
di Giorgio Cattaneo
Crimini di guerra: per ascoltare finalmente questa espressione dalla bocca di un ministro italiano, Guido Crosetto, dopo un anno intero di bombardamenti su Gaza, è stato necessario che i militari della brigata Sassari, schierati come forza di pace sotto l’egida dell’Onu sul confine meridionale del Libano, venissero bersagliati dal fuoco israeliano. «Gli atti ostili compiuti e reiterati dalle forze israeliane potrebbero costituire crimini di guerra», ha detto Crosetto, in una conferenza stampa il 10 ottobre dopo aver convocato d’urgenza l’ambasciatore di Israele, da cui ha preteso chiarimenti. Lo stesso vertice della missione Unifil, scrive “Repubblica”, interpreta in modo inequivocabile il crescendo di provocazioni che da una settimana bersaglia i soldati dell’Onu schierati sulla Linea Blu che unisce la costa alle alture del Golan. La missione internazionale? Secondo le Nazioni Unite, gli israeliani vorrebbero «costringerla a ritirarsi», per non avere «testimoni scomodi».
«Così Israele si isola», è stata la timida reazione politica di Giorgia Meloni. Italia, Francia e Spagna stanno intanto decidendo se e come proseguire la ormai storica missione di peacekeaping delle loro truppe in Libano: le regole di ingaggio, al momento, non escludono la difesa armata. La possibile linea rossa? «Nel caso di nostre vittime, il ritiro sarebbe probabile». A quel punto, le forze israeliane potrebbero dilagare in Libano senza più “testimoni scomodi”, come a Gaza. E senza nemmeno che i libanesi, che “ospitano” le ingombranti forze sciite di Hezbollah, possano sperare nell’intervento stabilizzatore della vicina Siria, rasa al suolo dieci anni fa attraverso l’operazione Isis. Allora, l’obiettivo era la caduta del regime siriano, protetto da Mosca. Il terrorismo stragista in Siria, utilizzato come clava geopolitica, fu debellato grazie al risoluto intervento militare russo, con l’appoggio di Hezbollah accanto all’esercito di Damasco e il decisivo contribuito dei Pasdaran iraniani.
Le unità speciali di Teheran erano agli ordini del generale Qasem Soleimani, eroe nazionale dell’Iran, poi assassinato il 3 gennaio 2020 a Baghdad con un improvviso raid rivendicato dagli Usa. Fu l’inizio di una lunga serie di omicidi mirati, in violazione di ogni trattato internazionale. Negli ultimi mesi, nel mirino è finito l’Iran con i suoi satelliti: tra Gaza, Beirut, Damasco e Teheran, sono stati uccisi i leader storici di Hamas e di Hezbollah, insieme a vari diplomatici e alti ufficiali iraniani. Lo stesso vicepresidente dell’Iran, Ebrahim Raisi, è morto in uno strano incidente: il suo elicottero sarebbe stato inghiottito da un’anomala “nube nera” improvvisamente comparsa nel cielo. La situazione resta pericolosamente confusa: il successore di Soleimani, Esmail Qaani, sarebbe sotto processo a Teheran per “intelligenza con il nemico”. E a fine settembre la base militare russa allestita in Siria, a Tartus, ha dovuto intercettare missili lanciati contro le sue navi, nel chiaro tentativo di coinvolgere Mosca nell’attuale tritacarne mediorientale.
Il mondo sembra trattenere il fiato, in vista del possibile scontro diretto fra Tel Aviv e Teheran. Gli Usa armano Israele e lasciano fare, l’Europa sta a guardare. La Turchia annuncia un possibile negoziato sull’Ucraina: se avesse successo, si sposterebbe a sud il focus della crisi mondiale. Nel frattempo, la Cina ribadisce che non abbandonerà l’Iran al suo destino. Questa almeno la voce delle diplomazie, mentre centinaia di soldati israeliani iniziano a rifiutarsi di bombardare Gaza (per non mettere in pericolo gli ostaggi civili, dallo scorso 7 ottobre nelle mani di Hamas). In primissimo piano Netanyahu, sostenuto da Biden e sicuro del pieno appoggio di Trump: il leader israeliano sembra deciso a giocarsi il tutto per tutto, anche per dribblare i processi che lo attendono in patria. Il piano: “sfondare” in Libano per poi colpire direttamente l’Iran. Dopo aver preso a cannonate anche il contingente libanese dell’Onu?
