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LA RICETTA DRAGHI PER UNA DITTATURA TECNOCRATICA

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L’Unione Europea uscita da Maastricht è un aggregato tecnocratico di 30 mila funzionari, comandati da tecnocrati ai quali si accodano politici senza reali possibilità di incidere sulle decisioni prese dalla finanza globalista, la quale ha imposto la linea politica negli ultimi trent’anni al colosso burocratico.

I politici sono pallide figure ciarliere e inconsistenti.

Il risultato che è sotto gli occhi di tutti è un disastro. L’Unione Europea non ha voce in capitolo su alcunché.

Non conta geopoliticamente, non conta militarmente, non conta nelle nuove strategie mondiali che si vanno delineando, anche a causa dei nuovi rapporti tra Russia e Usa.

Durante una visita al centro di ricerca nucleare russo di Sarov, Vladimir Putin ha affermato di sperare che “il ritmo della nostra collaborazione” con gli Stati Uniti “sarà mantenuto” e ha aggiunto di essere “fiducioso che le qualità di leadership” di Trump “siano una buona garanzia per il ripristino delle relazioni”. Putin ha inoltre affermato che Mosca sta “discutendo con i partner americani la possibilità di collaborare” nel settore dell’estrazione mineraria nella zona artica e in Alaska. Altro che Ucraina.

Se gli europei non hanno ancora capito che sta cambiando il mondo, peggio per loro e qui, Mario Draghi, nel suo discorso al Meeting di Rimini, ha colto nel segno affermando che “il 2025 sarà ricordato come l’anno in cui è evaporata l’illusione dell’Europa” di contare.

Non c’è più tempo, ha aggiunto Draghi, di fronte a un mondo che è già cambiato, e “non ci guarda con simpatia”, l’Europa deve “cambiare”, ora, oppure è condannata a rimanere “marginale” e “spettatrice”, come si è dimostrata davanti alle crisi, dall’Ucraina, all’Iran, a Gaza. E ai dazi imposti “dal nostro alleato di antica data” a cui “abbiamo dovuto rassegnarci”. 

Una bocciatura solenne di Ursula von der Leyen, della sua Commissione, delle sue maggioranze, a cui segue un’autocandidatura a guidare un’Unione Europea ancora più tecnocratica e, pertanto, necessariamente antidemocratica.

Draghi, infatti, dopo aver distrutto a sciabolate la guida politica dell’Unione Europea, bloccata nelle sue lungaggini e nei suoi “riti”, ha messo in guardia dal cedere alla “sovranità nazionale”, dal “distruggere l’integrazione europea”, che altro non farebbe che “esporre” ancora di più il Vecchio Continente.

Draghi ha invitato i Paesi europei a costruire “forme di debito comune”, le uniche in grado di sostenere “progetti europei di grande ampiezza che sforzi nazionali frammentati e insufficienti non riuscirebbero mai ad attuare”.

L’elezione di Donald Trump, ha affermato Draghi, è stata “una sveglia brutale” e ora per i 27 è giunta l’ora di evolversi, di superare l’idea che basti la dimensione economica per avere “potere geopolitico”. Di fronte “a quello che succede”, un mondo dove non c’è più “il rispetto delle regole” ma l’uso della “forza militare e della potenza economica per proteggere gli interessi nazionali”, la prima cosa che “viene in mente è: stringiamoci tutti insieme”.

Il progetto europeo, ha sostenuto Draghi, si è dimostrato la giusta risposta alle esigenze di allora e oggi, la via per uscire dall’irrilevanza, è quella di rafforzare “l’integrazione”, rivedere, la sua “organizzazione politica” perché ora non è “attrezzata” a sufficienza per competere nelle sfide globali, rimuovere le barriere, “mettersi d’accordo su come finanziare i giganteschi investimenti necessari” e “disegnare una politica commerciale” adatta alla nuova era. In sintesi, “ritrovare unità di azione” ora, prima che “le circostanze” diventino “insostenibili”.

