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L’EUROPA È IN COMA IRREVERSIBILE

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Nata male, fatta cresce peggio, l’Unione Europea, ormai aggregato di burocrati e di interessi che collidono con quelli dei 27 Stati aderenti, ha visto eleggere la nuova Commissione con il peggior risultato di sempre.

Contemporaneamente, Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo Bce, ha frenato sui tagli dei tassi dei prossimi mesi con un approccio da falco di quello evidenziato nei giorni scorsi dagli altri banchieri centrali europei. Schnabel ha sottolineato in un’intervista a Bloomberg di non vedere rischi di recessione né di inflazione sotto il 2%.

La Banca centrale europea è nel pallone, così come la Commissione e l’Unione Europea è ormai in coma irreversibile, in quanto stanno sempre di più emergendo le differenze sostanziali tra gli Stati membri.

Ursula von der Leyen è stata eletta (e con lei la sua squadra) con 370 sì, 282 no e 36 astensioni.

L’esponente tedesca del Ppe, quando fu eletta con una forzatura a luglio, aveva ottenuto 401 sì.

In pochi mesi la von der Leyen ha perso 31 voti e ha cambiato, di fatto maggioranza, con il no dei Verdi e di una parte della sinistra e il si dei conservatori di Ecr.

La Commissione è stata approvata dal plenum del Parlamento europeo con appena 10 voti in più rispetto alla maggioranza assoluta degli aventi diritto, che è di 360 eurodeputati su 720. Un dato pari al 51,39% degli aventi diritto, il peggior risultato di sempre nella storia europea. 

Perché l’Unione Europea, che non ha mai contato alcunché in politica internazionale, è in coma irreversibile?

Perché le sono venute meno le basi sulle quali è nata, ossia l’asse franco-tedesco (ormai allo sfacelo), il globalismo finanziario, la delocalizzazione, l’adozione di tutte le politiche folli elaborate in California e a Davos, l’affidamento della sua conduzione a ottimati rivelatisi incapaci.

A Bruxelles rimane un insieme mostruoso di funzionari che dovranno adeguarsi ai venti che tirano e che muteranno in ragione dell’aggregarsi e del disaggregarsi di alleanze tra gli Stati.

Quando l’Unione Europea nacque a Maastricht con un trattato firmato ilo 7 febbraio del 1992 ed entrato in vigore il 1 novembre 1993, quella che si profilava era la Grande Germania travestita da Europa e il marco travestito da dollaro.

L’Unione Sovietica era finita. Il muro di Berlino era crollato. La Germania pensava di poter essere in grado di costruire il IV Reich in base al solito motto “Deutschland, Deutschland über alles” (Germania, Germania, al di sopra di tutto), in accoppiata con la grandeur francese.

Nata con un parto podalico, ossia con i piedi al posto della testa, l’Unione Europea ha marciato fino a che non è fallito il globalismo e con il fallimento del globalismo sono fallite le delocalizzazioni.

L’Unione Europea è un mercato (distorto), una moneta (gestita da una banca che non ha dietro di sé uno Stato), non ha una Costituzione, non è una federazione e nemmeno una confederazione; è un mostro giuridico, con tre teste come Cerbero, il guardiano dell’Ade.

Il Parlamento è attualmente in panne, senza una maggioranza definita. La Commissione è quella uscita da un voto che la rende comatosa. Rimane il Consiglio, ossia il luogo dove i 27 Stati si confronteranno e metteranno sul tavolo le loro ormai chiare differenze di strategia, di impostazione, di proiezione sul futuro.

Il vento che sta arrivando dagli Usa è penalizzante di tutto quello che l’asse franco-tedesco ha fatto negli anni che vanno dal 1993 ad oggi. L’asse Ppe socialisti è arrivato al capolinea.

La stessa elezione della von der Leyen potrebbe essere l’ultimo respiro, in quanto i Ppe, in Germania, potrebbe candidarla ad assumere la carica di cancelliere, dopo le imminenti elezioni che manderanno a casa la coalizione semaforo.

Bruxelles, in buona sostanza, è una sorta di albergo a ore, colmo di camerieri e privo di clienti, con un retroterra, quello globalista, woke, green, cancel culture, climate change e via discorrendo, che non regge più.

Gli apparati, i burocrati, dopo aver resistito per inerzia, come sempre accade, si adegueranno, perché lo stipendio e i nuovi interessi in arrivo prevarranno sulle ideologie troppo a lungo conclamate e malamente applicate, a danno di tutti i cittadini di un’Europa prostrata.

La fine della guerra in Ucraina, che gli Usa trumpiani vogliono, metterà in un angolo le velleità imperialistiche inglesi e taciterà i Paesi nordici e il loro furore bellico.

Donald Trump tratterà, probabilmente, con i singoli Stati, sulla base degli interessi Usa non solo economici, ma geopolitici e l’Unione Europea, che non è mai stata un soggetto geopoliticamente significativo, non sarà un interlocutore reale.

Sicuramente Putin, a guerra congelata, non sarà interessato a favorire chi ha fatto dell’Ucraina la punta di lancia contro la Russia e la Cina, prima usata come fabbrica a basso costo e oggi sottoposta a dazi, farà come gli Usa: tratterà con i singoli Stati.

Che l’Unione Europea sia in disfacimento lo dimostra il fatto che a fare politica estera è quello strano oggetto giuridico che è la Corte penale internazionale che, a quanto pare, fa solo disastri e non viene più tenuta in considerazione da chi dovrebbe applicarne i dettami.

Orban ha chiaramente detto che se Netanyahu arriverà in Ungheria non lo arresterà. E fin qui è il “cattivo” Orban che non obbedisce, ma quando a disobbedire è la Francia? Parigi ha fatto sapere che l’immunità impedirebbe l’arresto in territorio francese. Gli interessi francesi in Libano contano di più di tutte le esternazioni di Bruxelles, dell’Aja e dei fan delle soluzioni politiche delegate ai tribunali.

Dulcis in fundo, si fa per dire, Trump ha nominato Robert Kennedy ad occuparsi di salute, Marty Makary alla guida di Fda e Dave Weldon dei Cdc (Center for desease control and prevention). Infine, Trump ha messo al Nih, il National institute of health, feudo di Fauci, Jay Bhattacharya, il quale è uno dei tre firmatari della Great Barrington declaration, controstoria sulla pandemia.

Sotto attacco diretto è il rapporto tra i Dem e Big Pharma ed è evidente che il cambio della guardia avrà un enorme impatto sulla gestione europea dei farmaci e degli alimenti (carne, latte) prodotti in laboratorio.

In questo specifico settore la von der Leyn sarà, probabilmente, chiamata a rispondere del suo operato, cosa che aggiungerà alimento al fine vita della già comatosa Unione Europea.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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