Perché Stati Uniti e Cina tendono a mantenere la competizione sotto la soglia dello scontro aperto
Prima di analizzare la competizione sino-americana, è necessario fermarsi su una questione che precede ogni altra e ne condiziona tutte le conclusioni.
Una questione non strategica, ma epistemologica: con quali categorie dobbiamo leggere la Cina?
La risposta non è scontata, e ignorarla – come fanno la maggior parte delle analisi geopolitiche occidentali – produce una comprensione sistematicamente distorta.
La Cina non è uno Stato/nazione nel senso europeo del termine.
Non è un prodotto del sistema westfaliano nato nel 1648, non ragiona dentro le categorie della sovranità, del bilanciamento di potenza e della competizione interstatale che l’Occidente ha elaborato nei secoli e poi esportato come se fossero leggi universali della politica.
La Cina è qualcosa di strutturalmente diverso: è una civiltà Stato e una civiltà continua, probabilmente la più antica ancora dotata di istituzioni politiche riconoscibili, con una storia che supera i tremila anni e una coscienza di sé che non ha mai smesso di essere imperiale, anche quando l’impero formalmente non esisteva più.
Il concetto chiave è quello di Tianxia – letteralmente “tutto ciò che è sotto il cielo” – una cosmologia politica che affonda le proprie radici nella dinastia Zhou e in cui l’ordine mondiale non è il prodotto di un equilibrio tra potenze sovrane e uguali, ma l’irradiazione naturale di una civiltà superiore verso le sue periferie.
Nell’ordine tradizionale cinese, gli stati vicini non venivano conquistati con la forza: venivano attratti nell’orbita dell’armonia universale, riconoscevano il primato simbolico di Pechino attraverso il tributo e, in cambio, ricevevano protezione, legittimità e accesso ai mercati dell’Impero.
Non era imperialismo nel senso occidentale: era un ordine cosmologico prima ancora che politico.
Questa eredità non è un residuo folkloristico sepolto dai secoli. È attiva, presente, operante.
Nella sinologia contemporanea esiste un dibattito vivace su quanto questa cosmologia sia davvero operativa nell’élite dirigente cinese e quanto, invece, sia una ricostruzione ideologica strumentale – una narrazione che legittima ambizioni di potenza tradizionali con un lessico culturalmente autorevole.
Filosofi come Zhao Tingyang hanno cercato di farne una teoria normativa dell’ordine internazionale, ma i critici – inclusi diversi studiosi cinesi – fanno notare che il Tianxia storico era anche un sistema di dominio, non solo di armonia.
Spiega perché la Cina percepisca il cosiddetto “secolo delle umiliazioni” – dalla guerra dell’Oppio del 1839 alla fondazione della Repubblica Popolare nel 1949 – non semplicemente come una serie di sconfitte militari e diplomatiche, ma come un’anomalia cosmica: l’interruzione violenta e innaturale di un ordine che le apparteneva per diritto di civiltà.
Da questa percezione discende qualcosa di fondamentale: Xi Jinping non parla di “diventare una superpotenza” – categoria che appartiene al lessico della Guerra Fredda americana.
Parla di “ringiovanimento della nazione cinese”, di restaurazione di ciò che è sempre stato, non di conquista di ciò che non le appartiene.
È una differenza sottile nella forma, ma abissale nel contenuto strategico.
Questa differenza lessicale ha infatti conseguenze profonde: se un attore ritiene di restaurare un ordine legittimo anziché crearne uno nuovo, tenderà a percepire le resistenze esterne come un’ingiusta negazione di un diritto storico.
Comprendere questa percezione non significa condividerla, ma permette di spiegare molte delle reazioni di Pechino alle politiche di contenimento statunitensi.
Ecco, dunque, la domanda che ogni analisi seria sulla Cina deve porsi esplicitamente: dobbiamo valutare le sue azioni secondo i nostri canoni o secondo quelli che le sono propri?
Se usiamo i nostri – quelli della competizione westfaliana, del bilanciamento di potenza, della deterrenza razionale – vediamo un rivale che gioca la partita della potenza con strumenti non convenzionali e la risposta logica è il contenimento, il riarmo, la costruzione di coalizioni.
Se proviamo invece a usare le categorie cinesi, vediamo una civiltà che si sente ancora ferita, che interpreta il contenimento americano come la prosecuzione del “secolo delle umiliazioni” con altri mezzi e che aspira non alla dominazione mondiale – categoria estranea al Tianxia – ma al riconoscimento del proprio posto naturale al centro di un ordine che considera legittimamente suo.
