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Keir Starmer non è il problema

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Starmer, laburista

La crisi della fiducia stessa come fondamento della vita pubblica

Keir Starmer non è il problema. La vera domanda è cosa racconti il suo fallimento sulla crisi delle democrazie occidentali.

La notizia delle dimissioni di Keir Starmer dalla guida del governo britannico, dopo meno di due anni a Downing Street, può essere letta in molti modi. Si può considerare la semplice fine di una stagione politica.

Si può attribuire la responsabilità a errori di governo, a scandali, a promesse non mantenute o a scelte economiche impopolari. Eppure, osservando questa vicenda con uno sguardo più ampio, mi sembra che la questione più importante non riguardi soltanto Starmer.

Riguarda qualcosa di molto più profondo. Riguarda la crescente difficoltà delle democrazie occidentali nel conciliare ciò che i cittadini desiderano con ciò che la realtà economica consente.

Quando Starmer arrivò al governo nel luglio del 2024 disponeva di una larga maggioranza parlamentare e di un consenso che sembrava solido.

Molti britannici vedevano in lui la possibilità di chiudere definitivamente una lunga fase di instabilità politica iniziata con Brexit, proseguita con i governi conservatori e aggravata dalle conseguenze economiche della pandemia e delle crisi internazionali.

La promessa implicita era semplice: riportare normalità, stabilità e fiducia. Ma la realtà si è rivelata molto più dura delle aspettative. Fin dai primi mesi emerse il problema fondamentale che oggi accomuna quasi tutti i governi occidentali: i conti pubblici.

I cittadini chiedono servizi migliori, sanità più efficiente, pensioni più sicure, salari più alti e maggiore protezione sociale. Tuttavia, gli Stati sono gravati da debiti crescenti, spese pubbliche elevate e margini di manovra sempre più ridotti.

Starmer tentò di affrontare questo problema attraverso tagli e correzioni di bilancio. La riduzione dei sussidi per il riscaldamento destinati a milioni di pensionati e l’aumento di alcune imposte furono interpretati da molti come un tradimento delle promesse elettorali.

Qui emerge una delle contraddizioni più difficili della politica contemporanea. Le campagne elettorali vengono spesso costruite sulla speranza. Governare, invece, significa fare i conti con i limiti.

E quando le aspettative create durante la campagna incontrano la durezza della realtà, la delusione diventa inevitabile. Ma non furono soltanto le questioni economiche a indebolire il governo.

Lo scandalo legato a Peter Mandelson contribuì ad alimentare una crisi ancora più grave: quella della fiducia. Negli ultimi anni ho maturato la convinzione che nelle democrazie moderne la fiducia sia diventata una risorsa più preziosa del denaro.

Quando i cittadini iniziano a sospettare che le élite politiche operino secondo regole diverse da quelle imposte alla popolazione, il danno diventa enorme. Non conta più soltanto ciò che è accaduto realmente. Conta la percezione. Conta il dubbio.

Conta l’impressione che esistano zone d’ombra che nessuno vuole illuminare completamente. Il caso Mandelson, con le polemiche sui suoi rapporti con Jeffrey Epstein, le successive dimissioni di importanti funzionari e le accuse reciproche all’interno delle istituzioni, ha contribuito ad alimentare proprio questa sensazione.

E quando la fiducia si incrina, ogni altro problema diventa più difficile da gestire. I sacrifici economici vengono percepiti come ingiusti. Le spiegazioni del governo sembrano insufficienti.

Le rassicurazioni non convincono più. La politica perde autorevolezza. Osservando questa vicenda mi colpisce soprattutto un aspetto. Starmer non è stato travolto da una singola grande crisi.

È stato consumato da una serie di problemi apparentemente gestibili che, sommati nel tempo, hanno eroso lentamente il suo consenso. È una dinamica che ricorre sempre più spesso nelle democrazie contemporanee. Non sono necessariamente i grandi eventi a distruggere un leader. Sono le piccole delusioni ripetute.

Le aspettative tradite

La sensazione diffusa che nessuno riesca davvero a migliorare le cose. Per questo motivo credo che la parabola politica di Starmer vada oltre la sua persona. Essa racconta il disagio di una società che fatica a trovare un equilibrio tra aspettative e possibilità reali.

Racconta la crisi di una politica che continua a promettere ciò che spesso non è più in grado di garantire. Racconta il progressivo allontanamento tra governanti e governati.

E, forse, racconta anche qualcosa di più inquietante. Che nelle società occidentali non stiamo assistendo soltanto alla crisi di alcuni leader. Stiamo assistendo alla crisi della fiducia stessa come fondamento della vita pubblica.

Quando un popolo perde fiducia nelle istituzioni, nei partiti, nei governi e perfino nella possibilità che qualcuno possa davvero risolvere i problemi collettivi, allora il rischio più grande non è il fallimento di un singolo premier.

È l’affermarsi della convinzione che nessuno sia più in grado di governare. Ed è proprio in quel momento che le democrazie diventano più fragili. Non perché manchino le regole. Ma perché viene meno ciò che le tiene vive: la fiducia reciproca tra cittadini e istituzioni.

Autore

  • Sergio Restelli

    Sergio Restelli non è solo un consulente politico o un autore: è una voce che invita alla riflessione, alla comprensione e alla ricerca di soluzioni in un mondo spesso concentrato sulle divisioni. La sua carriera dimostra come politica, diplomazia e impegno intellettuale possano contribuire a costruire ponti e delineare un futuro migliore.

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