La sua storia si divide in tappe fondamentali che hanno segnato i diritti dei lavoratori nel Paese
In questi giorni si è avviata una discussione sulla nascita del sindacato in Italia, dopo che la CGIL ha dichiarato che la sua storia è quella del sindacato in generale.
Sono anni che ribadisco che la vera storia del movimento sindacale è quella nata con i valori che poi sono diventati DNA della UIL.
Le origini della UIL, infatti, vanno ricercate in fermenti più lontani nel passato, perché quando è nato il movimento sindacale in Italia è stato grazie alla cultura repubblicana, socialista, libertaria, anarchica e, solo successivamente, sono arrivate le leghe bianche e, poi, nel 1921 i comunisti.
Molto sinteticamente vorrei rifare alcuni passaggi di quali valori hanno influenzato l’esperienza del movimento sindacale per confortare la mia tesi.
Si può tranquillamente dire che il primo a parlare di associazione sindacale fu Mazzini, che in tutta la sua opera abbinò libertà e associazione. Con questi presupposti cominciarono le prime esperienze di associazione e di forme cooperative che rappresentarono i prodromi della lotta di classe1.
Filippo Turati, nel 1894, affermava che il sindacato dovesse trovare la sua dimensione di soggetto politico per il rafforzamento della democrazia e la modernizzazione economica del Paese, come condizione preliminare, perché i lavoratori potessero proseguire il cammino verso la completa emancipazione2.
Nel 1901, Giolitti affermava: “È un errore, un vero pregiudizio credere che il basso salario giovi al progresso dell’industria […], i paesi di alti salari sono alla testa del progresso industriale […]. Nessuno si può illudere di poter impedire che le classi popolari conquistino la loro parte di influenza economica e di influenza politica3“.
Egli presuppose che lo Stato restasse neutrale nei conflitti di lavoro. Lo Stato ottocentesco, invece, abbandonò la sua neutralità sulle materie che riguardavano gli aspetti sociali del lavoro e incominciò a intervenire a tutela dei lavoratori e del corpo sociale in generale.
Nel frattempo, la cosiddetta “questione sociale”, determinatesi nelle fabbriche, portò a costituire le prime associazioni professionali e la mutualità volontaria.
Nasce il sindacato e cominciano le prime schermaglie della lotta di classe: nella mente dei lavoratori si formò l’idea che se si volesse vincere, per la disparità di potere fra le forze in campo, ciò potesse avvenire solo se ci si associasse e si aumentasse, così, la capacità di pressione e di difesa, attraverso una battaglia collettiva, che rafforzasse la singola richiesta.
Nel nostro Paese preesisteva già una ricca esperienza di autoprotezione, quella delle Società di Mutuo Soccorso, che nacquero in Italia del nord alla fine del ‘700.
Il dibattito nel partito socialista, nel 1906, portò a proporre, per la prima volta, la trasformazione del sindacato di mestiere in un sindacato dell’industria, in quanto la ristrutturazione riguardava molti settori produttivi.
Questioni nuove si affacciarono, non solo sul piano dell’organizzazione del lavoro, ma anche esterne sul piano della concentrazione dell’impresa.
Gia allora si pose il problema del controllo del mercato del lavoro e del collocamento, che diventò essenziale proprio per rafforzare il ruolo del sindacato dentro e fuori della fabbrica.
La formazione di una moderna legislazione del lavoro, la creazione di organismi giurisprudenziali, la definizione della medicina del lavoro, il perseguimento di una legislazione sociale e di tutela, la lotta contro la disoccupazione e per il controllo del mercato del lavoro, la politica di intervento sulle condizioni di vita delle masse popolari (carovita, alloggi popolari, ecc.), spinsero verso un sindacato nazionale.
Nei settori dell’istruzione, della salute, dell’igiene, della giustizia, dei trasporti e dei servizi essenziali, il riformismo socialista si faceva paladino non solo della difesa degli interessi di categoria in nome della valorizzazione della professionalità, ma anche della riforma dei servizi in relazioni delle nuove funzioni di uno Stato moderno e democratico.
