Home Politica ELIMINARE DALLA POLITICA I VELENI DEL ‘900

ELIMINARE DALLA POLITICA I VELENI DEL ‘900

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Giampaolo Pansa conclude così il suo libro: “Il sangue dei vinti”, mettendo a fuoco uno dei problemi irrisolti dell’Italia repubblicana, democratica e tuttavia incapace di chiudere la fase della guerra civile che ha concluso la fine del regime fascista: «Insomma, chi vince, e soprattutto chi vince sotto le bandiere della libertà e della democrazia […] avrebbe il dovere della clemenza, della generosità, non dovrebbe infierire sui vinti. In Italia non siamo stati capaci di mostrare questa virtù. Subito dopo la vittoria, abbiamo costretto troppa gente a pagare un prezzo uguale per tutti: un colpo alla nuca per il torturatore come per la casalinga che aveva preso soltanto la tessera del fascio. La clemenza è venuta in seguito, nei processi e con l’amnistia. Siamo una nazione schizofrenica: furiosa nel momento dello scontro tra le fazioni e subito dopo incline a dimenticare, che non ama la memoria di se stessa».

Sono passati vent’anni da quando Pansa ha pubblicato il suo libro, uno dei tanti fuori dal coro di coloro che usano la Resistenza e l’antifascismo per nascondere la pochezza della proposta politica o, peggio, per mantenere in atto una situazione di emergenza che impedisce al Paese di diventare, finalmente, una democrazia compiuta.

Luca Telese, che del libro rieditato da Rizzoli ha curato la prefazione, scrive: “Per me uno dei più irresistibili aneddoti di Giampaolo – tra i tanti – era quello del direttore Italo Pietra che quando Pansa era a «Il Giorno» entrava in redazione chiedendo con tono burlesco: «Chi di voi ha bruciato la mia casa in quel rastrellamento sul monte Penice?» (La grande bugia, p. 24). Un dialogo folgorante, avendo il direttore de «Il Giorno» alle sue dipendenze sia ex partigiani sia ex repubblichini: Pansa con questo apologo voleva dire che Pietra non parlava a delle mammolette, ma a dei redattori che nella guerra del ’45 avevano combattuto sui fronti opposti, talvolta sparandosi. E lo faceva – soprattutto – per spiegare che nell’Italia spensierata degli anni Sessanta la linea di demarcazione dell’odio per lunghi anni sembrava finalmente essere stata sepolta”.

Non è stato così. A riesumarla ci sono stati gli eredi di quelle pagine terribili della guerra civile: i Gap di Feltrinelli, le Brigate Rosse, Prima Linea, i mai eliminati seguaci della linea di Secchia nel Pci e tante manine di servizi che solo una desecretazione di tutti gli atti del ’900 e, soprattutto, degli anni Settanta e successivi del secolo scorso, può far sì che i tentativi di riesumarla si chiudano.

Pansa ha fatto, con coraggio e determinazione, quello che lo Stato italiano non ha voluto fare e che non intende fare nemmeno ora: mettere in chiaro tutti gli scheletri, perché fintanto che non si ripuliscono gli armadi ci sarà sempre qualcuno che vorrà riaprire, in una forma o nell’altra, la fase emergenziale.

Esiste un filo molto rosso che collega le BR e gli altri fenomeni del terrorismo degli anni Settanta del ‘900 a quanto accadde subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. Reggio Emilia è, in questo senso, un esempio molto chiaro.

A Reggio Emilia sono nate le BR dall’azione dei dissidenti della FGCI (l’Appartamento), come ha raccontato per filo e per segno Alberto Franceschini in un libro intervista con Fasanella e Reggio Emilia è stato uno dei teatri dei maggiori e più efferati delitti perpetrati da chi ha proseguito la resistenza (quella con la r minuscola, fatta di vendette) in chiave terroristica e delinquenziale.  

«Nel Reggiano – scrive Pansa – la tarda estate del 1945 vide l’inizio di una serie di delitti che non avevano alcun rapporto con la resa dei conti dopo la sconfitta del fascismo. Erano azioni mirate, contro avversari politici o di classe. Agguati selettivi, diremmo oggi, che anche a me ricordano […] quello che sarebbe accaduto trent’anni dopo, con le Brigate rosse».

Le azioni non furono denunciate, isolate, ma coperte e tollerate anche dal Partito comunista.

“Il potere – scrive Pansa – era quello dei comunisti reggiani e di una parte del loro gruppo dirigente. Lungo mesi e mesi, furono loro gli arbitri della vita e della morte per molta gente. Con un bilancio finale disastroso dal punto di vista politico, tanto da richiedere l’intervento sul posto di Togliatti”.

Nel triangolo della morte modenese i delitti efferati furono molti, coperti, tollerati, per condivisione o per paura. «Infine – scrive Pansa – arrivò l’epoca dei processi. Fioccarono molte condanne. Al giudizio più importante, iniziato l’8 marzo 1951 alla Corte d’assise di Modena, gli imputati presenti erano ventitré. Mancavano alcuni pezzi grossi della banda, fuggiti nell’Europa orientale, di certo con l’aiuto del Pci: in Cecoslovacchia o in Jugoslavia».

Tutto finito? No.

Gli Anni di piombo hanno dimostrato che c’è chi quelle logiche le coltiva.

Nel finale del suo libro, a fronte di interrogativi sul giusto e l’ingiusto, Pansa, rispondendo alla sua immaginaria collaboratrice scrive: “Scossi il capo: «La prego, Livia, non addentriamoci in questo labirinto: il giusto, il poco, il troppo… L’unica verità è che, anche nella nostra guerra civile, la vita non ha più avuto valore. Da una parte e dall’altra. Quasi sempre si è ucciso a occhi chiusi: per non morire, per resistere all’avversario, per affermare un’idea contro un’altra, per gettare le basi della propria vittoria o per non darla vinta troppo presto. Poi, in qualche parte d’Italia, in Emilia e in Romagna soprattutto, si è ucciso anche per fare il primo passo verso la rivoluzione comunista»”.

La domanda attuale è: ci risiamo? La pubblicazione di una lista di giornalisti e di politici accusati di essere sionisti da parte di un sedicente Nuovo Partito Comunista Italiano, con sede in quel di Parigi, ripropone la questione. Ancora compagni che sbagliano e che però, sotto sotto, hanno ragione? Ancora l’utilizzo dell’antifascismo per ricreare situazioni fasulle di emergenza democratica, funzionale a parti politiche che utilizzano vecchi schemi per demonizzare, ostracizzare l’avversario, riducendolo, secondo i criteri della propaganda teorizzati di Goebbels, in nemico da combattere e da eliminare?

Spetta oggi alla Stato, in primo luogo, chiudere con la massima trasparenza una stagione post resistenziale durata troppo e ormai solo frutto di manipolazione di massa, mettendo a disposizione tutta la documentazione necessaria a impedire ulteriori strumentalizzazioni.

L’Italia del terzo millennio ha il diritto di vivere una stagione che non si porti perennemente dietro i veleni del ‘900.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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