I palestinesi dovranno prima o poi chiedersi chi li ha davvero condotti fin lì
Per molti anni, dopo il fallimento dei grandi tentativi negoziali – da Oslo a Camp David nel 2000, quando Bill Clinton cercò senza successo di chiudere un accordo definitivo tra israeliani e palestinesi – si era gradualmente fatta strada un’altra idea: non quella di una pace vera, ormai considerata sempre più lontana, ma quella di uno status quo gestibile.
Israele si era ritirato da Gaza già molti anni prima, e si era diffusa l’idea che quel territorio potesse rimanere in una sorta di limbo: Hamas lo governava, Israele lo conteneva, il conflitto non si risolveva ma veniva in qualche modo gestito.
Sul piano regionale, intanto, si cercava di costruire equilibri più ampi attraverso gli Accordi di Abramo, cioè la normalizzazione tra Israele e alcuni Paesi arabi, in una certa misura prosecuzione di quella logica inaugurata dal Camp David del 1978, quello riuscito sotto Jimmy Carter tra Sadat e Begin: non la pace totale in Medio Oriente, ma una pace possibile tra Stati, basata su interessi strategici concreti.
Era una strategia che aveva una sua logica. Non era fondata sull’illusione dell’amicizia, ma sull’idea che, attraverso equilibrio, deterrenza e diplomazia, si potesse rendere il conflitto meno esplosivo e soprattutto impedire grandi scossoni storici.
Il 7 ottobre ha dimostrato brutalmente che questo non bastava.
Perché mentre Israele pensava di aver costruito una forma di equilibrio, Hamas scavava tunnel, accumulava armi, preparava incursioni, costruiva un’infrastruttura militare sotterranea gigantesca.
Ed è qui che si è consumato uno degli errori più gravi della Storia di Israele: i vertici militari israeliani, l’intelligence e anche i vertici politici si erano convinti che Hamas fosse ormai dentro una logica di gestione di Gaza, che sapesse di non poter distruggere Israele e che quindi si sarebbe limitata a mantenere il conflitto entro limiti “gestibili”.
Un’incursione come quella del 7 ottobre appariva assurda e inconcepibile, fuori da ogni logica. E, invece, proprio lì si nascondeva l’errore.
C’era anche un altro calcolo, quello di Hamas. Scatenare una reazione israeliana devastante che incendiasse il Medio Oriente e trascinasse i governi arabi in una guerra regionale contro Israele. Anche quel calcolo è fallito.
I governi arabi, pur tra ambiguità e dichiarazioni di circostanza, non hanno fatto nulla di ciò che Hamas sperava. Sono intervenuti solo Hezbollah e gli Huti. Neanche l’Iran ha mosso un dito. E questo è un elemento geopolitico enorme.
Il punto però è proprio questo: se il 7 ottobre ha dimostrato che il vecchio paradigma era crollato, allora non si può giudicare la reazione israeliana come se nulla fosse cambiato. Certo, si può discutere dei modi, dei costi, degli errori, degli eccessi.
Ma l’idea che Israele potesse semplicemente tornare al vecchio contenimento era morta quel giorno. Quando scopri che ciò che credevi “gestibile” stava in realtà preparando il peggior massacro della tua storia recente, la logica della deterrenza limitata salta.
E da lì nasce la risposta israeliana: non necessariamente perfetta, non necessariamente priva di errori, ma non per questo automaticamente un fallimento. Per giudicarla bisogna chiedersi non se abbia riportato il Medio Oriente a una pace ideale, ma se abbia ridotto minacce che il vecchio equilibrio aveva clamorosamente sottovalutato.
Esaminiamo la guerra con per l’Iran. Molti oggi osservano che il regime è ancora lì, che aveva più missili, più capacità militari, più resilienza di quanto si pensasse. Ma questo ragionamento può essere letto anche in un altro modo: se l’Iran era ancora più armato e pericoloso di quanto si credesse, questo non dimostra che fosse meno necessario fermarlo. Dimostra il contrario.
Certo, non c’è stata una vittoria totale. La storia reale non concede quasi mai vittorie totali. Ma l’Iran ha preso una batosta pesante e adesso il punto decisivo sarà capire se sarà davvero costretto a rinunciare al materiale nucleare strategico e a ridimensionare la sua proiezione militare. Se ciò accadesse, sarebbe una svolta storica enorme.
Anche sul piano regionale il quadro è più complesso di come viene raccontato. Assad è caduto: la Siria non è più quel pilastro ostile che per anni ha rappresentato una minaccia strutturale. Hezbollah esiste ancora, ma ha subito colpi durissimi. Hamas non è scomparsa, ma il suo apparato militare, la rete di tunnel, i depositi, le infrastrutture logistiche costruite in anni sono stati enormemente ridimensionati.
Dire che questi nemici esistono ancora è vero. Ma non significa che siano forti come prima. E soprattutto non significa che non rappresentassero minacce reali che andavano affrontate.
Israele non deve dominare il Medio Oriente. Sarebbe impossibile, e non sarebbe neppure auspicabile. Un Paese di circa dieci milioni di abitanti non può pensare di dominare una regione in cui vivono oltre 500 milioni di arabi. Ma questo non è neppure il punto. Israele non ha bisogno di dominare il Medio Oriente: ha bisogno di sopravvivere in esso, di convivere con i governi arabi, di non entrare in conflitto strutturale con loro e di costruire equilibri basati su interessi comuni, come in parte già si era iniziato a fare.
E qui c’è un elemento che spesso in Occidente si sottovaluta. Le piazze arabe possono essere incendiate dalla propaganda, ma i governi arabi ragionano in termini di interessi strategici. E oggi, con poche eccezioni, quei governi non hanno alcun interesse a vedere Israele distrutto, e neppure ad avversarlo. Anzi, Israele è visto come un alleato prezioso. I governi arabi hanno interesse alla stabilità, al contenimento dell’Iran, al commercio, alla sicurezza, alla sopravvivenza dei propri regimi.
Netanyahu potrebbe anche perdere le elezioni e finire politicamente in disgrazia. Questo è un altro discorso. Ma è possibile che la sua campagna, pur devastante e piena di costi enormi, abbia lasciato in eredità a un successore un Medio Oriente in cui alcune minacce esistenziali sono state drasticamente ridotte. E sarà allora la politica, non solo la guerra, a dover raccogliere quel risultato.
C’è poi una verità che quasi nessuno ha il coraggio di dire apertamente. La soluzione dei due Stati, piaccia o no, oggi non esiste più. Non esiste più agli occhi di una larghissima parte degli israeliani dopo il 7 ottobre, ma realisticamente non esiste più neppure agli occhi dei governi arabi, che continuano a citarla come formula diplomatica perché nessuno può politicamente dire il contrario, ma sanno che storicamente e politicamente quel treno è passato.
La tragedia più grande rischia invece di essere quella palestinese. Perché continuare a tenerli ancorati all’idea che si possa arrivare alla cosiddetta soluzione dei due Stati o a un “ritorno” nelle terre dei bisnonni significa condannarli a d altre generazioni di campi prifughi. E se oggi Gaza è un cumulo di macerie nonostante il diluvio di miliardi spesi nei decenni dalla comunità internazionale, i palestinesi dovranno prima o poi chiedersi chi li ha davvero condotti fin lì: chi prometteva distruzione come strategia politica, chi ha trasformato un territorio in una piattaforma militare, chi ha venduto illusioni al posto di futuro.


Mark L. Pisoni, traduttore e interprete professionista con una lunga esperienza nei rapporti tra istituzioni europee e nordamericane. Ha collaborato con amministrazioni pubbliche e istituzioni diplomatiche negli Stati Uniti, in Canada e in Europa.