Erano gli anni della dura lotta al sindacalismo rivoluzionario risoltasi positivamente per i riformisti, dopo la fondazione della Confederazione Generale del Lavoro.
Uno dei maggiori esponenti dell’ala riformista del sindacato fu Bruno Buozzi, che, nell’epoca fascista, dovette, come tanti altri, fuggire in Francia.
Alla fine della guerra vi fu il ritorno della democrazia. Contemporaneamente a questa rinascita democratica si risollevò anche il sindacalismo democratico italiano ma, purtroppo, venne a mancare, tra le ultime vittime della barbarie nazifascista, proprio Bruno Buozzi, che è stato l’ispiratore del pensiero della UIL.
Egli, insieme a Grandi e Di Vittorio, fu l’estensore del Patto di Roma, anche se non riuscì a firmarlo, perché trucidato prima dai nazisti. Questo Patto fu un viatico per il ritorno della democrazia anche nel sindacato, al di là degli eventi successivi e delle differenze che, per fortuna, tutt’ora esistono. In quella sede la CGDL, fondata a Milano nel 1906, fu trasformata in CGIL.
Nel 1948 vi fu la scissione proprio della CGIL unitaria. In Italia l’inizio della Guerra Fredda segnò una spaccatura, come era avvenuto in tutti i Paesi dell’Occidente, che avevano subito una serie di scissioni dei sindacati a orientamento democratico.
Forti avvisaglie nel sindacato si ebbero alla fine degli anni 40, con l’ampliamento delle divisioni all’interno del sindacato, fra le due aree di pensiero, in particolare sul ruolo che questo dovesse ricoprire nella società.
Con la proclamazione dello sciopero generale, dopo l’attentato a Togliatti, da parte della CGIL, si aprì una discussione fra le diverse aree, che portò all’uscita dall’unica organizzazione sindacale di allora, di due sue componenti, quella cattolica e quella socialdemocratica, socialista e repubblicana.
Quella cattolica non condivise lo sciopero generale, uscì e fondò la Libera CGIL.
I sindacalisti laici rimasti nella CGIL, anche loro, non furono più a loro agio. Erano soprattutto dirigenti, attivisti, militanti o simpatizzanti del Partito socialista unitario, guidato da Giuseppe Romita, e del Partito Repubblicano, che aveva i suoi leader in Pacciardi e La Malfa.
Ma anche i sindacalisti di provenienza PSLI, il partito di Saragat, sorto dopo la scissione di Palazzo Barberini, non stavano più bene nella CGIL. I tempi furano maturi perché nascesse in Italia una terza Confederazione Sindacale, libera da vincoli politici con il mondo comunista e con l’occupazione DC della società italiana.
In pochi mesi accadde di tutto: i socialisti del Partito di Romita e i repubblicani ribellatesi al “percorso” unificatorio dell’appena nata FIL, la futura CISL, si riunirono, insieme alle tante voci di molti segmenti del movimento sindacale ormai in aperta crisi con la CGIL.
La FIL, che era organizzazione dei repubblicani e dei socialdemocratici, dopo sei mesi si unificò con la libera CGIL, costituendo la CISL, e questo certamente rispondeva sia al disegno della CISL Internazionale, sia al disegno dei sindacati americani.
Quando la FIL prese questa decisione, una gran parte della FIL stessa non partecipò neppure al suo congresso, dichiarando autonome quelle camere sindacali che non aderirono a questo disegno.
Queste camere sindacali e gli stessi membri della direzione della FIL, che non condivisero l’unificazione, rimasero per alcuni mesi in questa loro autonomia, fintanto che non si pensò alla costituzione della UIL 4.
