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IL DESTINO DI ISRAELE

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di Angelo Giubileo

Nel racconto biblico della Genesi, la storia di Giacobbe è senz’altro fondamentale, nel senso che ora diremo. Essenzialmente legata al destino della sua nascita, che lo vede gemello di Esaù ma secondo genito di Isacco. Ma Giacobbe va contro il suo destino, appropriandosi del diritto di primogenitura a governare proprio di suo fratello. E così, in fine, egli otterrà tuttavia la benedizione di YHWH e il perdono di Esaù. Il destino di Giacobbe sarà così, per volere dello stesso YHWH, mutato per sempre: “Il tuo nome non sarà più Giacobbe, ma Israele, perché tu hai lottato con Dio e con gli uomini e hai vinto”. La possibilità di cambiare il destino della nascita diventa così l’elemento fondamentale della “vecchia” religione israelitica, legata come immediatamente diremo all’esperienza tragica di un intero popolo.

Ad oggi, la prima storica menzione di questo popolo appare pubblicamente in una stele fatta erigere dal faraone egizio Merenptah verso il 1207 e.a. Nella stele, che enumera i successi della spedizione del faraone, è detto: “Israele è distrutto, il suo seme non c’è più”.

E invece, il seme in qualche modo rinasce e in maniera splendente, secondo la cronologia biblica, verso il 1010 e.a. Allorquando il re Davide riunisce il gruppo delle dodici tribù di Israele in un unico regno unificato. Matthieu Richelle scrive: “la Monarchia unificata rimane nella memoria collettiva come un’età dell’oro”.

Ma il destino di Israele cambia di nuovo, e repentinamente, a seguito delle invasioni assire e della nuova distruzione del regno nel 722 e.a. ad opera di una spedizione punitiva guidata dal re assiro Sargon II. In proposito, Michael Langlois scrive: “una parte degli Israeliti fugge verso sud e si rifugia nel regno di Giuda. La città di Gerusalemme – e, più in generale, tutta la parte settentrionale del regno di Giuda – vede moltiplicarsi di colpo la popolazione”. Alla nuova distruzione del regno farà pertanto anche seguito un lungo assedio di Gerusalemme nel 701 e.a. ad opera delle nuove truppe assire guidate dal re Sennacherib, figlio di Sargon II.

Entrambi gli eventi tragici – scrive ancora lo stesso Langlois – “segneranno profondamente la tradizione ebraica”, così che “la vecchia religione israelitica scomparirà a favore di quello che converrà ormai chiamare il ‘giudaismo’”. Elemento fondamentale del “nuovo” credo giudaico diventa il ‘peccato’ di Israele, o meglio degli ebrei e di ogni singolo ebreo, contro YHWH. Si tratta di un vero e proprio “rovesciamento teologico”: dalla benedizione di YHWH a Giacobbe alla maledizione dello stesso YHWH al “suo” intero popolo. Ma la storia – e così la storia di Israele – non finisce.

Nel 587 e.a., i Babilonesi conquistano Gerusalemme, distruggono il Tempio, mettono apparentemente fine, ancora una volta, al regno e alla monarchia ora ‘giudaica’ e quindi deportano parte della popolazione. In proposito, scrive ancora Matthieu Richelle: “Nel Vicino Oriente, la sconfitta di un popolo era spesso interpretata come lo scacco del suo dio nazionale di fronte a quello dell’esercito vittorioso. Secondo questa linea, YHWH sarebbe potuto essere considerato come perdente di fronte a Marduk, re degli dei e divinità protettrice di Babilonia. I testi biblici, al contrario, considerano l’Esilio come orchestrato da YHWH per punire il suo proprio popolo”.

Ma ancora non passeranno molti anni, è il 539 e.a. quando il re dei Persiani Ciro II, alleato del clero di Marduk, conquista la città di Babilonia. Siamo di nuovo a un passaggio fondamentale di un nuovo credo nascente.

