerazioni sulle conseguenze di questa sonnolenta pigrizia: la tendenza a spostare lo scontro politico nelle sedi “giurisdizionali” è uno sconsiderato dato mondiale.
L’assenza dell’ONU sposta altrove il confronto e si riverbera pesantemente anche sui comportamenti e sulle decisioni della Corte penale internazionale e su ogni decisione che riguardi i diritti internazionali.
Una materia, questa, estremamente delicata che non può essere tirata per i capelli in ambiti nei quali perderebbe – e sta succedendo – la sua natura di giustizia per trasformarsi in arma contundente.
Nel clima bellicista che si respira, sarebbe uno schiaffo all’ultimo residuo di umanità.





