Le dinamiche reali che stanno ridisegnando la geopolitica mondiale
Oggi facciamo un passo avanti indispensabile per ripulire la mente dalla propaganda feroce che da anni inquina la narrazione dei fatti epocali in corso, e lo facciamo affrontando a viso aperto le dinamiche reali che stanno ridisegnando la geopolitica mondiale.
Ricordo ogni volta che qui non si fa narrazione di parte e chi segue questa pagina e legge le mie analisi sa che qui non si vendono bandierine politiche; l’unico obiettivo è applicare il realismo dei fatti contabili per comprendere il dietro le quinte della realtà.
Nelle scorse ore, il Pentagono ha confermato ufficialmente il completamento del ritiro totale delle truppe americane dall’Iraq, ponendo fine a ventitré anni di presenza militare sul territorio.
La narrazione mainstream si è immediatamente divisa in tifoserie, ma per comprendere la portata reale di questo disimpegno non possiamo isolare il fatto: dobbiamo inserire l’elemento più delicato del quadrante, ovvero la complessa partita in corso con l’Iran.
La percezione pubblica, manipolata dal tifo da curva, interpreta ogni morsa di Washington verso Teheran come una spinta bellicista.
La realtà dei fatti materiali ci mostra l’esatto contrario, divisa in due obiettivi vitali.
Il primo, immediato, è stato un atto di puro pompieraggio geopolitico: impedire a Netanyahu di scatenare una guerra regionale totale e senza controllo, un conflitto apocalittico che i salotti finanziari offshore dell’Europa in crisi avrebbero cavalcato volentieri nel disperato tentativo di salvare il vecchio sistema unipolare cartaceo.
Mettendo i piedi sul piatto, gli USA hanno di fatto disarmato quella ‘idea’.
Il secondo obiettivo risponde alla necessità fisica di non lasciare mine accese dietro di sé: Washington non può disimpegnarsi dal quadrante senza prima aver disattivato e neutralizzato la capacità di ricatto del regime di Teheran sulle rotte energetiche dello Stretto di Hormuz, costringendolo a una resa contabile.
Ma come si fa a disattivare situazioni geopolitiche consolidate da decenni, muovendosi all’interno di un sistema profondamente condizionato da potenti lobby interne, come quella destra sionista radicata negli apparati di Washington?
È qui che occorre comprendere il “Sistema Trump”.
Per scardinare questa gabbia senza far saltare il pianeta, la Casa Bianca adotta scientemente le tecniche del wrestling americano, una strategia comunicativa chiamata kayfabe.
Sul ring mediatico si costruiscono storytelling efficaci e narrazioni spietate a uso e consumo delle telecamere.
Questo teatro risponde a due scopi geometrici: il primo è confondere e paralizzare l’avversario geopolitico, il secondo è preparare e compattare l’opinione pubblica americana affinché appoggi azioni di rottura altrimenti inconcepibili.
Da qui nasce anche la costante retorica sul “pericolo comunista” con cui Trump attacca l’avversario interno delle passate amministrazioni.
Nella mente profonda dell’elettore americano, plasmata dal condizionamento psicologico del Maccartismo degli anni ’50, la formula “comunismo” equivale matematicamente al concetto di controllo sociale burocratico, di restrizione e di esproprio per via amministrativa.
Ho pubblicato il post sul maccartismo proprio per arrivare preparati a questa analisi di oggi, agitare quella leva serve a svegliare il fronte interno.
E la conferma contabile che questo sistema stia smantellando i vecchi assetti è atterrata proprio stanotte sui monitor finanziari: la Banca Centrale dell’Arabia Saudita (SAMA) ha ufficialmente abbandonato il progetto mBridge, la piattaforma digitale sostenuta da Pechino per i pagamenti fuori dal circuito del dollaro.
I sauditi hanno completato i test e si sono sfilati dalle fasi successive. Perché?
Perché Riad, che dipende militarmente da Washington ma vende il petrolio a Pechino, ha capito che la fuffa delle piattaforme multilaterali piene di scartoffie digitali non serve più.
Questo passo ci mostra in anticipo che persino la narrazione sui BRICS è una formula già superata. Il mondo multipolare reale non può essere diviso in nuovi blocchi ideologici o recinti preconfezionati da altri.
Ciò a cui stiamo assistendo non è la nascita di un nuovo bipolarismo mascherato, ma un multipolarismo puro, dove la stabilità non si fonda su alleanze burocratiche rigide, ma fa leva esclusivamente su accordi bilaterali e millimetrici tra singoli Stati sovrani.
Il “Sistema Trump” ha imposto la realtà della materia: i giochi veri si fanno dietro le quinte con contratti commerciali pesanti legati a riserve fisiche, silicio e oro, non sui ring della burocrazia transnazionale.
Mentre i grandi attori usano il realismo delle proprie risorse per proteggere i propri scambi, l’Europa dei decreti nominali si trova a pagare il conto termodinamico di quelle vecchie gabbie.
I gravi disordini sociali e le proteste che in queste ore stanno scuotendo le strade e le scuole in Francia sono la prova materiale di un sistema burocratico che, avendo esaurito la ricchezza reale, può solo imporre restrizioni cartacee alla popolazione, ricevendo in cambio la rivolta biologica del territorio.
Capisco che questa lettura sia quasi aliena all’interno delle propagande di un mondo che resiste, ormai inutilmente, alla sua imminente fine, ma è mio dovere cercare di dare una lettura reale della situazione, cercando di diradare le nebbie di situazioni che, se ci pensate bene, altrimenti sarebbero incomprensibili.
Gli imperi crollano, come sempre è accaduto nella Storia, e anche questo è arrivato al suo capolinea e la confusione è il preludio della fine.
Ma il vecchio mondo, in realtà, non sta crollando nel caos: il nuovo sta liquidando le finzioni sceniche del passato per tornare alla fisica della materia.
E chi impara a leggere il dietro le quinte non ha più alcuna paura dello spettacolo sul ring.





