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Epstein! Chi era costui?

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Epstein

Lo scandalo Dutroux 2.0

Ma chi cavolo era ‘sto Epstein? Boh? Non me lo ricordo più. Era l’amico di Andrew Windsor.

Ah, e i Clinton? Mai coperti, erano solo amicizie superficiali. Ma Bill nell’idromassaggio? E il quadro? E il tempio alla siriana? Ma non so, non mi ricordo più nulla, tanto lui è morto (forse) poi non me ne frega una mazza, ho altro da fare nella vita… bingo.

Ci sono riusciti. È già tutto finito.

Ormai è storia antica. Stanno già uscendo i primi numeri delle Cronache di Epstein.

Epstein il Gallico.

Epstein e Cleopatra.

Epstein e il Falcetto d’oro.

E così via…

La situazione che si è venuta a creare con i file Epstein è talmente ridicola e sfacciata che basterebbe da sola a dimostrare come funzionano davvero le cosiddette magistrature occidentali quando il potere vero viene toccato.

Migliaia di nomi, alcuni dei quali compaiono decine e decine di volte nei documenti, nei flight logs, nelle testimonianze e nelle agende, sono emersi in modo chiaro e ripetuto, coinvolgendo presidenti, ex presidenti, principi, ministri, banchieri, scienziati, modelli, magnati dei media e figure di altissimo livello in America, Inghilterra, Francia e altri Paesi occidentali.

Eppure, malgrado l’apparato giudiziario americano, britannico, francese e degli altri grandi Paesi disponga di risorse immense, di servizi di intelligence tra i più potenti del pianeta, di polizia federale, di procure specializzate, di mezzi tecnici e finanziari di fatto illimitati, non si è mosso praticamente niente di serio contro la stragrande maggioranza di questi nomi.

Si sono viste inchieste zoppe, processi limitati a pochi capri espiatori come Ghislaine Maxwell, qualche imbarazzo mediatico qua e là e poi un silenzio assordante.

I nomi che Epstein menzionava con maggiore frequenza continuano a circolare liberamente, a frequentare gli stessi ambienti, a mantenere il loro potere e la loro influenza senza che nessuno li disturbi davvero.

È come se l’intero sistema giudiziario occidentale, quando si trova di fronte a una rete che coinvolge l’élite transnazionale, all’improvviso diventasse cieco, sordo e impotente, capace solo di produrre montagne di documenti secretati, video oscurati e indagini che non arrivano mai da nessuna parte.

Questo non è un caso di inefficienza: è la dimostrazione concreta che quando il crimine tocca i vertici reali del potere, le magistrature occidentali, per quanto potenti sulla carta, scelgono deliberatamente di non vedere, di non indagare e di non colpire.

Sì, perché questi uccidono davvero e non hanno paura di sterminare anche il giudicetto avventuroso con tutta la sua famigliola.

Le magistrature occidentali possono distruggere vite, mandare in galera gente per reati molto più lievi, o addirittura emettere mandati contro leader di grande potere quando fa comodo politicamente, ma di fronte a una rete come quella di Epstein che coinvolge centinaia di nomi pesanti, si fermano, si paralizzano e lasciano che tutto si dissolva nel nulla.

È questa la giustizia a due velocità che esiste davvero: feroce con i deboli e con chi può essere sacrificato, completamente assente quando il bersaglio è troppo in alto e troppo ben protetto.

La cosa più inquietante che sta succedendo in questi mesi, dopo il rilascio parziale dei file Epstein, è la sparizione sistematica e sempre più evidente dal web di qualsiasi accenno concreto e diretto ai nomi più pesanti coinvolti.

Se cerchi oggi su Google, su Bing o anche su motori alternativi certi collegamenti che fino a pochi anni fa erano ancora visibili in articoli, forum, leak e discussioni pubbliche, trovi pagine cancellate, articoli rimossi, threads archiviati o modificati, e soprattutto una strana rarefazione dei risultati: i nomi compaiono, ma quasi sempre in contesti depotenziati, come “ha preso un volo”, “era un conoscente”, “non risulta abbia partecipato a nulla di illegale”, mentre spariscono completamente i riferimenti più diretti, le testimonianze, i flight logs ripetuti, le foto insieme, le email compromettenti e le frequentazioni documentate.

