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LA GUERRA DEI POVERI

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di Giorgio Cattanuo

Le ultime pallottole a Cuneo, nella notte tra il 28 e il 29 aprile, dopo una marcia folle attraverso le Alpi cariche di neve. Prima ancora, la Francia: i partigiani italiani impiegati nella liberazione delle vallate alle spalle di Nizza, per appoggiare lo sbarco alleato in Provenza. Protagonista di quei giorni, il tenente Benvenuto Revelli, detto Nuto, militare di carriera sotto il fascismo e volontario in Russia. Pochi libri come “La guerra dei poveri” sanno raccontare senza retorica quell’Italia in frantumi, prima mussoliniana e poi smarrita, infine ribelle.

Nuto Revelli: l’ultimo ufficiale dell’Armir a lasciare il gelo siderale del Don. Chiudeva la colonna infinita dei disperati, quasi tutti destinati a non tornare più. Poi il 25 luglio, l’euforia delirante, il caos, i carri armati tedeschi, il terrore nelle strade. E quindi la via della montagna. Montagna italiana, fino al grande rastrellamento della Valle Stura nell’estate 1944: i partigiani che riescono a rallentare per giorni un’intera divisione corazzata diretta al Colle della Maddalena, dando fiato agli americani appena sbarcati in Costa Azzurra.

Quindi la drammatica votazione per alzata di mano: il comandante, che voleva restare in patria, sconfitto dai suoi uomini, decisi a scendere in Francia a liberare i villaggi oltre il confine. Dopo vent’anni di dittatura, a duemila metri di quota, quella specie di vera democrazia tra il ferro e il fuoco dei mortai e delle mitragliatrici. In Francia, Revelli fece in tempo a rimetterci il naso: rimasto sfigurato, finì in un ospedale militare. Ma volle riprendersi in tempo per guidare i suoi sulla via del ritorno, al Col Maurin, tra muraglie di neve. Voleva a tutti i costi rientrare in tempo per combattere tra le vie della sua città, Cuneo, ancora occupata.

In Revelli è sempre disarmante la sincerità. Da Udine, tra i pochi superstiti della Russia, si era spedito a casa tre mitra: già immaginava che gli sarebbero serviti. Eppure, confessa, stentava a capire la lingua politica del concittadino Duccio Galimberti, avvocato antifascista. Riuscì finalmente a comprenderlo solo quando lo sentì parlare dal balcone una volta caduto il Duce. Infine, due mesi dopo, l’8 settembre: il racconto che ne offre Revelli è cinematografico. Da soldato, vive con dolore il vertiginoso sfaldamento dell’esercito, tra le caserme che si svuotano, mentre Cuneo è invasa dal fiume umano della IV Armata di ritorno dalla Francia. Ragazzi che, una volta in città, abbandonano le armi e gettano la divisa.

I militari italiani arrivati a Cuneo avevano con sé centinaia di ebrei: li avevano protetti dalla Gestapo, quando occupavano il territorio francese per conto di Hitler. Di quegli ebrei si prese cura un parroco straordinario, don Raimondo Viale. “Il prete giusto”, lo ribattezzò Nuto, che aveva ascoltato in silenzio la sua storia e l’aveva poi pubblicata, come d’accordo, solo molti anni dopo la morte del religioso. Un prete due volte ribelle, nel dopoguerra poi “sospeso a divinis” e allontanato dall’altare: la massima infamia possibile, inflitta a un eroe civile campione della fede, un valoroso che aveva consacrato l’intera sua vita alla fedeltà evangelica, rischiando la pelle.

Durante il Ventennio avevano cercato di ucciderlo e poi l’avevano spedito al confino: dal pulpito, don Raimondo aveva osato tuonare contro la guerra. Dopo la Liberazione, ogni 25 aprile celebrò per anni una malinconica messa clandestina, solo per i partigiani, sul greto del torrente Gesso. Era anche lui figlio della Guerra dei Poveri, di quell’Italia oggi remotissima e inimmaginabile. Per raccontarla serviva un cavaliere puro come Nuto Revelli, più volte ferito in guerra e paladino dei senza voce, amico fraterno di Primo Levi. Probabilmente, senza la sua testimonianza non sapremmo chi siamo davvero. Non sapremmo fino in fondo da dove veniamo, da quali abissi e quali splendori. Né sapremmo perché ci siamo ridotti così.

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  • Redazione

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