
Ed è subito… Trump
Se il neoliberalismo degli anni ’90 e il QE degli anni 2000 rispondevano ai grandi shock del loro tempo, oggi si apre una fase nuova: i mondi monetario, fiscale, industriale, commerciale e geopolitico si fondono. Un mondo nuovo è già tra noi. Un mondo in cui inflazione, energia, sicurezza, AI, catene del valore e demografia non possono più essere separate. E in cui la strategia economica non sarà più un esercizio tecnico, ma un’estensione della politica di potenza.
Perché il denaro, la finanza, il business sono oggi l’unico riferimento che sembra avere la gestione del mondo. Ci si è cullati nelle fiabe del globalismo anche quando la rivoluzione era nell’aria. La disattenzione con la quale si è guardato solo di sbieco alla crescita dell’Asia e dei Brics, ha portato a dover affrontare un uragano improvviso: ma i venti di tempesta soffiavano da qualche anno. Il raggio di sole che ci ha trafitto si oscura. Ed è subito … Trump.
Viviamo in un’era talmente densa di shock geopolitici, tecnologici e finanziari da rendere impossibile una lettura semplice di un mondo che cambia più in fretta di quanto la società possa sopportare per adeguarsi o reagire ed i modelli economici riescano a capire e valutare. E poiché, ripeto, modello economico ormai significa, potere e potenza contestarlo è complicatissimo.
E’ in atto il processo di indebolimento dell’ordine mondiale di stampo liberale. Non era il demonio, ed oggi lo si capisce. I mercati intuiscono il cambio di regime. E si adeguano. La soluzione che propongono è lo scontro. Mercato tutto: cioè quello commerciale, quello finanziario, quello monetario, quello dei debiti sovrani, quello delle materie prime. Uno scontro che va di pari passo con quello della geopolitica. Su questo fronte il quadro è altrettanto instabile: la portaerei USA di fronte all’Argentina non è il fatto più eclatante, ma è illuminante. Anche qui si privilegia lo scontro.
E la briscola è a denari.
La questione sociale ribolle. L’accessibilità alla casa crolla sia in Europa che negli Usa. Il timore di licenziamenti legati all’AI cresce. La sopportazione per situazioni di “povertà” ha raggiunto il limite. Il populismo cresce perché ricette economiche del tutto nuove tardano ad affacciarsi al dibattito: quella di sinistra latita. E questa assenza inficia la speranza. Accade in tutto il mondo: il consenso di Afd continua a crescere in Germania, Bardella viene oramai considerato il nuovo Chirac, mentre in Asia e America Latina aumentano le proteste della Generazione Z.
Il mio più volte espresso parere è che con il potere del denaro bisogna fare i conti. E dubito che li si possa fare con uno scontro. Il frontale è da escludere. E’ un giudizio scioccante, lo capisco, ma da considerare con molta attenzione. Alcuni centri di potere vanno conquistati e vanno difesi. Anche quelli che sembrano lontani dalle nostre considerazioni di sempre. Con questo scenario, per esempio, il modello di una banca centrale indipendente sembra uno schema appartenente oramai al passato. In America è da tempo che Tesoro e Fed negli operano di fatto congiuntamente. Ed i riflessi sul sociale sono evidenti.
Il punto è: chi guiderà le banche centrali in un mondo totalmente diverso da quello per cui sono state formate. Perché quello sarà un centro di potere immenso. Da considerare, puntare, controllare. Il centro della prossima politica. Per noi, la BCE. Attenti a non fare passi falsi: il partitismo lasciamolo una volta tanto fuori dai ragionamenti. E l’appuntamento è vicino.
Non è sottovalutazione della politica e del suo ruolo, la mia. E’ la richiesta di allargare le analisi politiche per il raggiungimento di risultati di benessere – anche quelle nella versione più spinta di intervento sul sociale – agli strumenti necessari per realizzarli. Considerarli una incognita da calcolare, cioè gestire. Non un fastidio da trascurare perché difficile da rendere “popolare” la sua comprensione.





