Risvegliare il pensiero critico, prima che la comodità cancelli del tutto l’autonomia e la libertà dell’essere umano
C’è un momento preciso in cui il progresso smette di essere un’estensione delle nostre capacità e si trasforma in una gabbia invisibile, per quanto comoda ed apparentemente dorata.
Quel momento, che stiamo vivendo ora, è mirabilmente fotografato in un recente e denso post pubblicato dal divulgatore Andrea Millozzi sul suo profilo Facebook.
Millozzi accosta con lucidità chirurgica fatti apparentemente distanti: la diffusione di reti ultraveloci, l’accaparramento di microchip da parte dei colossi tech e l’assurda realtà dei sedili riscaldati o dei fari LED già montati sulle automobili, ma “bloccati” via software e attivabili solo pagando un abbonamento mensile.
L’analisi di Millozzi ci pone davanti a una verità cruda e inquietante: stiamo scivolando verso un mondo in cui non possederai più nulla, affitterai solo l’accesso.
Non si tratta di librarsi in un’invettiva contro l’innovazione tecnologica, che porta con sé innegabili vantaggi in termini di efficienza.
Si tratta, invece, di comprendere, con gli strumenti etici a nostra disposizione, l’impatto di questa mutazione antropologica sulla nostra libertà e sulla nostra consapevolezza.
Dalla proprietà all’usufrutto esistenziale
Ciò che si sta sgretolando sotto i colpi del modello “as-a-service” è uno dei pilastri dell’identità umana: il concetto di proprietà e, con esso, quello di autonomia. Quando compriamo un oggetto che può essere spento o limitato da remoto dal produttore, quell’oggetto non è davvero nostro. Siamo diventati semplici usufruttuari di beni altrui.
Questo scenario richiama prepotentemente il concetto di Reificazione (cosificazione) analizzato dal filosofo novecentesco György Lukács. Lukács spiegava come, nel sistema capitalista avanzato, non siano solo i prodotti a diventare merci, ma i rapporti umani stessi e la stessa percezione del sé.
Se persino il calore di un sedile o la potenza di un motore dipendono da un canone mensile, la nostra intera quotidianità viene ridotta a un flusso costante di transazioni commerciali.
Ancora più radicata è la critica di Martin Heidegger alla “tecnica moderna”. Per il filosofo tedesco, la tecnica non è un semplice strumento, ma un modo di svelare la realtà in cui tutto – compreso l’uomo – viene ridotto a un “fondo”, a una riserva di risorse da calcolare, ordinare e sfruttare.
Le reti a 10 gigabit e l’accentramento dei componenti hardware non sono altro che l’infrastruttura di questa immensa riserva, dove la nostra libertà di scelta viene abilmente – e subdolamente – sostituita dalla comodità.
Il pensiero critico e il “saper fare” come nuova resistenza
Come sottolinea Millozzi, l’aspetto più spaventoso non è la strategia delle aziende, ma la rassegnazione della massa: l’accettazione dell’assenza di proprietà come un’evoluzione naturale e inevitabile.
È il trionfo di quella che Hannah Arendt definiva l’assenza di pensiero, l’incapacità di fermarsi a riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni ed abitudini.
Per contrastare questo torpore, l’articolo di Millozzi non invoca un nostalgico ritorno al passato, ma una rinnovata forma di consapevolezza attiva. E qui risiede la sua intuizione più squisitamente filosofica ed etica: l’invito a sporcarsi le mani.
Accanto alla cultura umanistica, oggi diventa fondamentale l’alfabetizzazione tecnica. Imparare a riparare un circuito, a comprendere la legge di Ohm, a frequentare i Repair Café o i centri di riuso non è solo un hobby ecologico; è un atto di resistenza civile ed etica.
Citando idealmente l’imperativo kantiano del sapere aude (abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza), la vera emancipazione oggi passa anche dal comprendere i dispositivi da cui dipendiamo.
Se deleghiamo totalmente la comprensione del mondo tecnologico a quattro o cinque multinazionali, stiamo abdicando alla nostra sovranità individuale.
Custodi o semplici ospiti paganti?
In un’epoca in cui tutto galleggia nel cloud e ogni nostra azione lascia una traccia monetizzabile, difendere un vecchio computer o imparare a riparare un oggetto diventa molto più di un’azione nostalgica: diventa un modo per perimetrare uno spazio di libertà che nessuno può spegnere con un clic a distanza.
Ma c’è un risvolto ancora più profondo. Riparare, conservare e comprendere ciò che usiamo significa ridefinire il nostro rapporto con la materia e con il pianeta.
La cultura dell’abbonamento e del “noleggio perpetuo” ci educa all’idea che nulla sia davvero nostro e che, di conseguenza, di nulla siamo responsabili. È l’apoteosi dell’usa-e-getta non solo fisico, ma anche emotivo e concettuale.
A questa deriva individualista e consumistica, le filosofie orientali rispondono con il principio dell’interconnessione.
Come ricordava il maestro buddhista Thich Nhat Hanh:
“Noi siamo qui per risvegliarci dall’illusione della nostra separatezza“.
Nel Buddismo, l’attaccamento al possesso è visto come la radice della sofferenza, da non confondersi con il mero disinteresse. Al contrario, proprio perché nulla ci appartiene permanentemente, siamo chiamati a essere custodi amorevoli del mondo che attraversiamo.
Prendersi cura di un oggetto, ripararlo invece di sostituirlo pigramente attivando un nuovo servizio in cloud, diventa una pratica di presenza mentale e di rispetto per l’energia e le risorse che quell’oggetto racchiude.
La visione di Millozzi ci spinge proprio qui: a riscoprire la dignità della materia e la responsabilità della cura. Non siamo padroni assoluti della Terra né delle nostre protesi tecnologiche, ma non possiamo neanche ridurci a essere semplici “ospiti paganti” e passivi, pronti a subire le decisioni di algoritmi lontani.
Dobbiamo tornare a essere custodi attivi, consapevoli ed empatici del mondo che abbiamo ereditato e che abitiamo.
La riflessione sollevata da Andrea Millozzi ci lascia, dunque, con un interrogativo che scuote le fondamenta del nostro modo di stare al mondo:
Se accettiamo di scambiare definitivamente il diritto di possedere, di curare e di capire le cose con la comodità di un abbonamento illimitato, stiamo davvero progredendo come individui o stiamo lentamente riducendo noi stessi a un’applicazione in prova gratuita, pronti a essere disattivati al prossimo mancato rinnovo?


Mariarosaria Murmura abita comunicazione e formazione come ponti verso l'essenziale, promuovendo una consapevolezza che attinge alle radici dell'umano. Autore di narrativa e saggi, dedica la sua ricerca alle Tradizioni e alle Vie iniziatiche, temi che approfondisce in seminari e conferenze.


