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Gli USA e lo scontro tra poteri

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Cosa ci dobbiamo aspettare?

Quello che sta accadendo negli Stati Uniti non è soltanto una vicenda commerciale, ma uno scontro istituzionale che interroga l’equilibrio stesso tra poteri.

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha bocciato il ricorso di Donald Trump all’International Emergency Economic Powers Act, chiarendo un punto fondamentale: l’IEEPA non autorizza il presidente a imporre dazi commerciali senza il mandato del  Congresso.

Tradotto: l’emergenza non può diventare scorciatoia permanente. Eppure Trump, invece di arretrare, rilancia. Firma un ordine esecutivo che introduce dazi “temporanei” del 10% per 150 giorni, facendo leva sulla Sezione 122 del Trade Act del 1974.

Temporanei, sì. Ma politicamente potentissimi. Perché 150 giorni portano dritti verso le elezioni di midterm, e lì ogni voto diventa detonatore. Io vedo tre livelli in questa vicenda.

La Corte dice: il potere tariffario è del Congresso. Trump risponde: userò ogni strumento possibile. E attacca i giudici, persino quelli da lui nominati – Neil Gorsuch e Amy Coney Barrett – accusandoli di incoerenza. Arriva a evocare il ruolo del Chief Justice John Roberts.

Qui non è solo una polemica, ma un messaggio politico: la legittimità della Corte viene messa in discussione davanti all’opinione pubblica. Quando l’esecutivo delegittima apertamente il giudiziario, la democrazia entra in una zona di frizione pericolosa. Io non leggo solo rabbia. Leggo una strategia comunicativa: trasformare una sconfitta giuridica in un atto di mobilitazione politica.

Dal punto vista economico appare subito l’incertezza come sistema: 175 miliardi di dollari già incassati con dazi ora giudicati illegittimi, con la prospettiva di richieste di rimborso e importatori con 180 giorni di tempo per fare ricorso.

Secondo una analisi dell’Università Penn Wharton, si apre la porta a contenziosi a catena. E Trump stesso ammette: “Finiremo in tribunale per i prossimi 5 anni”. Qui il problema non è solo il 10%. È l’instabilità normativa. Le imprese non temono tanto il dazio in sé, quanto la volatilità delle regole. L’economia globale vive di prevedibilità.

Se la politica trasforma il commercio in terreno di battaglia permanente, il costo sistemico cresce.

Mentre Washington si infiamma, a Bruxelles si riunisce il Consiglio Affari Esteri. Il ministro Antonio Tajani convoca una nuova Task Force con circa 80 associazioni italiane.

Perché? Perché se gli Stati Uniti applicano un 10% globale, l’Europa non può restare spettatrice.

L’intesa precedente con l’UE parlava di 15% su alcune categorie: ora lo scenario cambia. E l’Italia, Paese esportatore, non può permettersi di subire senza strategia. Io penso che si sia dentro una trasformazione più ampia: il commercio non è più solo economia, è strumento di sovranità.

Il dazio diventa linguaggio politico. Cosa succede ora?

Il 24 febbraio dovrebbe entrare in vigore la misura. Dopo 150 giorni, toccherà al Congresso. Nel frattempo, probabili ricorsi e battaglie legali, con  una campagna elettorale che userà i dazi come bandiera identitaria.

Non mi interessa tifare. Mi interessa capire la direzione. Quando un presidente invoca l’emergenza per imporre tariffe e la Corte lo frena, siamo davanti a un classico conflitto tra decisionismo e costituzionalismo. Il decisionismo dice: serve rapidità, serve forza. Il costituzionalismo risponde: serve limite, serve equilibrio.

La vera domanda è questa: la politica può ancora accettare il limite giuridico come parte della democrazia, o lo considera un ostacolo da aggirare?

Io temo che il commercio stia diventando la nuova frontiera dello scontro istituzionale. E quando l’economia si intreccia con la polarizzazione politica, la stabilità globale si assottiglia. Non è solo una tariffa del 10%.

È un test sul rapporto tra potere, legge e consenso. E in questo test non si gioca soltanto il prezzo delle arance o delle bistecche. Si gioca l’idea stessa di equilibrio democratico.

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