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Italia, Vaticano e il Board for Peace di Trump a Gaza

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Inconsistenti le motivazioni addotte contro la partecipazione dell’Italia

Infuria la polemica per l’adesione dell’Italia, come osservatore, al Board for Peace di Donald Trump. Ovviamente, a essa è sottesa tutta una valutazione non solo della politica trumpiana in Medio Oriente, ma nel suo complesso.

Ma le ragioni addotte contro la partecipazione del nostro Paese, che ha una vocazione mediterranea e medio orientale alla politica internazionale dai tempi dell’antica Roma, sono del tutto inconsistenti, anche perché sono solo la concretizzazione del duplice effetto antitrumpiano sia del partito (filo)russo, che ha manovrato le manifestazioni di piazza dei cosidetti Propal – leggi Prohamas -, sia di quello (filo)americano, che spasima per un rientro dei Dem alla Casa Bianca sotto l’egida di quella finanza mondialista ad oggi in affanno per la scoperta della rete pedosatanista di Epstein.

Certo, sentire il PD, che è talmente aggiogato al carro dei progressisti americani da averne mutuato il nome, e il M5S, il cui leader Giuseppe Conte presiedette il suo secondo gabinetto – proprio con i democratici – per l’endorsment di Donald Trump su Twitter, al posto di Mario Draghi, accusare FDI di essere subalterna al platinato Presidente USA, fa sorridere, ma evidentemente la gente non ha molto ritegno.

Abbiamo così letto che non si deve aderire a una associazione privata, mentre siamo presenti nella Trilaterale, nel Bildelberg e in moltissimi think tank – come il Club di Roma – che sono privati anch’essi e che annoverano tra i loro membri persino ex Presidenti del Consiglio come Draghi, Letta e Monti. Del Club di Roma faceva parte persino Giulio Andreotti, che a Palazzo Chigi c’è stato sette volte.

Abbiamo sentito che il Board trumpiano sarebbe un ostacolo all’azione ONU, sebbene da almeno cinquant’anni, all’ombra del Palazzo di Vetro, operino Fondazioni, Commissioni, Conferenze stabili che preparano il suo lavoro senza nemmeno esservi collegate.

Cito le storiche e semisegrete Conferenze di Darmouth tra USA e URSS che da Carter in poi prepararono la nuova distensione, ma potrei fare decine di altri esempi, a cominciare dall’influenza a dir poco soverchia che sull’ONU ha il Council of Foreign Relations, tutto americano.

Abbiamo letto che la nostra Costituzione ci impedisce di partecipare al Board come membri e si è evocato l’intervento dell’ormai quasi pontificale Capo dello Stato, mentre noi siamo semplici osservatori.

Questi soloni dimenticano che le Costituzioni non fanno la politica estera, e per questa partita medio orientale non conta come uno sta dentro, ma se ci sta.

Del resto, Draghi il trilateralista e membro del Gruppo dei Trenta è stato insediato a Palazzo Chigi proprio da Mattarella, senza che la sua presenza nella Trilaterale fosse ostativa ad un incarico pubblico di tale rilievo.

Ma l’obiezione più stramba è la comparazione tra la posizione italiana e quella vaticana sul Board trumpiano.

Non riesco a capire la comparazione tra l’adesione italiana al Board for Peace di Trump e il rifiuto vaticano, semplicemente perché la politica estera cambia molto da una sponda all’altra del Tevere.

La Santa Sede ha riconosciuto Israele piuttosto tardi, nel 1993, ha allacciato relazioni con l’OLP ancora dopo, nel 2000, e con l’ANP dal 2015. Da sempre la Santa Sede sostiene la formula dei due Stati oltre a precise condizioni giuridiche per Gerusalemme città santa per tre religioni.

In origine voleva che Gerusalemme avesse uno status internazionale, cosa che né i Palestinesi né gli Israeliani volevano negoziare. Poi chiese uno statuto internazionale per i Luoghi Santi cristiani, che sono i meno tutelati a fronte della presenza giudaica e maomettana che tutela rispettivamente, in Palestina, i santuari dell’una e dell’altra religione abramitica.

Infine, si accontentò di specifiche garanzie giuridiche per i santuari cristiani nel territorio di Israele e della erigenda Palestina, senza ottenere nemmeno questo. E tuttavia le ragioni di questa politica, che personalmente condivido completamente, anche se oggi più che mai è irrealizzabile, stanno nella situazione religiosa della regione.

I cattolici della Terra Santa sono quasi tutti palestinesi, latini e melchiti, e partecipi del desiderio di riscatto nazionale del proprio popolo, anche se guardati con sospetto da gruppi terroristici come Hamas che usano l’Islam come arma politica per cementare una opposizione senza futuro e senza remore contro Israele.

Va da sé che il Vaticano voglia difenderli sia da Israele che dai Palestinesi estremisti. I cattolici di Israele sono di meno, ma costituiscono una presenza importante per la Chiesa Cattolica nella terra e in mezzo al popolo di Gesù. Anche essi vanno tutelati e pure essi corrono il rischio di essere considerati un corpo estraneo.

