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I QUAQUARAQUA’

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I QUAQUARAQUA’

Questo è il brano in cui il padrino mafioso Mariano esprime il suo rispetto per il protagonista del romanzo, il capitano Bellodi: “Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini. E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi.

E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito. E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre. Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo.” Tante volte mi è tornata alla mente questa descrizione dell’umanità di Leonardo Sciascia nella “Storia” quella vera non quella “narrata” che riguarda l’italica umanità.

Ricordo un’enorme marea di codardi e di Tricoteuses che si scagliarono contro Enzo Tortora in manette. Gli applausi farneticanti a piazza Venezia e la barbarie di Piazzale Loreto. Quelli che applaudivano per la sedicente Mani Pulite. I milioni di italiani che votavano per la DC e, a chiunque lo chiedevi, non c’era quasi mai nessuno disposto ad ammetterlo che la votava.

Razzismo italico? Mai! Ma pronti a cavalcare il primo populismo che sboccia: dall’uomo qualunque di Guglielmo Giannini a Beppe Grillo. Ma la pietra miliare su questa poco edificante italica materia la pose Luciano Salce quando, nel 1961, girò il film “Il Federale” con Ugo Tognazzi e Georges Wilson. Arrivati a Roma i due non sapevano che c’erano già gli americani. Giunti in un’anonima piazza, si vedono alcuni americani sdraiati sulle loro jeep e questa strana coppia di un vecchio professore prigioniero anti fascista (Wilson) e il federale (Tognazzi) in nero completo in coro gli chiedono: “are you a fascist?”. All’affermativa risposta del federale Tognazzi lo bombardarono di foto. Perché? La risposta è semplice e brutale: perché Salce lasciava sottintendere molto chiaramente che quei soldati americani dallo sbarco in Sicilia e fino a Roma non avevano ancora trovato nessun italiano che si era dichiarato fascista.

Purtroppo queste cose sono avvenute ed avvengono tuttora. Gli esempi sono molti, ma quello che svetta su tutti e il più sintomatico è l’abbandono della nave da parte dei topi quando il capitano di turno cade in disgrazia. Iniziata la rapida fuga diventano “collaboratori” confessando e, molto spesso, inventando per ingraziarsi i nuovi probabili padroni. Altre volte, ad esempio in alcuni partiti decapitati della prima repubblica, molti si lasciarono prendere dalla Sindrome di Stoccolma che fa innamorare le vittime ai loro carnefici.

Voltagabbana gli italiani? Sì! E la nostra storia diplomatica lo dimostra ampiamente e ci si illude di recitare un ruolo nel mondo. Un ruolo che non abbiamo per niente presi sempre da problemi mai risolti come i balneari, i tassisti, i PM e via dicendo. A tal proposito dopo Piercamillo Davigo, è toccato a Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro. Il “Dottor Sottile” del pool Mani Pulite era stato condannato a 15 mesi per rivelazione di atti segreti. Ieri lo stesso giudice che ha condannato Davigo condanna anche De Pasquale e Spadaro. A De Pasquale e al suo collega Sergio Spadaro, che ha condotto insieme a lui il processo ai vertici dell’Eni, vengono inflitti, secondo me, solo otto mesi di carcere per rifiuto di atti d’ufficio: tennero, infatti, nascosti documenti che dimostravano l’innocenza degli imputati. Erano le prove nette che il principale teste d’accusa al servizio della Procura milanese era un calunniatore interessato, mosso da ansia di vendetta verso i vertici dell’Eni che avevano emarginato lui e la sua cricca.

Dal suicidio di Gabriele Cagliari anch’egli presidente Eni il De Pasquale ha sempre avuto un debole per questa azienda mondiale fino ai processi contro Craxi, Berlusconi ed alcuni poteri forti a cui Cagliari regalò queste parole prima di suicidarsi: “La convinzione che mi sono fatto è che i magistrati considerano il carcere nient’altro che uno strumento di lavoro, di tortura psicologica, dove le pratiche possono venire a maturazione o ammuffire, indifferentemente, anche se si tratta della pelle della gente”.

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