Pagine di Wikipedia che prima riportavano collegamenti chiari vengono editate e ripulite con la scusa della “verifica delle fonti”, vecchi articoli di testate importanti vengono deindicizzati o resi introvabili e intere discussioni su forum e social vengono shadowbannate o cancellate senza spiegazioni.

Non è solo una questione di oblio naturale: è un processo attivo di rimozione selettiva che riguarda proprio i nomi più potenti, quelli che Epstein menzionava con maggiore frequenza e insistenza.

I nomi minori o già bruciati restano, quelli che contano davvero vengono progressivamente cancellati dalla memoria pubblica digitale, come se qualcuno avesse deciso che certe connessioni non debbano più esistere online in forma chiara e accessibile.

È un tipo di controllo della narrazione molto più efficace della vecchia censura: non si nega apertamente, si fa in modo che diventi sempre più difficile trovare le prove e i collegamenti, finché la gente smette di cercare o crede che “non ci sia niente di concreto”.

Questo meccanismo di sparizione selettiva dal web è oggi uno degli strumenti più potenti per proteggere chi non deve essere toccato e funziona meglio di qualsiasi smentita ufficiale.

La cancellazione e la rarefazione dei collegamenti tra i nomi più pesanti emersi dai file Epstein e le loro frequentazioni non avviene in modo casuale o spontaneo, ma attraverso meccanismi precisi e coordinati che coinvolgono piattaforme, studi legali e sistemi algoritmici.

Google, in particolare, gioca un ruolo centrale: quando certe combinazioni di nomi e termini legati a Epstein vengono cercate, i risultati vengono progressivamente deindicizzati o spinti nelle pagine più lontane, mentre articoli che un tempo apparivano in prima pagina vengono sostituiti da contenuti più generici o da pagine controllate.

Wikipedia applica, invece, una forma di cancellazione redazionale molto efficace: le voci relative a personaggi di alto profilo vengono protette, le modifiche che aggiungono collegamenti documentati con Epstein vengono sistematicamente rimosse con motivazioni come “fonti non affidabili”, “original research” o “violazione delle regole sulle biografie di persone viventi”, anche quando le fonti sono articoli di testate importanti o documenti giudiziari pubblici.

YouTube e Facebook hanno rimosso o demonetizzato video e post che mettevano insieme nomi specifici con i flight logs o con le testimonianze, spesso senza spiegazioni chiare, mentre account che insistevano su questi collegamenti sono stati limitati o chiusi.

Le minacce legali rappresentano uno strumento ancora più diretto.

Studi legali che rappresentano famiglie e personaggi di altissimo livello inviano regolarmente lettere di diffida a testate, siti, blog e piattaforme, minacciando cause per diffamazione anche quando il materiale pubblicato è basato su documenti pubblici o su quanto emerso nei procedimenti giudiziari.

Queste lettere, spesso scritte in tono aggressivo, fanno leva sul costo elevatissimo di una causa civile negli Stati Uniti e nel Regno Unito: anche se il contenuto è vero, molti siti, piccoli o medi, preferiscono rimuovere l’articolo piuttosto che affrontare spese legali potenzialmente rovinose.

Questo meccanismo, noto come SLAPP (Strategic Lawsuit Against Public Participation), viene usato in modo selettivo proprio contro chi prova a tenere vivi i collegamenti tra Epstein e certi nomi potenti.

In alcuni casi le pressioni arrivano direttamente alle piattaforme attraverso i loro dipartimenti legali, che preferiscono cancellare o limitare la visibilità di contenuti per evitare problemi con inserzionisti o con soggetti influenti, piuttosto che difendere la libertà di informazione.

La censura algoritmica completa il quadro.

Gli algoritmi di raccomandazione di Google, YouTube, Facebook e Instagram sono addestrati a ridurre la visibilità di contenuti considerati “sensibili” o “potenzialmente dannosi” per certi soggetti.

Quando un video, un articolo o un post collega in modo troppo diretto un nome di alto profilo con Epstein, l’algoritmo tende a deboostarlo: viene mostrato a meno persone, non appare nei suggerimenti e la sua diffusione viene artificialmente limitata.