Per Draghi, inoltre, bisogna rispondere ai “nuovi picchi di scetticismo” nei confronti di Bruxelles. Oggi ci sono regole obsolete che rendono l’Unione “fragile e vulnerabile”, ma l’Europa ha già dimostrato – dai vaccini al Pnrr – di sapere reagire e oggi questo “scetticismo”.

Vediamo alcuni passaggi del discorso di Draghi più da vicino.

“Per anni l’Unione Europea ha creduto che la dimensione economica, con 450 milioni di consumatori, portasse con sé potere geopolitico e nelle relazioni commerciali internazionali. Quest’anno sarà ricordato come l’anno, in cui questa illusione è evaporata”.

Draghi si è dimenticato di dire che la Germania dopo Maastricht si è posta come dominus e come general contractor e ha delocalizzato tecnologie e produzioni in Cina, favorendo, in tal modo, la crescita esponenziale del Dragone. Ha ragione Draghi quando dice che la “Cina ha chiarito che non considera l’Europa come un partner alla pari e usa il suo controllo nel campo delle terre rare per rendere la nostra dipendenza sempre più vincolante”, ma questo è il portato di una politica scellerata voluta dall’asse Franco-Tedesco che ha guidato a lungo l’Unione Europea, in perfetta linea con la finanza globalista.

Non si può pensare di evitare di fare i conti con la tracotanza tedesca e con quella francese, nonché con le manine inglesi che muovono i burattini baltici se si vuole davvero che l’Europa cambi marcia e anche direzione.

Draghi dice che c’è scetticismo nei confronti di Bruxelles, ma, aggiunge: “Non è a mio avviso uno scetticismo nei confronti dei valori su cui l’Unione Europea era stata fondata: democrazia, pace, libertà, indipendenza, sovranità, prosperità, equità”.

Sarebbe stato utile ricordare la fine drammatica che Germania e Francia hanno fatto fare alla Grecia per derubarla degli asset più importanti dopo averla massacrata.

Sarebbe stato utile dire che la libertà e la democrazia sono conculcate dall’idea totalitaria dei socialisti, dei liberali e di parte del Partito Popolare di escludere dalle elezioni i partiti che non rientrano nel tracciato tecno burocratico sul quale è basata la finta democrazia dell’Unione Europea.

Forse sarebbe utile ricordare a Mario Draghi il discorso fatto da J.D.Vance a Monaco, nel quale affermò che la minaccia per l’Europa è l’arretramento dai valori fondamentali.

“La minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’Europa – disse Vance – non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno. Quello che mi preoccupa è la minaccia dall’interno: l’arretramento dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali, valori condivisi con gli Stati Uniti d’America”.

Vance ha ricordato che l’annullamento delle elezioni non è democrazia. “Mi ha colpito il fatto – ha detto Vance – che un ex commissario europeo sia andato recentemente in televisione e si sia rallegrato del fatto che il governo rumeno abbia appena annullato un’intera elezione. Ha avvertito che se le cose non dovessero andare come previsto, la stessa cosa potrebbe accadere anche in Germania. Queste affermazioni così disinvolte sono scioccanti per le orecchie degli americani. Per anni ci è stato detto che tutto ciò che finanziamo e sosteniamo è in nome dei nostri valori democratici condivisi. Tutto, dalla nostra politica sull’Ucraina alla censura digitale, è costruito come una difesa della democrazia. Ma quando vediamo tribunali europei che annullano elezioni e alti funzionari che minacciano di annullarne altre, dovremmo chiederci se ci siamo attenendo a uno standard adeguatamente elevato. E dico noi stessi perché credo fondamentalmente che siamo nella stessa squadra. Dobbiamo fare di più che parlare di valori democratici, dobbiamo viverli”.

