Nelle parole di Maurizio Landini il rapporto capitale – lavoro diventa quello tra cittadino lavoratore e cittadino capitalista – Il cittadino è soggetto dell’ordinamento politico. Il lavoratore e il capitalista sono figure definite dalla posizione economica – Lo scontro si sposta nella piazza e la controparte diventa il Governo
Durante la manifestazione tenutasi sabato a Roma della Via Maestra, Maurizio Landini ha detto:
“Il 20 novembre la CGIL proclamerà lo sciopero generale in questo Paese, perché noi ci mettiamo a disposizione di questo processo democratico e di cambiamento che rimetta al centro il lavoro, i diritti e la giustizia sociale.
Lo sciopero è lo strumento più solidale che esiste: quando fai sciopero non lo fai solo per difendere i tuoi diritti, ma per estenderli agli altri. Il cittadino lavoratore, nei confronti del cittadino capitalista, da solo è più debole; può difendersi solo con l’organizzazione collettiva. Non ci fermerà nessuno, andiamo avanti con forza e solidarietà”.
Landini sta descrivendo un rapporto economico e sociale oppure sta trasformando quel rapporto in una contrapposizione fra due categorie di cittadini? Sono due cose diverse, e vale la pena separarle.
Il problema concettuale: cittadino e lavoratore appartengono a piani diversi
Nella frase convivono due categorie che non sono omogenee.
- Cittadino: è una categoria giuridica e politica. In linea di principio, indica un soggetto titolare di diritti e doveri nell’ordinamento.
- Lavoratore: è una categoria economica e sociale, riferita a chi svolge un’attività lavorativa. Nel discorso sindacale, indica soprattutto chi vive del proprio lavoro.
- Capitalista: è una categoria economica, riferita a chi possiede o controlla capitale e lo impiega nell’attività produttiva per ricavarne un rendimento.
Il punto è che il lavoratore e il capitalista non sono necessariamente due categorie distinte di cittadini. Un imprenditore può lavorare nella propria azienda; un lavoratore può possedere azioni, quote societarie o altri investimenti. Le posizioni possono sovrapporsi.
Landini utilizza quindi una contrapposizione retorica fra due figure sociali, non una classificazione giuridica rigorosa.
Che cosa cambia rispetto al tradizionale conflitto lavoro – capitale?
Nel lessico storico del movimento operaio, il conflitto riguarda anzitutto il rapporto sociale fra chi vende la propria forza-lavoro e chi controlla il capitale e organizza la produzione.
Questa distinzione consente di analizzare questioni concrete: chi decide gli investimenti, come viene distribuito il valore prodotto, chi sopporta il rischio economico, quale potere contrattuale hanno le parti.
La formulazione di Landini sposta l’accento. Non parla direttamente di lavoratore e proprietario dei mezzi di produzione, ma di due cittadini posti in una relazione asimmetrica.
Il messaggio è comprensibile: la parità giuridica non implica necessariamente parità di potere economico. Un singolo dipendente può avere un potere negoziale molto inferiore a quello di una grande impresa, mentre l’organizzazione collettiva può riequilibrare il rapporto, ma la formulazione presenta anche un limite: la contrapposizione fra due figure di cittadini rischia di trasformare una relazione economica strutturale in una contrapposizione fra persone.
Il conflitto sociale si trasforma in conflitto politico. Il sindacato si trasforma in partito.
Una rivoluzione concettuale
La tesi secondo cui Maurizio Landini avrebbe impresso una svolta “politica” e istituzionale alla CGIL rappresenta uno dei punti di dibattito più accesi nel panorama sindacale e politico italiano contemporaneo.
L’analisi che propongo individua una vera e propria rivoluzione concettuale: lo spostamento dell’asse di rappresentanza dalla tradizionale figura socio-economica (il lavoratore salariato contrapposto al capitale) alla figura giuridico-politica (il cittadino).
L’evoluzione della linea della CGIL sotto la segreteria di Landini evidenzia alcuni passaggi chiave che sostengono la tesi di una trasformazione in “partito di fatto” o movimento politico di cittadinanza:

La CGIL ha progressivamente esteso il proprio raggio d’azione oltre i luoghi di lavoro, assumendo la difesa della Costituzione, la lotta contro l’autonomia differenziata, la difesa della sanità e della scuola pubblica e la promozione di referendum abrogativi come terreni primari di mobilitazione.
Tradizionalmente, il sindacato tutela l’individuo in quanto forza-lavoro all’interno del processo produttivo. Sovrapporre la figura del lavoratore a quella del cittadino significa argomentare che i diritti sul posto di lavoro non sono scindibili dai diritti civili, fiscali e sociali garantiti dall’ordinamento politico.
Di fronte alla crisi dei partiti tradizionali di sinistra e alla loro perdita di radicamento popolare, la CGIL si è proposta come unico referente strutturato in grado di dare voce al disagio sociale, assumendo funzioni di opposizione politica generale.
Le implicazioni teoriche della sovrapposizione “Lavoratore-Cittadino”
Il passaggio concettuale da lavoratore in conflitto con il capitale a quello tra cittadino-lavoratore contro sistema politico economico comporta profonde conseguenze teoriche:

