Lo Stato italiano ridotto a ufficiale giudiziario della sharia
Un tribunale della Sharia. In Italia. Con sede, statuto, regolamento e codice fiscale.
Non a Kabul. A Padova, in via Armistizio. L’indirizzo non promette bene.
Si chiama Camera arbitrale islamica italiana ed è nata il 3 marzo. Sul suo sito si presenta come “la vostra via alla Giustizia Islamica in Italia”.
I suoi arbitri, si legge, sono “vincolati a decidere la controversia secondo i principi immutabili della Shari’a”.
Vincolati. Immutabili.
Scoperta pochi giorni fa, ha sollevato esposti, interrogazioni e un fascicolo in procura senza indagati. Il fondatore, un avvocato, giura che è tutto in regola.
Le cause avviate, a oggi, sono zero. Per ora, dice, ci sono “solamente delle carte”. Tra queste, ammette lui stesso, ci sono già contratti con la clausola che porta le liti davanti ai suoi arbitri.
Quanti siano e chi li abbia firmati, non si sa. Come non si sa chi siano gli altri fondatori, coperti da un “omissis”.
Allora leggiamole, quelle carte.
Ai giornalisti: la sharia solo nei limiti della legge italiana. Nel regolamento: decide il diritto islamico, “come interpretato ed applicato” nel Paese delle parti. La legge italiana solo dove la sharia tace.
Ai giornalisti: contratti tra aziende, la famiglia non si tocca. Sul sito: arbitri esperti di diritto successorio, riservatezza “specialmente in questioni familiari o sensibili”.
Ai giornalisti: se una sentenza viola i nostri principi, si impugna. Sul sito, tra i vantaggi: “limitate possibilità di impugnazione”.
La Repubblica italiana come ruota di scorta.
Poi, scoppiata la polemica, il regolamento è stato ritoccato in fretta. Via “Tribunale Sciaraitico”, via le formule religiose nei lodi, via tutto ciò che poteva “suscitare ulteriore clamore”.
Ma la regola sul diritto islamico è rimasta dov’era.
“Etichette differenti, apposte alla stessa essenza”: a quanto si legge, la definizione è di chi l’ha fondata.
Il diritto successorio islamico contiene una regola precisa: la figlia eredita la metà del fratello.
E se chi perde non paga? Il sito lo spiega con le maiuscole: l’omologazione è “VELOCE” e “NON comporta un riesame della causa”. Poi si pignorano case e conti correnti.
Lo Stato italiano ridotto a ufficiale giudiziario della sharia.
Immaginiamo chi potrebbe subirlo, questo tribunale.
Non due imprenditori con i loro legali. Una donna arrivata per ricongiungimento, chiusa in casa, che dopo quindici anni non parla italiano.
Sono le stesse donne a cui lo Stato nega la cittadinanza proprio perché non parlano la lingua. Per la Camera arbitrale sono le clienti ideali.
Il sito sembra esistere solo in italiano. Lei non può leggerlo. Lo leggerà il marito, il figlio, il cognato: l’uomo di casa.
Altro che libero consenso delle parti.
Tra lei e il tribunale ci sarà, quasi sempre, un uomo. È lui che trova il sito, lui che porta il modulo, lui che decide di firmare. In una lite di famiglia, chi l’accompagna è spesso la sua controparte.
Per lei quella parola, tribunale, avrà il peso dello Stato. C’è un avvocato, c’è un timbro, c’è una sentenza che, promette il sito, ha “lo stesso effetto” di quelle dei giudici italiani.
Si può pure scegliere l’arabo come lingua del procedimento. Capirà ogni parola della sentenza. Non saprà mai di poterla contestare.
Come potrebbe pensare che non sia vero?
Sotto i 5.000 euro, aggiunge il regolamento, si decide sempre tenendo conto dei principi del diritto islamico.
Le cause piccole sono quelle dei poveri: una modesta eredità, un debito in famiglia, la dote promessa dallo sposo al matrimonio.
Sono esattamente le liti di una donna come lei.
Se non si presenta, si va avanti senza di lei. Se perde, la sentenza può essere trasmessa alle associazioni culturali islamiche della sua zona e pubblicata a sue spese.
La riservatezza per il procedimento, la gogna per chi soccombe. In una comunità chiusa, nessun ufficiale giudiziario fa più paura del giudizio della moschea.