Questo tipo di soppressione non richiede la rimozione esplicita del contenuto, ma ne riduce drasticamente la reach organica, rendendolo di fatto invisibile per la maggior parte degli utenti.

Inoltre, i sistemi di moderazione automatica e semi-automatica delle grandi piattaforme applicano standard più severi proprio sui temi che coinvolgono élite occidentali, mentre altri argomenti controversi godono di maggiore tolleranza.

Il risultato è che i nomi minori o già bruciati restano visibili, mentre quelli che contano davvero vengono progressivamente isolati, deindicizzati e resi difficili da trovare, senza che sia necessaria una censura esplicita e dichiarata.

Questo insieme di piattaforme, minacce legali e algoritmi crea un sistema di cancellazione soft ma estremamente efficace, che permette di far sparire dalla memoria pubblica digitale collegamenti scomodi senza dover ricorrere a divieti ufficiali o a processi spettacolo.

Un’altra cosa che non vi hanno detto è che la ICC, la Corte che vuole dare l’ergastolo a Netanyahu, poteva indagare benissimo sul caso Epstein.

La stessa Corte Penale Internazionale che ha trovato il coraggio di emettere un mandato di arresto contro un premier israeliano in carica per crimini di guerra, si è invece sempre dimostrata straordinariamente timida, lenta e spesso del tutto assente quando si tratta di toccare capi di stato e leader politici occidentali o alleati dell’Occidente responsabili di crimini ben più vasti e documentati.

Basti pensare a George W. Bush e Tony Blair, che hanno scatenato una guerra in Iraq sulla base di prove false, causando centinaia di migliaia di morti civili, distruzione di un intero Paese e la nascita dell’ISIS, senza che nessuno abbia mai seriamente parlato di mandati di arresto.

O Barack Obama, che ha intensificato i bombardamenti con droni in Pakistan, Yemen e Somalia, uccidendo civili inclusi bambini, e che ha contribuito attivamente alla distruzione della Libia, con conseguenze catastrofiche ancora oggi visibili, senza che la CPI abbia mai mosso un dito.

Si potrebbe continuare con i leader sauditi responsabili del massacro in Yemen, con decine di migliaia di morti tra cui bambini per fame e bombe, o con vari presidenti africani e asiatici che per decenni hanno commesso genocidi, pulizie etniche e saccheggi sistematici senza mai vedere un mandato serio, a meno che non diventassero scomodi per gli interessi occidentali.

Il messaggio che emerge è chiarissimo: la CPI può permettersi di colpire Netanyahu perché è politicamente conveniente e perché Israele, pur essendo in teoria un alleato, può essere sacrificato in certi contesti. Come è già successo mille volte.

Nota bene: è proprio per questo motivo che in Israele l’asse politico si sposta sempre più a destra ….

Quando invece si tratta di leader di Paesi che contano davvero, o di reti che coinvolgono élite occidentali come quelle emerse dai file Epstein, la Corte diventa improvvisamente prudente, giuridicamente pignola e politicamente paralizzata.

Se il criterio fosse davvero quello dei crimini contro l’umanità e della giustizia internazionale, i mandati di arresto dovrebbero essere decine, non uno ogni tanto contro chi fa comodo.

Invece si continua a vedere la solita giustizia a due velocità: dura con chi può essere isolato, con chi fa parte del club che conta davvero.

A tutto questo si aggiunge un fenomeno ancora più grave e meno visibile: la politica, da un’estrema destra all’estrema sinistra, sta attivamente seppellendo i file Epstein sotto la sabbia.

Non si tratta di semplice disinteresse o di lentezza burocratica. Si tratta di una convergenza oggettiva di interessi tra forze politiche che su tutto il resto si scontrano duramente, ma che su questo dossier hanno trovato un punto di tacito accordo.

L’estrema destra, in molte sue espressioni, ha interesse a non far emergere fino in fondo la rete perché al suo interno ci sono figure, ambienti e finanziatori che verrebbero inevitabilmente risucchiati nello scandalo.

