La science seule l’expliquera
L’opera definitiva di Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend – uscita in italiano per l’Adelphi con il titolo “Il mulino di Amleto. Saggio sul mito e sulla struttura del tempo” – appartiene al genere letterario assai raro del libro dei libri.
Il voluminoso e corposo saggio narra la storia dell’uomo attraverso il comune linguaggio del mito e dei miti sorti nelle più diverse latitudini e longitudini del pianeta fin da tempi remoti.
Amleto è “l’Auctor temporis” e quest’opera monumentale costituisce un estratto o meglio una “sintesi” rappresentativa di un “comune buon senso (..) prima del 500 a.C., quando l’unica realtà era il tempo, e Parmenide non aveva ancora scoperto – o inventato- lo spazio”.
Narrazioni che prima, ma anche dopo, tentano di dare un verso o senso – fato, destino o ragione – a tutto ciò che accade e che, letteralmente, esplode dentro e fuori di ogni individuo.
Amleto siamo tutti noi.
E, come direbbe ancora il poeta Paul Valéry, il centro focale o prometeico di un implesso ovvero la complessità remota e l’infinita ramificazione del possibile racchiusa nell’esperienza umana.
Dato che, come dice Parmenide, “l’essere è e non è possibile che non sia”, mentre “il non essere non è e non è possibile che sia “.
E, dunque, una complessità non solo latente, nel senso di rimanere nascosta o celata, bensì, al contrario, una complessità manifesta che, attraverso il filo della tessitura dell’intero cosmo, indaga e rinvia alla ricerca e analisi dei misteri, piccoli e grandi, che attraversano la struttura del tempo e assumono le meta-morfosi del linguaggio sempiterno del mito.
A differenza del linguaggio logico, meccanico e algoritmico, che finisce per rivelarsi ingannevole.
Infatti, conclude Giorgio de Santillana: “la logica degli Eleatici è guidata a tal punto dall’oggetto della contemplazione da rimanere scientificamente impeccabile; la logica dei loro successori non lo è, e dobbiamo supporre che sia mutato l’oggetto” (Prologo a Parmenide).
E, allora, ritornando all’opera in questione, le storie di Amleto – l’Amleto di Snorri Sturluson (1178 – 1241) – sono, invece, storie del tutto vere.
Storie del passato, del presente, ma anche del futuro, salvo che l’intero nostro fato non preluda all’avvento di un nuovo Amleto, postumano, capace di nuove impressioni e una nuova sintesi.
E, allora, prima che nei cieli – che tutto muovono mediante una perenne danza dionisiaca o fuga rohiniana – sopravvenga un nuovo “Crepuscolo degli dei”, l’opera ovidiana di “Il mulino di Amleto” man-tiene e man-terrà, alla maniera heideggeriana, il segreto del nostro più antico e prezioso tesoro.
“La mythologie, dans son origine, est l’ouvrage de la science; la science seule l’expliquera.”
Dupuis