Il primo a lasciarsi impressionare, però, non è lei. È l’assessore alla sicurezza di Padova, che, davanti ai cronisti, ha osservato che la Camera è dotata di codice fiscale, quindi si può ipotizzare una sua “regolarità istituzionale”.
Un codice fiscale lo rilascia l’Agenzia delle Entrate a chiunque compili un modulo.
Se a un amministratore pubblico un codice fiscale suggerisce regolarità, cosa penserà una donna che non sa leggere l’italiano?
Tra chi si occupa di qualità circola una battuta sulla certificazione ISO 9001: rispetta tutte le procedure e potrai produrre salvagenti di cemento armato, perfettamente certificati.
Lo Stato funziona così. Controlla la casella, non il contenuto.
Ed eccoci alla domanda vera.
Come mai in Italia chiunque può fare come gli pare?
Perché la nostra legge è forte con chi la rispetta e timida con chi la sfida. Il pensionato che sbaglia una riga della dichiarazione riceve la cartella. Chi apre “la via alla Giustizia Islamica” riceve un invito al dialogo.
Perché lo Stato, dopo il fascismo, ha imparato a chiedere scusa prima di farsi rispettare. Dire “qui si fa così” sa di intolleranza. Aggirarlo sa di diritti delle minoranze.
Perché il funzionario sa che, intervenendo, rischia l’accusa di islamofobia, il titolo di giornale, il ricorso. Restando fermo, non rischia alcunché.
Lo sa bene pure il fondatore della Camera arbitrale islamica italiana, che appena è scoppiata la polemica ha evocato l’islamofobia e annunciato le “sedi opportune”.
Perché qualcuno le nostre leggi le ha studiate meglio di noi. Non per rispettarle: per usarle.
Arbitrato, associazione non riconosciuta, Convenzione di New York. Strumenti italiani, legali, scelti con cura.
Noi la Costituzione la celebriamo. Loro leggono il codice di procedura.
Il paradosso è che i più netti sono stati i musulmani. L’Unione delle comunità islamiche invita i fedeli a diffidare.
Un medico musulmano di Padova ricorda che i tribunali della sharia esistono in Afghanistan, in Iran e in parte dell’Arabia Saudita e che gli imam che ha sentito in città sono tutti contrari.
A Padova, insomma, l’avvocato è più sciaraitico degli imam.
Nei salotti, invece, la prudenza è d’obbligo. La capogruppo di AVS alla Camera teme vincoli per le donne, ma tiene a precisare che iniziative del genere non vanno represse.
Preoccupata, ma non troppo.
Il copione lo conosciamo. Esposti, comunicati, indignazione. Poi una nuova notizia. Il fascicolo, con ogni probabilità, finirà archiviato, perché l’arbitrato è lecito.
E l’archiviazione diventerà un certificato: verificato, tutto regolare. Come per la ISO 9001, le procedure saranno in ordine. Il salvagente resterà di cemento.
In Gran Bretagna i consigli della sharia esistono da decenni. Un’indagine governativa del 2018 ha raccontato, a quanto si legge, donne costrette a pesanti condizioni economiche pur di ottenere il divorzio religioso.
In un caso denunciato in Parlamento, cinque figli maschi affidati al padre, alla madre solo la figlia.
Il sito di Padova cita il più antico di quei consigli come esempio. Londra ha scelto di non regolamentarli, per non legittimare una giustizia parallela. Noi rischiamo di metterle il timbro.
Serve una legge che dica una cosa semplice. In Italia nessun arbitro decide secondo un codice religioso e nessun giudice rende esecutiva una sentenza che dà alla figlia la metà del fratello perché è donna.
Il perimetro, ha avvertito il costituzionalista Mario Bertolissi, deve fissarlo la Repubblica, prima che arrivi la valanga.
Kafka, che di mestiere era un giurista, ha raccontato di un uomo rimasto seduto tutta la vita davanti alla porta della Legge, senza mai entrare.
Alla fine il guardiano gli rivela che quella porta era destinata solo a lui. E la chiude.
La porta della nostra legge è aperta pure per quella donna. Nessuno gliel’ha mai indicata.
Nel frattempo, accanto, qualcuno ne ha aperta un’altra. Con il codice fiscale.