L’estrema sinistra, dal canto suo, ha costruito gran parte della propria narrazione identitaria e morale sull’idea di un’Occidente marcio, razzista, colonialista e sessualmente repressivo; ammettere che al centro di una delle più grandi reti di sfruttamento sessuale e ricatto degli ultimi decenni ci siano proprio esponenti di quella stessa élite progressista, liberale e “illuminata” che essa stessa ha spesso difeso o con cui ha condiviso battaglie, significherebbe mettere in crisi interi edifici ideologici.

Il centro, sia quello liberal-democratico che quello conservatore moderato, ha ovviamente tutto da perdere: molti dei nomi più ricorrenti nei file appartengono proprio a quel mondo di potere trasversale che da decenni gestisce le leve reali al di là dell’alternanza elettorale.

Il risultato è che, pur nelle differenze spesso urlate, nessuna forza politica di rilievo ha interesse a che la verità emerga per intero.

Alcuni la insabbiano perché coinvolti, altri perché imbarazzati, altri ancora perché la piena emersione del dossier distruggerebbe troppe narrazioni comode.

Così, mentre si scontrano pubblicamente su tutto, su Epstein trovano un terreno comune: meglio che resti un caso “chiuso”, un nome da ricordare appena, un’ombra da lasciare nel passato.

È per questo che, nonostante la mole di documenti, video e immagini emersi, non c’è nessuna vera spinta politica, da nessuna parte dello spettro, a pretendere verità, trasparenza e conseguenze reali.

La politica intera, nel suo insieme, ha scelto di far passare la tempesta e di tornare all’ordine del giorno.

A proposito di politica, istituzioni e Festa della Repubblica: Intermezzo comico.

Belgrado, BELGRADO, BELGRADO!!!

Крв српске деце и крв кинеских амбасадора не вреди ништа.

Traduzione dal serbo: “Il sangue dei bambini serbi e quello degli ambasciatori cinesi non vale nulla”.

Per fortuna c’è l’ONU: Pramila Patten, Special Representative of the Secretary-General on Sexual Violence in Conflict delle Nazioni Unite (la rappresentante ONU contro le violenze sessuali nei conflitti).

A fine maggio 2026, nel rapporto annuale del Segretario Generale, il suo ufficio ha inserito le forze di sicurezza israeliane (IDF, l’Israel Prison Service e alcune unità speciali di polizia) nella lista degli attori statali responsabili di pattern di violenze sessuali contro i palestinesi, soprattutto in contesti di detenzione.

Questo ha messo Israele in una sorta di “blacklist” insieme ad altri attori come Hamas.

Durante la conferenza stampa di presentazione del rapporto, Patten ha risposto a una domanda diretta sulle prove relative alle accuse contro Israele. Ha dichiarato testualmente: «It’s not the responsibility of my office to do any verification.» («Non è responsabilità del mio ufficio fare alcuna verifica.»)

Quando le è stato chiesto se avesse visto personalmente le prove con i suoi occhi, ha risposto: «No, because it’s not my job. » («No, perché non è il mio lavoro.»)

Ha inoltre precisato di aver chiarito fin dall’inizio a Israele che non avrebbe visitato nessuna struttura detentiva, nemmeno se le fosse stata offerta la possibilità.

In pratica Patten ha ammesso apertamente che il suo ruolo non prevede la verifica diretta delle fonti e delle prove, ma consiste nel raccogliere e compilare informazioni provenienti da altri soggetti (ONG, testimonianze, rapporti precedenti, ecc.) e nel presentarle al Segretario Generale.

Questo è successo proprio mentre il suo ufficio metteva Israele nella lista degli attori statali responsabili.

Capito?

Come dicevo la corte che tanto fa e disfa in tutto il mondo, poteva interessarsi anche del caso Epstein.

Lo dico io? No, lo dice l’ONU.

In febbraio del 2026 alcuni esperti indipendenti nominati dal Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite hanno dichiarato apertamente che i file Epstein contengono elementi sufficienti per configurare quella che loro hanno definito una “global criminal enterprise”, un’impresa criminale su scala globale con carattere sistematico, transnazionale e protratto nel tempo.

Secondo questi esperti, non si tratterebbe di semplici reati sessuali commessi da individui ricchi e potenti, ma di un’attività criminale organizzata su più continenti, con strutture di reclutamento, trasporto, sfruttamento e protezione reciproca tra i partecipanti.