Quando il lavoratore si definisce prima di tutto come cittadino, la rivendicazione non riguarda più solo il prezzo della forza-lavoro (il salario), ma la distribuzione del potere politico ed economico nella società. Il “capitalista” non è più solo il padrone della fabbrica, ma la forza economica che orienta le decisioni pubbliche a scapito dei beni comuni.
Il sindacato non è più un soggetto sociale, ma diventa a tutti gli effetti un soggetto politico.
La piazza come luogo del conflitto
Il percorso di Landini di trasformazione della Cgil, avviene abbandonando il conflitto marxista di classe, abbandonando la mitbestimmung (mai di fatto acquisita), abbandonando la contrattazione aziendale e scegliendo la piazza come luogo del conflitto
Anziché limitarsi a una semplice risposta rivendicativa verso l’esecutivo o le associazioni datoriali, la linea attuale di Landini e della Cgil sembra delineare una ridefinizione del ruolo costituzionale e politico del sindacato.
L’analisi di questo percorso si articola in quattro “abbandoni” o superamenti strategici:
L’Abbandono del conflitto marxista di classe.
Nel modello di matrice marxista-leninista o del sindacalismo di classe del Novecento, il conflitto è strutturale, binario ed economico-sociale è tra capitale e lavoro (borghesia e proletariato). Il luogo dell’emancipazione è la presa di coscienza di classe.
La svolta di Landini sposta il soggetto del conflitto dal lavoratore in quanto appartenente a una classe socio-economica, al cittadino in quanto titolare di diritti costituzionali sanciti dalla prima parte della Carta. La contrapposizione non è più soltanto tra salariato e padrone della fabbrica, ma tra il cittadino (a cui vengono negati sanità pubblica, salario dignitoso, istruzione e mobilità) e le politiche governative/strutture economiche che erodono lo Stato sociale.
Il rifiuto della Mitbestimmung (co-gestione / partecipazione)
La Mitbestimmung, tipica del modello renano/tedesco, punta sulla democrazia industriale, la partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori nei consigli di sorveglianza delle imprese e la condivisione delle responsabilità strategiche d’azienda.
La CGIL ha sempre guardato con freddezza o aperto scetticismo alla co-gestione di stampo tedesco, temendo la cooptazione del sindacato nelle logiche d’impresa e la perdita di autonomia conflittuale. La linea Landini accentua questo rifiuto: di fronte alla precarizzazione del lavoro e alla frammentazione produttiva, l’integrazione nei processi aziendali rischia di trasformare il sindacato in un “gestore delle crisi” o in un ente bilaterale corporativo.
Ridimensionamento della contrattazione aziendale e di categoria
Negli anni ’80 e ’90 la contrattazione integrativa aziendale e i Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL) erano il vero cuore pulsante dell’azione sindacale. Con un mercato del lavoro frastagliato (appalti, subappalti, Partite IVA, lavoratori della gig economy, cooperazione fittizia), la contrattazione aziendale rischia di tutelare soltanto i lavoratori “core” delle grandi imprese. Landini prende atto che la difesa delle retribuzioni e delle condizioni di vita non può più avvenire solo al tavolo delle trattative con Confindustria, ma richiede interventi legislativi e di finanza pubblica (fisco, sanità, politiche industriali statali).
La scelta della “Piazza” come Luogo del conflitto politico-sociale
Abbandonata la fabbrica come unico luogo di catalizzazione del conflitto e ridotta l’incisività dei tavoli negoziali con il Governo, la piazza diventa il luogo in cui ricomporre la frammentazione sociale. In piazza il sindacato non porta più solo gli iscritti o i delegati d’azienda, ma costruisce coalizioni ampie con movimenti studenteschi, associazioni ambientaliste, reti per i diritti civili e movimenti di quartiere (la “Via Maestra”). La mobilitazione di piazza e il referendum diventano gli strumenti per esercitare una pressione diretta sulle istituzioni e per compensare l’assenza o la debolezza dei partiti della sinistra d’opposizione.
Sintesi del mutamento paradigmatico

Il rischio della piazza è che può essere infiltrata e strumentalizzata
La scelta di privilegiare la piazza e la mobilitazione generale di massa come principale terreno di scontro politico e sociale porta con sé, inevitabilmente, il problema della gestione e del controllo dello spazio pubblico.
Quando un sindacato o un movimento di rappresentanza generale sceglie di spostare il baricentro dalla trattativa istituzionale o dalla fabbrica (luoghi per loro natura perimetrati e accessibili solo agli addetti ai lavori) alla piazza aperta, si espone al rischio strutturale dell’infiltrazione e della contiguità con frange eversive o radicali.
La piazza è un bene pubblico e un’arena ad accesso libero. Nel momento in cui viene indetta una manifestazione nazionale o una protesta di ampia portata, si innescano diversi meccanismi.

Effetto “massa critica” e copertura: le frange eversive, i gruppi autonomi o i Black Bloc sfruttano la presenza di migliaia di manifestanti pacifici come “scudo umano” o copertura logistica. La massa offre loro l’anonimato e rende estremamente difficili gli interventi selettivi delle forze dell’ordine.
Mancanza di servizi d’ordine strutturati: nel modello sindacale del Novecento, i servizi d’ordine interni (particolarmente rigidi e strutturati nelle tute blu della CGIL) presidiavano fisicamente i dettagli del percorso, isolando ed espellendo chiunque tentasse di provocare disordini.
La trasformazione verso una “piazza liquida” e inclusiva (aperta a movimenti, studenti, reti web e sigle eterogenee) rende molto più complesso l’esercizio di questo filtro preventivo.
La sovrapposizione dei linguaggi: quando la narrazione ufficiale della protesta usa toni di forte contrapposizione istituzionale (es. la “rivolta sociale” o la contestazione radicale delle politiche economiche), il confine simbolico tra la protesta democratica e l’azione eversiva rischia di sfumarsi, offrendo una sponda retorica agli estremisti.