Quest’ambivalenza non va risolta frettolosamente. Va tenuta aperta come lente critica su tutto ciò che riguarda l’Impero Celeste perché la Repubblica Popolare è anche il prodotto del marxismo-leninismo, del maoismo, delle riforme di Deng Xiaoping e della globalizzazione economica.
La sua identità strategica è quindi il risultato di una sintesi tra elementi storici, ideologici e pragmatici.
Esiste, dunque, una terza guerra, meno evidente ma probabilmente più decisiva nel lungo periodo: la competizione strategica tra Stati Uniti e Cina.
Non si tratta di una guerra combattuta prevalentemente con mezzi militari, bensì di una competizione multidimensionale che coinvolge tecnologia, commercio, finanza, infrastrutture, intelligenza artificiale, controllo delle catene del valore e influenza diplomatica.
Che si tratti di qualcosa di più di una semplice competizione lo dimostra che è in atto la creazione di ecosistemi alternativi e mai complementari.
È una forma di confronto che richiama il concetto di “unrestricted warfare” elaborato nel 1999 dai colonnelli cinesi Qiao Liang e Wang Xiangsui: la superiorità strategica può essere raggiunta utilizzando simultaneamente strumenti economici, finanziari, informatici, psicologici e politici, senza mai attraversare formalmente la soglia della guerra dichiarata.
Ciò che nel 1999 sembrava una provocazione intellettuale è oggi la descrizione abbastanza accurata del confronto quotidiano tra le due superpotenze: guerre commerciali, restrizioni ai semiconduttori, liste nere tecnologiche, campagne di influenza, cyberattacchi attribuibili con difficoltà, competizione per gli standard delle reti di nuova generazione.
Quest’impostazione affonda le proprie radici nella tradizione strategica cinese. Come scrive Sun Tzu ne “L’arte della guerra”, «la suprema abilità consiste nel sottomettere il nemico senza combattere».
Non è semplicemente un aforisma antico: è una filosofia strategica che privilegia l’accumulo paziente di vantaggio, la creazione di dipendenze, l’erosione graduale della posizione avversaria rispetto allo scontro frontale ad alto rischio.
In questa prospettiva, il riconoscimento internazionale dello status della Cina come grande potenza – e come centro legittimo di un ordine multipolare – costituisce un obiettivo strategico fondamentale, mentre il contenimento sistematico da parte americana viene percepito non solo come una minaccia alla sicurezza, ma come una sfida alla legittimità stessa del progetto cinese.
Anche iniziative come la Belt and Road Initiative non possono essere interpretate esclusivamente come programmi infrastrutturali di sviluppo.
Esse rappresentano uno strumento di proiezione geopolitica: garantire la sicurezza delle catene commerciali di una potenza la cui prosperità dipende dalla continuità dei flussi marittimi, energetici e manifatturieri attraverso rotte che oggi attraversano spazi controllati o influenzati da potenze rivali.
Portare ferrovie, porti e reti digitali in Africa, in Asia centrale e in America Latina non è solo filantropia infrastrutturale: è la costruzione di una rete di relazioni, dipendenze economiche e influenza politica attraverso il controllo del debito che nel lungo periodo ridisegna la geometria del potere globale.
Va tuttavia aggiunto un elemento di complessità, che spesso manca nelle analisi più schematiche.
La Cina non è un attore monolitico che esegue un piano immutabile con precisione meccanica. Ha vulnerabilità strutturali serie: una demografia in declino, una crisi immobiliare di proporzioni enormi, tensioni sociali interne, una dipendenza tecnologica ancora significativa da componenti e know-how occidentali.
E, tuttavia, rimane la più grande manifattura al mondo, all’avanguardia in alcuni settori come le applicazioni quantistiche o i vettori ipersonici e, soprattutto, con un surplus commerciale annuo di circa un trilione di dollari.
Detto questo, la competizione con gli Stati Uniti porta con sé rischi che Pechino calcola con attenzione: un’escalation militare nel Pacifico – soprattutto su Taiwan – potrebbe distruggere in pochi anni decenni di sviluppo economico.
Questo non significa che il conflitto sia impossibile, ma che entrambe le parti hanno potenti incentivi a mantenere la competizione sotto la soglia dello scontro aperto – almeno per ora, ma entrambe credo siano coscienti di giocare una partita mortale e la Cina la vorrebbe vincere senza sparare un colpo.