Infatti, gli eventi sono così commentati dal testo biblico Isaia 45, 1, in cui si afferma che YHWH ha eletto Ciro “per abbattere davanti a lui tutte le nazioni”. Scrive Thomas Romer: “Presentando Ciro come il re scelto da YHWH, l’autore di questi passi dei capitoli 40-55 del libro di Isaia spiana la strada all’idea che non sia necessario avere un re giudeo (…) Sembra addirittura che gli editori della Bibbia ebraica abbiano considerato l’arrivo dei Persiani come la fine della storia”. E ciò anche in ragione del fatto che un decreto dello stesso Ciro, nello stesso anno, autorizza gli esiliati giudei a rientrare in Giudea al fine di ricostruire il Tempio di Gerusalemme.

Thoams Romer conclude: “Prima della distruzione di Gerusalemme, la religione giudaica non può essere affatto definita monoteista. Sono gli scritti di inizio epoca persiana che formulano chiaramente enunciati monoteisti. E’ in particolare il caso del Deutero-Isaia (…) E inventano pure un monoteismo inclusivo (…) In certo qual modo, tutti gli dei possono dunque essere manifestazioni del dio unico, un’idea che corrisponde alla concezione persiana di Ahura Mazda. Solo a Mosè, e per suo tramite solo a Israele, Dio si rivelerà sotto il suo nome di ‘YHWH’ (Esodo 6). In questo sta il privilegio unico di Israele che può così rendere a quel dio il culto adeguato; gli altri popoli, pur venerando i loro dei, venerano ugualmente il dio d’Israele senza saperlo”.

Ma la storia non finisce nemmeno qui. Come spiegare, infatti, il legame tra la vecchia religione giudaica e la nuova religione cristiana? Il rinnovo di un “antico” patto in un “nuovo” patto tra YHWH e gli uomini?

La risposta, come sempre puntuale, ci arriva dagli autori di Il mulino di Amleto, Giorgio de Santillana ed Hertha von Dechend.  Ovvero: “Perché l’uomo ha perduto il Giardino dell’Eden? La risposta è sempre stata: a causa di un peccato originale. Ma l’idea che soltanto l’uomo fosse capace di peccare, che i colpevoli siano Adamo ed Eva, non è molto antica”. E questo – direi che qui, nel brevissimo excursus della storia del popolo originario di Israele -, l’abbiamo almeno parzialmente riscontrato.

E proseguendo: “Gli autori dell’Antico Testamento avevano sviluppato una certa qual presunzione, toccò poi al cristianesimo salvare e ristabilire le proporzioni cosmiche insistendo sul fatto che solo Dio poteva offrire se stesso in espiazione. Nei tempi arcaici, ciò era apparso evidente di per sé: solo gli dei potevano far funzionare o distruggere l’universo”. E’ toccato quindi al “cristianesimo” tentare di dare una spiegazione – o almeno eliminare il “peccato” dal mondo giudaico di YHWH. Ma il tentativo – anche di quest’ultima Profezia – viene di nuovo vanificato (cfr. Qoelet, Antico Testamento) dalla Realtà degli eventi.

Così che scrive Roberto Calasso: “L’Apocalisse (n.d.r.: accolta nel canone durate il IV secolo e.m.), antitetica a ogni parola di Gesù, ha finito per essere la conclusione del Nuovo Testamento, così sfigurandolo. Qui non si parla di uomini riscattati o salvati, ma di ‘schiavi’. Sono tutti schiavi, anche i profeti”. E, in conclusione, lo stesso Calasso dice: “L’Agnello (n.d.r.: occisus dell’Apocalisse, predestinato al mondo) conosce ciò che il Veggente conosce. Ma nessun altro lo può. E’ l’ordine del mondo e al tempo stesso il suo destino. Non c’è nulla che vada oltre”.

Pur se, a dire il vero, oltre la profezia, la storia – attraverso le diverse epoche e i suoi stessi modi – ancora continua.

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  • Redazione

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