La missione dei caschi blu in Libano (Unifil: United Nations Interim Force in Lebanon) ha una lunga storia: è nata nel 1978. Dopo quasi trent’anni, in seguito del conflitto israelo-libanese del 2006 – ricorda il “Sole 24 Ore” – fu approvato lo schieramento di una nuova forza di interposizione. L’operazione di pace italiana (“Leonte”), avviata subito dopo il cessate il fuoco di diciotto anni fa, monitora lungo il fiume Litani la cessazione delle ostilità tra Libano e Israele. L’Italia è alla guida del settore ovest, dove operano oltre 3.600 uomini di diciassette paesi diversi. Alla missione libanese partecipano diecimila caschi blu, inviati da cinquanta nazioni. L’ultima offensiva israeliana contro le postazioni Onu ha appena ferito due militari indonesiani e colpito infrastrutture difensive del contingente italiano, da anni impegnato anche nell’addestramento dell’esercito regolare di Beirut.
I proiettili esplosi contro i soldati italiani in Libano hanno un riflesso anche simbolico. Era il settembre del 1982 quando Andreotti, con la benedizione di Pertini, autorizzò la missione Italcon sotto il comando del generale Franco Angioni, paracadutista della Folgore: era la prima volta, dal 1945, che truppe italiane in armi intervenivano al di fuori dei confini nazionali. A motivare l’operazione, l’orrore suscitato in tutto il mondo dalle stragi di Sabra e Chatila: sotto la protezione delle forze israeliane, i falangisti libanesi avevano sterminato gli inermi civili palestinesi rifugiatisi nei campi profughi alla periferia di Beirut. Sembrava un evento destinato a non ripetersi, proprio perché mostruoso. All’epoca, simili atrocità erano relegate nell’estremo oriente martoriato prima dal colonialismo europeo e poi dall’imperialismo atlantico, nell’ottica spietata della guerra fredda.
Nel 1978, l’anno in cui morì Aldo Moro, era stata proprio l’Italia l’unico paese a soccorrere i profughi sud-vietnamiti abbandonati dagli occidentali ed esposti alla vendetta del regime comunista di Hanoi. In una storica operazione di salvataggio, quasi mille profughi alla deriva su misere zattere (i “boat people”) furono ripescati, messi in salvo e portati in Italia, a bordo degli incrociatori Vittorio Veneto e Andrea Doria. Quattro anni dopo, i militari italiani sbarcarono in Libano. Il generale Angioni divenne popolarissimo: distribuì libri alle truppe e obbligò i soldati ad acquisire almeno le nozioni-base sulla storia del popolo libanese e sulla sua cultura. A Beirut, per prima cosa, gli italiani allestirono un grande ospedale. Uno dei ricoverati, il piccolo Mustafà Haoui, divenne la mascotte del contingente. Emigrato poi a Roma, trovò impiego come tecnico di laboratorio in un centro sanitario della capitale.
Una notte, qualcuno sparò contro il quartier generale italiano. Angioni ordinò un’immediata reazione: i carri armati con le insegne tricolori uscirono allo scoperto, pattugliando fino all’alba le strade della capitale libanese. «Nessuno, in Medio Oriente, osa combattere in piena notte»: i giornali riportarono commenti di questo tenore, provenienti da tutti gli attori impegnati nel conflitto. In altre parole: le truppe di Angioni si erano guadagnate il rispetto unanime. Si era da poco celebrato il trionfo degli azzurri di Bearzot al Mundial spagnolo. «Ciao, Paolo Rossi». Così i ragazzini libanesi salutavano i soldati italiani, quando sfilavano sui loro mezzi. Era un’altra Italia, completamente scomparsa dai radar. Un’Italia che poteva permettersi alcuni margini di autonomia, facendo sentire la sua voce in Medio Oriente. Il prezzo? Altissimo: la fine di Moro. I titoli di coda arrivarono poco dopo, con l’ultimo scatto d’orgoglio (Sigonella) pagato da Craxi con l’esilio ad Hammamet.