Hanno parlato di un sistema che combinava lo sfruttamento sessuale su larga scala, la tratta di persone, la creazione di un apparato strutturato di ricatto attraverso registrazioni e documentazione compromettente, e l’uso di queste leve per influenzare o controllare persone in posizioni di potere.

Gli esperti hanno sottolineato che il carattere “globale” derivava non solo dalla presenza di vittime e clienti in diversi paesi, ma anche dalla capacità della rete di muoversi con relativa facilità tra giurisdizioni, utilizzando proprietà private, isole, jet e risorse finanziarie che rendevano difficile l’intervento delle autorità nazionali.

Hanno inoltre rilevato che il sistema mostrava elementi di continuità operativa nel tempo, con meccanismi di reclutamento che si ripetevano, una gerarchia interna riconoscibile (con Epstein e Ghislaine Maxwell al centro operativo) e una rete di protezione che includeva omissioni, coperture e talvolta attiva collaborazione da parte di apparati istituzionali, di intelligence e di ambienti giudiziari in più paesi.

Secondo la loro valutazione, questi elementi permettevano di configurare i reati emersi come parte di un attacco diffuso o sistematico ai sensi dell’articolo 7 dello Statuto di Roma, in particolare per quanto riguarda lo stupro, la schiavitù sessuale, la prostituzione forzata e la persecuzione, commessi in esecuzione di una politica di un’organizzazione criminale strutturata.

Il problema, però, è che questa possibilità rimane quasi interamente teorica.

Gli Stati Uniti non hanno mai ratificato lo Statuto di Roma e anzi lo combattono attivamente da decenni, proprio per evitare che i loro cittadini possano essere trascinati davanti a quella corte.

La stragrande maggioranza dei fatti più gravi legati a Epstein è avvenuta sul territorio americano o ha coinvolto cittadini americani di altissimo livello.

La Corte Penale Internazionale ha giurisdizione molto limitata sui cittadini di Stati che non sono parti dello Statuto, a meno che non intervenga un rinvio formale del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e lì gli Stati Uniti hanno il diritto di veto.

Inoltre, esiste il principio di complementarità: la Corte può intervenire solo se lo Stato competente si dimostra “non disposto o incapace” di fare giustizia.

Gli americani possono sempre rispondere che stanno già conducendo le loro indagini, anche se in realtà quelle indagini sono state parziali, zoppe e chiaramente orientate a non toccare certi nomi.

Questo meccanismo è stato usato per anni per proteggere élite occidentali.

Nella pratica la Corte Penale Internazionale ha sempre dimostrato una certa riluttanza quando si tratta di toccare reti di potere che coinvolgono Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia o altri Paesi occidentali di primo piano.

Ha processato più facilmente africani o nemici geopolitici degli occidentali, ma quando il bersaglio diventa troppo vicino ai centri reali del potere transnazionale, diventa improvvisamente molto cauta, lenta e incline a non procedere.

A questo si aggiunge il fatto che una parte significativa del materiale più compromettente, in particolare i video e le immagini sequestrate nelle proprietà di Epstein, rimane ancora secretata o pesantemente oscurata.

Senza quel materiale grezzo è estremamente difficile costruire un caso solido che dimostri l’esistenza di una “politica organizzativa” da parte di una rete strutturata.

Quindi, anche se dal punto di vista strettamente giuridico si potrebbe sostenere che la Corte avrebbe gli strumenti per aprire un’indagine, nella realtà politica e di potere concreta questa possibilità è vicinissima allo zero.

Chi controlla davvero le leve non ha alcun interesse a far sì che una corte internazionale metta le mani su una rete che coinvolge personaggi di quel livello.

In conclusione, ce lo hanno già messo in quel posto mentre una massa enorme di imbecilli, che saltuariamente tracima anche su queste pagine, continua a farneticare di “democrazie”, di “valori dell’Occidente” e il più classico di tutti: “ci vogliono le riforme!”

Mentre i cittadini occidentali contenti e volenterosi si fanno duramente “riformare” il didietro dalle nostre “democrazie”, in consonanza con i nuovi “valori” occidentali, io cerco il posto migliore dove nascondermi per far passare questo tsunami di fesserie pericolose e di personaggi manipolati.

Epstein… non me lo ricordo più.

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