Bisogna poi considerare le numerosissime altre Chiese, piccole ma antiche e litigiose, che compongono il mosaico cristiano della Terra Santa e che stanno quasi tutte nel territorio di Israele, che garantisce loro molte libertà che altrove in Medio Oriente esse non hanno.

Anche queste Chiese possono contare sulla protezione del Vaticano, sebbene spesso sia ricusata per ragioni di autocefalia ecclesiastica. Ma la collaborazione interecclesiale è fondamentale per la gestione materiale dei Luoghi Santi e la richiesta di garanzie specifiche per i santuari cristiani rientra in questa prospettiva.

Va poi considerata la necessità, per la Chiesa, di non essere tacciata di antisemitismo nell’opporsi a Israele e, quindi, di non passare per sionista se si schiera coi palestinesi.

Il Cardinale Pier Battista Pizzaballa, ad esempio, che è stato ed è molto duro contro Israele e la sua politica militare nella Striscia, contrariamente a quanto si può credere è un sionista moderato, che infatti ha sempre difeso i civili ma mai Hamas, facendo una distinzione tra nazione e partito che ricorda quella di Pio XII tra i tedeschi e il nazismo.

Queste considerazioni possono essere fatte solo dal Vaticano e da nessun’altra potenza, perché esso ha una rilevanza politica in quanto centro spirituale e ha una sua strategia diplomatica solo per salvaguardare la libertà della Chiesa.

Certo, la diplomazia papale è orientata anche alla difesa del diritto naturale, ma la sua possibilità di entrare in merito a tali questioni dipende soltanto dalla presenza di battezzati nel territorio.

Si consideri che, giustamente, il Vaticano, a differenza di tutte le potenze occidentali, ha una politica coerente in tutto il Medio Oriente, considerato come unità geopolitica, le cui specificità, agli occhi della Curia, sono quelle di avere un ruolo chiave nello spazio sacro della fede – che vi è nata – di avere una minoranza cristiana sparsa e spesso vessata e di vederla convivere con una maggioranza islamica variopinta, litigiosa al suo interno ma accomunata spesso dall’ostilità verso i seguaci di Cristo.

La Santa Sede sa bene che esistono connessioni tra Hamas, Hezbollah, Alawiti, Sciiti irakeni e Ayatollah, come tra Salafiti, Fratelli Musulmani, Sunniti e monarchie del Golfo, o ancora che ce n’erano tra il Baath della Siria, dell’Egitto, dell’Irak e del Libano, come sa che esistono ambizioni neo ottomane della Turchia.

Sa che nella zona non solo i Palestinesi, ma anche i Curdi sono senza patria. Sa che la guerra religiosa tra Armenia e Azerbaigian è già realtà. Sa tutte queste cose e segue una strategia globale, perché non ha da tempo eserciti da sguinzagliare contro gli avversari – e dato come finì con le Crociate, forse non lo farebbe più.

Inoltre, il Vaticano, sia per la sua missione universale che per la sua neutralità sancita dai Patti Lateranensi, non ha un seggio in nessuna organizzazione internazionale, nemmeno all’ONU, ma al massimo osservatori diplomatici.

Non sta, inoltre, in nessuna associazione internazionale privata come Wef o la Trilateral, sebbene al primo Parolin si sia recato su invito di Schwab, salvo poi non farsi più vedere.

Come si può comparare questa situazione con quella italiana? Che senso ha paragonare il Papa con Meloni?

Certo, potremmo entrare in merito alle scelte trumpiane sul Medio Oriente, ma essere assenti significa anche non poter parlare. Non solo, ma se l’Italia andrà al Board, sarà come se ci fosse anche il Vaticano.

Sì, sono finiti da tempo gli anni del collateralismo in politica estera tra la Terza Loggia e la Farnesina, e questo è un danno per l’Italia, ma la comunicazione tra Santa Sede e Governo non sono mai cessate.

Ragion per cui, qualunque idea ci si faccia della politica USA sul Medio Oriente, qualunque paura si possa avere di un think tank MAGA opposto a quelli mondialisti, qualunque terrore si abbia di un Trump che stia al suo Board come e più di quanto Rockefeller stesse al suo CFR, invocare l’atteggiamento del Vaticano per tenere fuori l’Italia dal Board è stupido, nonostante i tentativi di accostare le perplessità di Parolin a quelle del PD.

Tra esse c’è un abisso: le prime rimarranno sempre, anche se la Striscia verrà ridisegnata secondo i piani del Blair Institute, mentre le seconde cesseranno non appena da Via del Nazareno dovessero tornare al potere, magari con Vance alla Casa Bianca.

Dopo tutto, nel consiglio del Blair Institute c’è anche Matteo Renzi, che i piani americani su Gaza li conosce forse meglio di Trump, che è stato segretario del PD e che guida un piccolo partito che potrebbe essere determinante per una ipotetica vittoria elettorale.

Autore

  • Vito Sibilio

    Vito Sibilio

    Vito Sibilio, docente di storia e filosofia nei Licei, PhD in Storia Medievale, storico patrio, scrittore, saggista, co-fondatore di Christianitas, membro dei cc. sc. di Medioevo Latino, Femininum Ingenium, scrive su theorein.it, reportnovecento.com e StoriaDelMondo.

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