Ecco il punto. Quando in Romania si mettono in galera i politici che non piacciono a Bruxelles. Quando in Francia si impedisce alla Le Pen di correre per l’Eliseo con manovre giudiziarie che lasciano molto a desiderare. Quando il vicecancelliere socialista tedesco Lars Klingbeil chiede che venga riconsiderata la possibilità di vietare l’alternativa di estrema destra per la Germania (AfD) alla luce delle prove provenienti dal paese agenzie d’intelligence e dice a Funke Media Group: “Dobbiamo combattere i nemici della democrazia. Se i procedimenti di divieto possano avere successo deve essere risolto valutando i risultati delle agenzie di intelligence”. Quando si assiste a tutto questo, siamo alla riproposizione della Stasi, con i socialisti in versione comunismo staliniano e con i politici europei in versione totalitaria.

Come fa Draghi a non vedere che in Europa, nell’Unione Europea, i valori di democrazia, pace, libertà, indipendenza, sovranità, prosperità, equità sono calpestati?

“Credo – ha detto Draghi – piuttosto che lo scetticismo riguardi la capacità dell’Unione Europea di difendere questi valori”.

Il fatto è che l’Unione Europea i valori li calpesta, altro che difenderli.

Nata per evitare che le nazioni europee dopo due guerre “mondiali” combattute tra di loro ne facessero una terza, “l’Unione – ha detto Draghi – si è poi evoluta di nuovo negli anni dopo la guerra adattandosi gradualmente alla fase neoliberale tra il 1980 e i primi anni del 2000. Questo periodo fu caratterizzato dalla fede nel libero scambio e nell’apertura dei mercati, da una condivisione del rispetto delle regole multilaterali e da una consapevole riduzione del potere degli Stati che attribuivano compiti e autonomia ad agenzie indipendenti. L’Europa ha prosperato in quel mondo: ha trasformato il proprio mercato comune nel mercato unico, è diventata attore fondamentale nell’Organizzazione Mondiale del Commercio e ha creato autorità indipendenti per la concorrenza e la politica monetaria. Ma quel mondo è finito e molte delle sue caratteristiche sono state cancellate”.

Dire che l’Europa ha prosperato nel mondo neo liberale globalista è evitare di mettere in fila tutte le porcherie che ci sono state somministrate in questi trent’anni di logiche neocon, a cominciare dal green, esiziale per l’economia reale del Vecchio Continente.

Cosa propone alla fine Draghi per risolvere la debolezza nella quale si avvolge ora l’Unione Europea? Una maggiore verticalizzazione.

“È chiaro che distruggere l’integrazione europea per tornare alla sovranità nazionale non farebbe altro che esporci ancor di più al volere delle grandi potenze”.

Che facciamo? Manteniamo 30 mila burocrati al potere reale o mettiamo mano ai fondamenti?

“Deve mutare – dice Draghi – anche la sua organizzazione politica che è inseparabile dalla sua capacità di raggiungere i suoi obiettivi economici e strategici”.

Anche? Prima di tutto. Nel mondo, proprio in rapporto a quanto sta accadendo negli Usa la politica sta tornando a comandare mettendo la finanza in riga.

Non a caso al World Economic Forum di Davos sono arrivati direttamente a dirigerlo i rappresentanti della finanza e delle multinazionali, perché lo scontro è diventato ormai all’ultimo sangue.

Per l’Unione Europea la questione all’ordine del giorno è mettere da parte Maasctricht e decidere se si vuole marciare verso una Confederazione o tornare alla Cee.

Tutto il resto è un gioco delle tre carte per mantenere in atto la direzione tecno-burocratica di Bruxelles, cambiando degli incapaci pseudo politici con consulenti, competenti, ottimati, ossia con super burocrati per trasformare l’Unione Europea in una dittatura tecnocratica.

Mario Draghi è un tecnico e sarebbe una figura adatta a guidare un mondo di superburocrati, ma quel mondo non sarebbe in linea con nessuno dei valori di democrazia, pace, libertà, indipendenza, sovranità, prosperità, equità.

Se si vuole cambiare l’Unione Europea è necessario aprire una fase costituente che prenda atto del fallimento delle istituzioni odierne e le cancelli. Altrimenti tutte le belle parole sono aria fritta.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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