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La protesta degli studenti fa notizia, quella dei lavoratori no

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Protesta studenti e lavoratori

La viralità come unica garanzia di esistenza

C’è qualcosa di singolare nelle immagini delle manifestazioni studentesche viste in questi giorni.

Si scende in piazza per chiedere edifici scolastici migliori e poi si devastano gli edifici. Si rivendica il diritto a studiare in condizioni dignitose e si distruggono librerie.

Ora, non è che io pensi che le rivolte possano svolgersi senza distruggere qualcosa. Ma tra la rottura di un ordine che si vuole cambiare e la distruzione di ciò che si pretende di migliorare passa una differenza che meriterebbe almeno due minuti di riflessione.

Il problema va oltre le vetrine rotte e le immagini che adesso riempiono i telegiornali.

Una protesta dovrebbe servire a ottenere qualcosa. Sembra un’ovvietà, ma a giudicare da quel che vediamo, non sembra.

Le rivendicazioni possono essere radicali, i toni accesi e persino le forme di lotta dure. Ma, alla fine ,una domanda resta inevitabile: che cosa si vuole ottenere, da chi e attraverso quali richieste?

Perché se l’obiettivo è cambiare le cose, occorre qualcuno che sappia dire quali cose cambiare. E qualcuno con cui trattare.

Qui, invece, tutto appare terribilmente vago.

Chi rappresenta gli studenti?

Quali richieste precise mette sul tavolo?

Quali sono le priorità, quali i provvedimenti attesi, quali le responsabilità da chiamare in causa?

Non basta dichiararsi contro tutto ciò che non funziona. Occorre anche indicare che cosa si vuole al posto di ciò che si contesta.

Altrimenti la protesta diventa un contenitore nel quale ciascuno riversa la propria rabbia, mentre chi dovrebbe rispondere può cavarsela aspettando che passi la giornata, si spengano le telecamere e tutti tornino a casa.

Naturalmente, da decenni esistono gruppi che nelle manifestazioni si occupano di buttarla in caciara. Non sono una novità, non sono un imprevisto e non sono una scoperta dell’ultima ora.

Ogni mobilitazione che voglia ottenere un risultato dovrebbe sapere che questa possibilità esiste e attrezzarsi per non farsene sequestrare.

Perché quando il corteo finisce sui giornali soltanto per le devastazioni, le rivendicazioni finiscono in secondo piano e il lavoro di chi voleva davvero portare a casa qualcosa viene vanificato. A beneficiarne, spesso, sono proprio coloro contro cui si protesta.

Fin qui, si potrebbe obiettare, siamo alle solite polemiche sulle manifestazioni studentesche. Ma il punto diventa più interessante quando si guarda a ciò che accade contemporaneamente nel mondo agricolo e tra gli autotrasportatori.

Mentre le manifestazioni studentesche occupano le cronache, quelle degli agricoltori e degli autotrasportatori rischia di finire sullo sfondo. Eppure, qui le richieste sono precise e i problemi concreti.

Ci sono persone che lavorano e che cercano di spiegare perché, a certe condizioni, continuare a produrre e trasportare diventa insostenibile.

Ma la protesta degli agricoltori non fa spettacolo.

Le fatture del gasolio non sono virali, quelle dei costi di produzione nemmeno. Una libreria devastata fa il giro dei social, una fattura resta una fattura. Eppure, a fine mese, è quella che presenta il conto.

Ormai la viralità è l’unica garanzia di esistenza. Se non fai spettacolo, non esisti. Così sappiamo tutto di chi ha spaccato una vetrina e poco di chi rischia di chiudere un’azienda.

Per essere ascoltati, ormai, non basta avere ragione. Bisogna diventare virali.

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