Europa in calo, India e Cina in crescita
Le emissioni di CO₂: i dati reali, Europa e Italia giù…
Tra il 2000 e il 2024 si è aperto un divario sempre più evidente tra la traiettoria delle emissioni globali e quella europea.
Da un lato il mondo continua ad aumentare le proprie emissioni di anidride carbonica derivanti da combustibili fossili e processi industriali, dall’altro l’Europa e l’Italia registrano una riduzione significativa.
È un risultato importante, ma quale impatto hanno realmente gli enormi sforzi economici europei sull’andamento complessivo delle emissioni globali?
I dati mostrano che le emissioni mondiali sono cresciute di circa il 50% rispetto al 2000. La crescita è stata trainata soprattutto dall’industrializzazione di Cina, India e di numerose economie emergenti, dove l’aumento della domanda di energia, acciaio, cemento e manifattura ha compensato e superato le riduzioni ottenute nei Paesi occidentali.
Il quadro europeo è diametralmente opposto. L’Unione europea ha ridotto le proprie emissioni territoriali di oltre il 30%, mentre l’Italia ha raggiunto una diminuzione prossima al 35 – 37%.
A contribuire sono stati diversi fattori: maggiore efficienza energetica, diffusione delle fonti rinnovabili, graduale sostituzione del carbone, innovazione industriale, ma anche gli effetti della crisi economica del 2008/2014 e la chiusura di numerosi impianti ad alta intensità energetica.
Il problema è che le emissioni contabilizzate riguardano il luogo di produzione, non quello di consumo. Una quota crescente di beni utilizzati in Europa viene oggi prodotta in Asia.
Se una fabbrica chiude in Italia e la produzione viene trasferita altrove, le emissioni diminuiscono nei bilanci europei ma aumentano in quelli del Paese produttore. Dal punto di vista dell’atmosfera, però, la CO₂ resta la stessa.
È il fenomeno noto come carbon leakage, cioè la delocalizzazione delle emissioni. Per questo motivo molti economisti ritengono che, oltre alle emissioni territoriali, debbano essere considerate anche quelle incorporate nelle importazioni. Solo così è possibile misurare l’impronta climatica reale dei consumi europei.
L’Europa oggi rappresenta una quota relativamente contenuta delle emissioni mondiali, attorno al 6-7%, mentre l’Italia incide per meno dell’1%.
Questo significa che anche un’ulteriore drastica riduzione delle emissioni europee avrebbe effetti limitati sull’andamento globale se le grandi economie emergenti continueranno a incrementare il proprio fabbisogno energetico utilizzando prevalentemente combustibili fossili.
La questione, quindi, non è se l’Europa debba continuare a decarbonizzare, ma come farlo senza indebolire il proprio sistema produttivo e senza limitarsi a esportare le emissioni.
Perché il clima non distingue tra una tonnellata di CO₂ emessa a Milano, Shanghai o Nuova Delhi: la fisica dell’atmosfera segue leggi globali, mentre molte politiche restano ancora prevalentemente nazionali o regionali.





