Home Politica estera Gibuti e il Corno d’Africa: confine umano di una geografia strategica

Gibuti e il Corno d’Africa: confine umano di una geografia strategica

0
Gibuti e il Corno d'Africa: confine umano di una geografia strategica

Nuova tragedia in mare – Non siamo ai margini della crisi ma nel cuore della nuova competizione globale.
Nella notte tra l’8 e il 9 ottobre, un’imbarcazione con 305 persone a bordo si è capovolta al largo di Gibuti, mentre attraversava il Golfo di Aden in direzione dello Yemen.

L’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha riferito che ci sono stati almeno 139 morti e 84 dispersi, tra cui quindici bambini. Molti dei passeggeri erano etiopi, in fuga da conflitti, insicurezza e condizioni economiche sempre più difficili.

Una tragedia che riporta l’attenzione su una delle rotte migratorie più pericolose del mondo.

Ma la geografia nella quale si consuma questa tragedia racconta anche un’altra storia, quella di uno spazio nel quale si concentrano alcune delle infrastrutture più strategiche della globalizzazione.

Gibuti si affaccia sul Bab el-Mandeb, la porta meridionale del Mar Rosso, da sempre chiamata la porta delle lacrime, attraverso cui il traffico marittimo collega l’Oceano Indiano al Mediterraneo e ai mercati europei.

Attorno a questo passaggio si intrecciano rotte commerciali, approvvigionamenti energetici, collegamenti digitali e presenze militari internazionali.

La particolarità di Gibuti è proprio questa sovrapposizione in un territorio relativamente piccolo convivono gli interessi di Stati Uniti, Cina, Francia, Giappone e Italia, insieme alle infrastrutture portuali e logistiche che rendono il Paese un punto di accesso strategico al Corno d’Africa.

La presenza militare cinese, inaugurata nel 2017, ha aggiunto una dimensione ulteriore alla competizione internazionale, trasformando la costa gibutina in uno spazio nel quale potenze rivali presidiano rotte e interessi convergenti.

Il valore strategico della regione non è soltanto nella possibilità di controllare il transito delle navi, ma di sapere che sotto queste acque si sviluppa una rete di cavi sottomarini che costituisce una delle infrastrutture meno visibili e più importanti della connettività globale.

A Gibuti approdano sistemi come AAE-1, che collega l’Asia all’Europa attraverso il Medio Oriente, SEACOM/Tata TGN-Eurasia, che integra le reti africane con quelle internazionali, e DARE1, dedicato ai collegamenti regionali dell’Africa orientale.

A questi si affiancano EASSy, Europe India Gateway e SEA-ME-WE 5, insieme a sistemi più recenti come 2Africa, Africa-1, India Europe Xpress e SEA-ME-WE 6.

La presenza e lo stato operativo dei singoli collegamenti variano, ma nel loro insieme queste infrastrutture fanno di Gibuti un punto di interconnessione fra Africa, Medio Oriente, Asia ed Europa.

Non si tratta semplicemente di cavi che trasportano dati, attraverso queste reti transitano comunicazioni, transazioni finanziarie, servizi digitali e informazioni indispensabili al funzionamento delle economie contemporanee.

Il loro valore non dipende soltanto dalla capacità trasmissiva, ma dalla possibilità di garantire continuità ai collegamenti anche quando un guasto, un’interruzione o una crisi regionale compromette una parte della rete.

Gibuti assume una dimensione geopolitica ancora più rilevante. La sicurezza marittima e quella digitale convergono nello stesso spazio geografico, perché le rotte delle navi e quelle dei dati sostengono entrambe la continuità del sistema internazionale.

Le stazioni di approdo, i collegamenti terrestri, i centri dati e le reti alternative diventano elementi di un’unica architettura strategica, nella quale la vulnerabilità di un nodo può produrre conseguenze molto oltre il territorio in cui si trova.

La competizione per le infrastrutture non riguarda quindi soltanto chi le possiede, ma chi può garantirne il funzionamento, diversificare i percorsi e ridurre la dipendenza da un singolo punto di passaggio.

La crisi del Mar Rosso ha reso evidente quanto la sicurezza di una rotta possa influenzare i costi del trasporto, i tempi delle consegne e l’affidabilità delle catene di approvvigionamento.

La stessa logica riguarda le comunicazioni digitali, quando una rete viene danneggiata, la disponibilità di collegamenti alternativi determina la capacità di assorbire l’interruzione.

Il controllo dei flussi, in questa prospettiva, non coincide necessariamente con il controllo diretto delle infrastrutture, ma comprende anche la possibilità di condizionarne l’accesso, la continuità e la ridondanza.

Anche la presenza italiana acquista significato strategico. La Base militare italiana di supporto a Gibuti, operativa dal 2012, sostiene le attività nazionali nel Corno d’Africa, nel Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano, comprese le operazioni di contrasto alla pirateria e il supporto alle missioni nell’area.

La sua collocazione risponde a una logica che supera la dimensione regionale, perché il presidio delle rotte del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano riguarda anche la sicurezza degli approvvigionamenti e degli interessi economici europei.

La tragedia dei migranti non è una conseguenza automatica di questa competizione fra potenze, e sarebbe improprio interpretarla in questi termini. Rivela però una contraddizione che merita attenzione, nello stesso spazio geografico in cui la comunità internazionale investe nella protezione dei traffici, delle infrastrutture e degli interessi strategici, migliaia di persone continuano ad affidarsi a traversate estremamente rischiose per raggiungere lo Yemen e i Paesi del Golfo.

La geografia, da sola, non determina il destino di uno Stato o di una popolazione. Determina però opportunità, dipendenze e vulnerabilità, mentre le scelte politiche stabiliscono chi riesce a trasformarle in sicurezza, sviluppo o potere negoziale.

Gibuti mostra quanto questi livelli possano sovrapporsi senza coincidere: un territorio può essere indispensabile alla connettività internazionale e, nello stesso tempo, trovarsi esposto alle fragilità economiche e umane che attraversano la regione.

Il valore di questo spazio non coincide soltanto con le risorse che possiede, ma con le connessioni che rende possibili, con gli interessi che concentra e con la capacità di governare i flussi che lo attraversano. Prima vengono le rotte, poi i nodi e infine la gerarchia del potere.

Nel Corno d’Africa questa gerarchia è visibile nella distribuzione delle basi, nella competizione per i porti, nella sicurezza dei cavi e nella vulnerabilità delle vie marittime.

Ma diventa comprensibile soltanto quando si considera anche il costo umano di quella stessa geografia.

Perché il controllo dei corridoi definisce una parte degli equilibri globali, mentre la possibilità di attraversarli in sicurezza resta una delle questioni irrisolte del nostro tempo.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui