È un regime rivoluzionario, ideologico, che ha fatto della violenza una regola e un metodo
C’è un errore, prima ancora che un equivoco, quando si parla dell’Iran: lo si descrive come uno Stato normale. Non lo è. Non lo è mai stato. La Repubblica Islamica non è un regime autoritario “come tanti”. È un regime rivoluzionario, ideologico, che ha fatto della violenza non una deviazione, ma una regola, un metodo.
Nel 1979, milioni di iraniani scesero in piazza contro lo Shah. Liberali, studenti, marxisti, religiosi: un’intera società che chiedeva libertà. E per un attimo sembrò possibile. Poi arrivò Ruhollah Khomeini, e con lui la macchina del potere assoluto.
Le promesse di pluralismo durarono il tempo di una menzogna. Poi vennero le purghe, i tribunali rivoluzionari, le esecuzioni. Una dopo l’altra. Sistematiche.
Durante la guerra con l’Iraq, il regime mostrò il suo vero volto: bambini mandati a morire sui campi minati, con al collo una “chiave del paradiso”. Non è propaganda occidentale. È storia documentata.
Nel frattempo il regime costruiva i nemici esterni. Gli Stati Uniti diventano il “Grande Satana”, Israele il “piccolo Satana”. Serve a giustificare tutto il resto. La repressione interna.
L’economia militarizzata. Il controllo totale.
E poi c’è il paradosso del nucleare. Una nazione che galleggia su petrolio e gas naturale che, contro ogni logica, è disposta a sopportare sanzioni pesantissime per decenni, e recentemente bombardamenti devastanti, pur di non rinunciare ad una fonte di energia di cui non ha alcun bisogno.
Certo, l’Iran ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare, ma le ispezioni della Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica raccontano un’altra storia: omissioni, opacità, violazioni. L’arricchimento dell’uranio al 60%, comprovato dall’IAEA, non serve certo a illuminare città. Serve solo ad arrivare ad un passo dalla bomba atomica. È un fatto tecnico, non un’opinione.
Il regime iraniano è quello con il più alto numero di esecuzioni documentate al mondo! E generalmente utilizza l’impiccagione come metodo di esecuzione.
Stiamo parlando di ragazzi uccisi o feriti nelle proteste e poi giustiziati. Di vite spezzate.
Di un potere che spara sulla propria gioventù e poi la giustizia.
Nel 2026, in Iran, il dissenso si paga con il sangue.
Seguono alcuni esempi, in rappresentanza delle circa 30.000 vittime solo durante le proteste di gennaio di quest’anno.
Reza Ghanbari aveva 17 anni. È stato ucciso durante le proteste a Kermanshah.
Sina Ashkbousi aveva 17 anni. È stato colpito da colpi di arma da fuoco a Teheran l’8 gennaio 2026.
Mansoureh Heydari era un’infermiera. Ferita dalla polizia, le è stata negata assistenza medica ed è morta.
Behrouz Mansouri era un insegnante. Anche lui ucciso durante le proteste.
Amirhossein Hatami aveva 18 anni. Non è morto in strada, ma è stato giustiziato dopo essere stato arrestato durante le proteste.
Mohammadamin Biglari aveva 19 anni. Studente, anche lui giustiziato dopo un processo fortemente contestato.
Uno Stato che reprime i propri cittadini con questa ferocia, che spara sui ragazzi, che impicca studenti, è uno Stato di cui non ci si può fidare. Non dentro i propri confini. Figuriamoci fuori.
Se foste il leader di Israele o degli Stati Uniti, vi fidereste di un governo simile, che ha dichiarato più volte di voler cancellare dalla mappa “l’entità sionista”. Vi fidereste sapendo quello che accade dentro i confini iraniani?
Accettereste che un giorno quel regime possa avere nelle mani un ordigno nucleare da passare ad un proxy come Hamas o Hezbollah, e far scoppiare nel centro di Tel Aviv, Parigi, o Roma?


Mark L. Pisoni, traduttore e interprete professionista con una lunga esperienza nei rapporti tra istituzioni europee e nordamericane. Ha collaborato con amministrazioni pubbliche e istituzioni diplomatiche negli Stati Uniti, in Canada e in Europa.