La storica assemblea di fondazione della UIL si svolse, entro la sola giornata del 5 marzo 1950, con la partecipazione di circa trecento rappresentanti delle Camere sindacali autonome, delle categorie che erano già costituite e di altre organizzazioni indipendenti.
Al termine dei lavori fu eletto il comitato direttivo, composto da 46 membri e, successivamente, fu costituito un comitato esecutivo, fu nominato segretario Generale Italo Viglianesi. Essa nello statuto pose due pietre miliari della sua azione: l’indipendenza dai partiti e l’unità di tutti i lavoratori.
Quando si trattò di scegliere la denominazione e la sigla della nuova organizzazione laica e socialista, su proposta del socialista unitario Arturo Chiari essa fu chiamata UIL – Unione Italiana del Lavoro, anche per un riconoscimento ai vecchi sindacalisti repubblicani, presenti fra i fondatori della UIL che erano appartenuti alla UIDL prefascista, nata dall’USI anarco-sindacalista nel 1918, alla quale numerose leghe repubblicane avevano aderito nel 1919, prima di rientrare nella CGdL: come Amedeo Sommovigo, contadino e organizzatore sindacale, oriundo di Pitelli (Spezia), già segretario della UIdL di Forlì prima del fascismo, e Umberto Pagani, segretario della camera sindacale di Parma, erede della più combattiva fra le camere del lavoro anarco-sindacaliste, e già segretario nazionale della vecchia UIdL, nel 19205.
Giovanni Gatti ricordò in seguito, che, in quell’occasione gli fu consegnata la bandiera dell’Unione Italiana del Lavoro del periodo prefascista, fondata nel 1918 dai sindacalisti di ispirazione anarchica e repubblicana6. Sei mesi dopo, il 5 marzo del 1950, la UIL era già una realtà in tutto il Paese.
Giorgio Benvenuto scrisse: “Italo Viglianesi e gli altri sindacalisti che fondarono la UIL ebbero l’intuizione di rifiutare quella contrapposizione frontale e di pensare ad un Italia ancorata all’Europa e alla tradizione socialdemocratica”.
Possiamo affermare che la UIL nasce formalmente nel 1950, con quella cultura laica riformista, per una specifica necessità storica, cioè quella di contrastare e rifiutare le volontà egemonizzanti di una parte e di contrastare il dogmatismo dall’altra.
Inizialmente, la UIL, come sindacato laico, socialista e libero, rappresentò – e d’altronde ancora rappresenta – una garanzia indispensabile al pluralismo sindacale. Con la sua fondazione nacque il sindacato laico, partecipativo e riformista e, in tutti questi anni, non ha mai perso la sua connotazione.
La sua caratterizzazione tollerante, laica e partecipativa l’ha portata a intendere il confronto come elemento centrale della sua azione, rifiutando di chiudersi in una sterile difesa conflittuale e conservatrice che fosse destinata alla sconfitta.
Il conflitto non è stato escluso dalla sua azione ma non è mai stato il suo obiettivo, semmai un passaggio che si rende necessario ma che è volto comunque a raggiungere l’intento di un accordo.
Per la UIL il modo di fare sindacato è quello di perseguire come finalità un accordo, valutando sempre le proposte della controparte sul merito e non sugli schieramenti.
E, in tal senso, va valutata la sua proposta per politiche di partecipazione alla macro e microeconomia. La UIL ha mantenuto in vita un patrimonio di proposizione sindacale che sarebbe andato disperso senza la sua nascita.
Note
1 A. Foccillo, 2016, Democrazia, Economia e sindacato, pag. 122, Arcane, Roma.
2 Ibidem.
3 G. Giolitti, 1953, Discorsi Parlamentari, pagg. 623-633, vol. II Tipografia della Camera dei Deputati.
4 Intervista a Lavoro Italiano n°3 del maggio 2004.
5 F. Simoncini: dall’interno della UIL (1950 – 1985).
6 Intervista di Lavoro Italiano n° 5/6 di luglio – agosto del 2004.





